INDICE

 

 

INDICE DELLE TAVOLE............................................................................. 3

PREMESSA................................................................................................... 5

ABBREVIAZIONI......................................................................................... 9

CAPITOLO 1............................................................................................. 11

1.1 Le origini della città di Cesena................................................. 11

1.2 Curva Caesena............................................................................ 14

CAPITOLO 2............................................................................................. 23

2.1 La diffusione del Cristianesimo.................................................. 23

2.2 La diffusione del cristianesimo a Cesena............................... 25

CAPITOLO 3............................................................................................. 57

3.1 La Cattedrale............................................................................... 57

3.2 La Cattedrale di Cesena........................................................... 76

CAPITOLO 4............................................................................................. 85

4.1 La diocesi di Cesena: le chiese cittadine.............................. 85

4.2 I centri plebani.............................................................................. 91

CAPITOLO 5........................................................................................... 111

5.1 La pieve nel territorio della diocesi di Cesena................... 111

5.2 Le pievi cesenati........................................................................ 124

5.3 Le dedicazioni............................................................................. 132

CAPITOLO 6........................................................................................... 141

Le pievi nel territorio pianeggiante della antica diocesi di Cesena           141

6.1 La pieve di S. Giovanni in Superclo. (Scomparsa)............ 141

6.2 La pieve di San Vittore in Valle.............................................. 144

6.3 San Bartolomeo Apostolo in Tipano..................................... 154

6.4 La pieve di San Mauro in Valle............................................... 157

6.5 La pieve di Santa Maria di Ronta......................................... 162

6.6 La pieve di Santo Stefano in Pisignano............................... 169

6.7 La pieve di San Pietro in Cerreto. (Scomparsa)................ 178

6.8 La pieve di Sant’Agata. (Scomparsa)................................ 181

6.9 La pieve dei Ss. Andrea e Giovanni in Ruffio..................... 185

6.10 La pieve di Santa Maria in Bulgaria................................... 187

CAPITOLO 7........................................................................................... 193

Le pievi della fascia collinare........................................................ 193

7.1 La pieve di S. Maria / S. Martino in Calisese........................ 193

7.2 La pieve di San Tommaso a Paterno o in Domnicalia... 201

7.3 La pieve di Santa Maria Annunziata in Monte Reale.... 209

7.4 La pieve di S. Stefano in Monte Aguzzo.............................. 214

7.5 La pieve di S. Pietro in Solferino. (Scomparsa).................. 216

CONCLUSIONI....................................................................................... 221

BIBLIOGRAFIA....................................................................................... 225

FONTI....................................................................................................... 241

 


INDICE DELLE TAVOLE

 

 

CAPITOLO 1

Tav. I: “Cesena e il suo territorio”.

Tav. II: “Ubicazione degli insediamenti preistorici e protostorici nella pianura cesenate”.

Tav. III: “Curva Caesena nella Tavola Peutingeriana”.

Tav. IV: “Carta storica dell’agro cesenate in età romana”.

Tav. V: “Ipotesi ricostruttiva degli assi stradali secanti il centro di Cesena”.

CAPITOLO 2

Tav. VI: “Le antiche diocesi dell’Italia settentrionale”.

Tav. VII: “La diocesi di Cesena”.

Tav. VIII: “Cronotassi dei vescovi di Cesena”.

CAPITOLO 3

Tav. IX: “Ubicazione e dedicazione della cattedrale di Cesena”.

Tav. X: “Pianta della città di Cesena”.

CAPITOLO 4

Tav. XI: “Cesena Sacra secoli VII- XIV”.

Tav. XII: “Centri plebani in rapporto a viabilità e idrografia”.

Tav. XIII: “Centri plebani e strutture insediative fortificate”.

Tav. XIV: “Emilia-Romagna: Pievi e diocesi (secoli X-XIV)”.

Tav. XV: “Antica provincia ecclesiastica ravennate”.

CAPITOLO 5

Tav. XVI: “Temi ornamentali di chiese romagnole”.

Tav. XVII: “Diocesi di Cesena (sec. XIII-XIV)”.

Tav. XVIII: “La diocesi di Cesena: ubicazione della cattedrale e delle pievi (secoli X-XIV)”.

Tav. XIX: “Pievi rurali e cappelle dipendenti secc. X-XIV”.

CAPITOLO 6

Tav. XX: “S. Vittore in Valle: Pianta, prospetto nord ed est”.

Tav. XXI: “Prima rappresentazione planimetrica della zona di Tipano”.

Tav. XXII: “Piantina della pieve di S. Bartolomeo in Tipano”.

Tav. XXIII: “Piantina della pieve di S. Mauro in Valle”.

Tav. XXIV: “S. Maria in Ronta: Pianta, sezioni trasversali e longitudinali”.

Tav. XXV: “Veduta esterna”.

Tav. XXVI: “Pianta della pieve di Santo Stefano in Pisignano”.

Tav. XXVII: “S. Pietro in Cerreto: localizzazione della pieve”.

Tav. XXVIII: “Tavola dell’antico Rubicone”.

Tav. XXIX: “Gli insediamenti di S. Agata e delle Venciglie”.

Tav. XXX: “Localizzazione della pieve di S. Agata”.

Tav. XXXI: “Progetto di ristrutturazione e ampliamento della chiesa di Ruffio”.

Tav. XXXII: “L’edificio della pieve di Bulgaria”.

CAPITOLO 7

Tav. XXXIII: “Piantina delle pieve di S. Maria in Calisese”.

Tav. XXXIV: “Pianta della pieve di S. Tommaso in Paterno.

Tav. XXXV: “Localizzazione delle pievi di S. Stefano in Monte Aguzzo e S. Pietro in Solferino”.


PREMESSA

 

 

L’obiettivo primario del presente lavoro è stato quello di delineare un quadro possibilmente completo ed esaustivo della diffusione del cristianesimo nel territorio dell’antica diocesi di Cesena nel periodo compreso tra il Tardoantico ed il Medioevo, e verificare quali documenti di questa evangelizzazione siano ancora presenti oggi, purtroppo in molti casi rimaneggiati e ben lontane dalla loro originale condizione.

Per conoscere e per capire come e in che modo sia avvenuta la nascita del primo nucleo cristiano sia attorno alla Cattedra del Vescovo entro la città, sia nelle zone circostanti oltre le mura urbane, si è innanzitutto trattato nell’introduzione storica della fondazione della città di Cesena e dello sviluppo nel territorio limitrofo. Risultava necessaria infatti una premessa storica per capire ed interpretare gli avvenimenti che hanno caratterizzato la città e i suoi abitanti. Un altro fattore che fin dalle sue origini sembra aver influenzato la città sono state anche le caratteristiche del territorio sul quale essa è sorta.

 

La storia di Cesena ha origini antichissime, con i suoi insediamenti preistorici e protostorici, testimoniati anche da alcuni reperti archeologici. Lungo tutto il corso delle varie età dell’evo antico, anche per Cesena ci sono stati cambiamenti, con un passaggio dall’attività agricola, all’allevamento, alle attività stanziali come la lavorazione della ceramica; la dominazione umbra così come quella gallica hanno lasciato tracce evidenti nella vita della città: sembra che lo stesso nome della città di Cesena sia di origine umbra. I Romani nei primi tempi estesero il loro dominio nella zona (Gallia Cisalpina) con la fondazione della città di Rimini (268 a.C.). Inizia per Cesena un periodo nuovo; la città, indicata con il toponimo Curva Caesena, acquista importanza perché, seppure ancora arroccata nel colle Garampo, è posta comunque lungo il tragitto della via Emilia; il territorio circostante la città viene definitivamente bonificato e appoderato secondo il sistema di centuriazione romana, ancora visibile oggi. Risalgono però soprattutto all’ultimo periodo imperiale i ritrovamenti archeologici di epoca romana.

 

Cesena deve soprattutto a Ravenna la diffusione del cristianesimo nel suo territorio: i primi nuclei di vita cristiana riguardarono comunque la città, in quanto centro di vita politica, culturale, commerciale, di scambio frequente di popolazione. In realtà la diffusione del cristianesimo cominciò a manifestarsi quasi all’improvviso, e con un certo ritardo rispetto agli altri centri della Romania, nel 603. Segue la lunga e controversa cronotassi dei vescovi di Cesena, fra i quali risulta importante ricordare il vescovo Mauro.

Risale al 1042 il primo documento che riguarda la vita comune del clero a Cesena e la formazione del Capitolo del Duomo, che, nonostante le divergenze di studi, doveva essere collocato sul colle Garampo. Anche per quanto riguarda le altre chiese cittadine, difficile è risultata la loro elencazione: il Monasterium Sancti Laurenti et Zenoni, la Basilica di S. Maria del Monte, la Chiesa di S. Croce, S. Martino in strata o in fossa.

Per quanto riguarda quindi lo studio della città vera e propria e la diffusione del cristianesimo nel suo interno, ampia é la bibliografia che, soprattutto a livello storico, è stato possibile ritrovare. Numerose inoltre sono le pubblicazioni che anche molto recentemente (ad es. “La storia della chiesa di Cesena”), hanno portato alla luce problemi vecchi e nuovi ed hanno cercato, attraverso nuove ricerche, di dare risposte alle tante domande che ancora sussistono. Sono state inserite alcune tavole per chiarificare e schematizzare quanto si è preso in considerazione e, in alcuni casi, solo ipotizzato, visto che ben poco è ancora oggi visibile.

 

Diversamente è accaduto per tutta la serie di pievi che si sono diffuse nel territorio circostante la città: esse sono state un notevole centro di diffusione del cristianesimo e, allo stesso tempo, di aggregazione delle popolazioni all’interno delle frazioni in cui sorgevano. Lo sviluppo del fenomeno plebano ha interessato quindi grandemente il territorio della diocesi di Cesena, e ancora oggi in maniera molto evidente è possibile osservare numerose di quelle chiese distribuite in due direzioni: da una parte le pievi della pianura sorte nel territorio della centuriazione romana, in una zona già orientata verso Cervia-Ravenna; dall’altra le pievi sorte invece in collina, posta alla destra e alla sinistra del fiume Savio. A differenza di ciò che è accaduto per la città di Cesena, non esiste un’ampia bibliografia e in molti casi la storia di queste chiese non è stata curata da storiografi più noti. Per rendere più accurata l’indagine sulle pievi si sono inserite numerose immagini fotografiche che mostrano lo stato attuale di queste chiese o di quelle sorte sulle antiche, i restauri e i rimaneggiamenti avvenuti nei secoli. Là dove non esistevano piantine “ufficiali”, ho provveduto a disegnarle attraverso un sistema su computer con il sistema CAD COCREATE ME10, non in scala reale.



ABBREVIAZIONI

 

 

AAR

Archivio Storico arcivescovile di Ravenna.

 

ACC

Archivio del Capitolo della Cattedrale di Cesena.

 

AMR

«Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna», Bologna, 1862

 

AqN

Aquileia nostra, Bollettino dell’Associazione Nazionale per Aquileia, Aquileia, dal 1930.

 

ASC

Archivio di Stato di Cesena.

 

ASR

Archivio di Stato di Ravenna.

 

BCC

Biblioteca Comunale di Cesena.

 

BECCR

Bollettino Economico della Camera di Commercio di Ravenna.

 

CARB

 

Corso di cultura sull’arte ravennate e bizantina, Ravenna, Edizione Girasole, dal 1955.

 

CC

Corriere Cesenate, settimanale della diocesi di Cesena-Sarsina, dal 1967.

 

CCIA

Bollettino Mensile Camera del Commercio dell’Industria e dell’Agricoltura di Forlì.

 

CIL

Corpus Iscriptionum Latinarum consilio et auctoriatate. Academie literarum Borussicae Editum, Berdini.

 

FR

Felix Ravenna, Rivista di Antichità Ravennati, cristiane e bizantine, Ravenna, Edizioni Girasole, dal 1911.

 

MGH

Monumenta Germaniae Historica, Hannover-Berlin 1826-

 

PL

Patrologiae cursus completus. Series Latina, ed. Migne, Paris 1850-1855.

 

RAF

Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone.

 

RDAe

Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV - Le decime nei secoli XIII e XIV- Aemilia, a cura di A. Mercati, E. Nasalli-Rocca, P. Sella. («Studi e testi», 60), Città del Vaticano 1933.

 

«RAS»

«Romagna arte e storia », Rimini, 1981-

 

RdC

Resto del Carlino, quotidiano nazionale dal 1825.

 

RIS

Rerum Italicarum scriptores, ed L. A. Muratori, Mediolani 1723-1751.

 

SR

Studi Romagnoli, società di Studi Romagnoli, Lega editore, Faenza-Cesena, 1950-

 

 

 


CAPITOLO 1

 

 

1.1 Le origini della città di Cesena.

 

“E quella cu’ il Savio bagna il fianco, / così com’ella sie’ tra il piano e ’l monte,...”[1]

 

Sicuramente emblematici sono questi due versi danteschi che descrivono in maniera efficace e chiara la posizione topografica della città di Cesena. E proprio perché i cesenati si sono riconosciuti nelle parole che Dante ha utilizzato nel dialogo con Guido da Montefeltro per descrivere la condizione della Romagna, queste stesse terzine sono ben visibili agli occhi di tutti e sono riportate in una iscrizione commemorativa nella Rocca Malatestiana, in Piazza del Popolo, nel cuore della città.

La storia di Cesena, così come Dante ha voluto evidenziare, è stata, soprattutto all’inizio, molto condizionata dalla struttura del territorio e i mutamenti idrogeologici della zona sono da considerare elementi importanti per conoscere, approfondire e, per quanto riguarda Cesena, ipotizzare una storia che purtroppo ha ancora, soprattutto fino al periodo alto medioevale, troppe lacune.

Cesena è sita al centro della Romagna, (Tav. I) in una pianura molto fertile (e questo territorio così fecondo sarà soprattutto dall’epoca romana in poi sfruttato al massimo con il sistema della Centuriazione) delimitata a nord-est dal corso del fiume Savio, a oriente dal Mare Adriatico, a sud-ovest dalle pendici appenniniche, in posizione equidistante tra le città di Forlì (l’antica Forum Livii) e Rimini (Ariminun, fondata dai Romani nel 268 a.C.).

 

Cesena e il territorio cesenate, soprattutto a partire dall’epoca romana, hanno non solo una conformazione territoriale ben delineata, ma vivace e produttiva è la vita della città e delle campagne circostanti ormai occupate, in particolare dopo il 268 a.C., dai cittadini romani.

Prima di questo momento storico però, alcuni ritrovamenti permettono di affermare che Cesena e il cesenate sono frequentati dall’uomo sicuramente fin dal 10.000 a.C., ma, ipoteticamente, anche da 30.000-40.000 anni fa. Naturalmente tornando così indietro nei secoli, risulta indispensabile, parlando di preistoria della Romagna, un riferimento costante alla preistoria nazionale[2].

È stato possibile ricostruire ogni età preistorica di Cesena e dintorni grazie ad alcuni ritrovamenti esigui, ma veramente importanti (Tav. II): manufatti del paleolitico medio e superiore sono stati segnalati nel cesenate, in particolare in corrispondenza di terrazzi fluviali del fiume Savio; sono stati rinvenuti un insediamento paleolitico nella Fornace di San Damiano e uno a Sapinecchio di Taibo (due località vicine a Mercato Saraceno). Durante l’età neolitica[3], con il passaggio ad una economia agricola e di allevamento, anche nel territorio romagnolo si diffonde la cultura della ceramica impressa, soprattutto a Imola e a Fiorano dove ci sono testimonianze abitative di questa cultura. L’area cesenate viene a trovarsi però ai margini dell’area di diffusione di questa cultura. È stato invece ritrovato a nord-est di Cesena un giacimento del neolitico superiore a cultura di Diana. Sono state rinvenute testimonianze dell’età eneolitico[4] a Panighina tra Bertinoro e Cesena, un insediamento dell’età del Bronzo antico a Diegaro e vicino Cervia, ma soprattutto a Capocolle di Bertinoro (sono stati trovati numerosi oggetti di ceramica grezza) e a Mensa e, per quanto riguarda il bronzo recente, l’insediamento di Case Missiroli e S. Martino in Fiume, frazioni di Cesena. Nell’età del Ferro[5] si sviluppa la cultura villanoviana, in particolare però a Verrucchio e nel riminese; successivamente sempre nel bolognese sorge Marzabotto, e tutto il territorio della pianura padana fino all’Adriatico viene raggiunto dalla cultura e dalla dominazione etrusca (siamo agli inizi del V sec. a.C.). All’espansionismo etrusco va associato anche quello di popolazioni centro-italiche con cultura etrusca, ma di ceppo Umbro. Questi Umbri storici raggiungono la Romagna fino a Ravenna. In questo momento vengono fondate Sarsina e Mevaniola. Essi portano idee innovatrici soprattutto riguardo all’urbanistica (da insediamenti canapicoli si passa alle case murate) e c’è chi sostiene che lo stesso nome di Cesena (Caeséna) è retaggio di questa occupazione umbra[6] così come per Ravenna. Alla fine del V o all’inizio del IV sec. a.C. cessa la maggior parte degli insediamenti umbro-storici e continua l’espansionismo celtico, già iniziato dal VI sec. a.C. L’incursione dei Galli Senoni, culminata con il sacco di Roma, viene datata tra il 391 e il 386 a.C. e i Galli Boi conquistarono Felsinea, difesa dagli Etruschi, verso il 350 a.C. In realtà le testimonianze dei Galli in Emilia e in Romagna sono molto più scarse di quello che si pensava perché gli stessi Galli conquistatori sono sopraffatti dalla cultura più evoluta e radicata degli Etruschi. Conferma di questo è il notevole ritrovamento di numerosi manufatti appartenenti ad insediamenti di cultura etrusca: l’insediamento di Casa del Diavolo, di via Cerchia, di S. Egidio e di Villa Chiaviche. La dominazione celtica nella pianura portò di fatto un incremento della agricoltura (i cereali) e dell’allevamento, specie quello suino. Inoltre i Galli contribuirono a spezzare l’unità di quei gruppi tribali umbri che si estendevano al centro della penisola. In particolare questo avvenne per gli Umbri Sapinates, che avevano il loro capoluogo a Sarsina. I Galli divisero così il blocco dei Sapinates: Ravenna e qualche villaggio del basso Savio restarono, sembra, indipendenti, tutta la pianura di mezzo e le colline, compreso il Garampo, furono invece occupati, e sui monti si raffermò uno stato indipendente, chiamato, in particolare da Livio, la tribus Sapina, di cultura umbra, di economia pastorale e di abitudini tendenti alla sedentarietà. L’avvenimento che aprì la Cisalpina ai Romani fu la fondazione di Rimini, come colonia di diritto latino, nel 268 a.C. I Romani allargarono poi il dominio trionfando sui Sarsinati e quindi controllando i passi dall’alto bacino del Tevere alla Romagna, e in particolare dell’alta valle del Savio[7].

 

 

1.2 Curva Caesena.

 

Scarse sono le conoscenze archeologiche riguardo alla città di Cesena del periodo romano[8] e, per questo si possono compiere soltanto ipotetiche ricostruzioni, ancor oggi non si conosce quale era la collocazione del Foro, il luogo sacro, a quale tribù romana era ascritta la cittadinanza romana. Esiste però una raffigurazione, quasi sicuramente stereotipata, di Cesena indicata con il toponimo di Curva Cesena, a causa, come si parlerà in seguito, della sua collocazione e del suo sviluppo urbano che andava a formare una sorta di “u” presso il colle Garampo: è presente nella Tavola Peutingeriana conservata nella Biblioteca Nazionale di Vienna, in un meraviglioso rotolo geografico colorato del 1265 ca. Nel quarto segmento (Tav. III) curva Caesena è rappresentata con la tipica vignetta di due torri accostate, non identiche, sotto le quali si apre una porta con arco acuto. Non vi è accordo tra gli esperti circa il significato, reale o simbolico, da attribuire a quelle vignette: prevale l’orientamento a considerarle come ideogrammi dei luoghi di tappa (mansiones) del servizio di trasporto pubblico[9]. Certo è che l’attuale città di Cesena non corrisponde a quella romana, la città più antica era situata sicuramente più in alto: o sul colle Garampo, il cui nome è forse di origine etrusca, o nella zona della Rocca Malatestiana. Infatti l’abrasione dei pendii nel corso dei secoli con le conseguenti successive trasformazioni del territorio, soprattutto in rapporto agli spostamenti del fiume Savio, ha portato via ogni strato romano; ai piedi del Garampo, sotto l’attuale centro storico, là dove certamente in epoca romana era ubicata tutta una serie di attività produttive, qualche cosa si recupera, ma l’attività edilizia del tempo malatestiano e di quello pontificio poi furono a Cesena così intense che hanno in qualche modo modificato gli strati delle età precedenti. Cesena era un centro modesto per dimensioni, ma importante per la situazione geografica e quindi strategica e per la produttività del suo territorio. A sud (Tav. IV) il confine era dato dal fiume Rubicone con il suo corso; a est dall’agro centuriato, lungo la strada da Pisignano a Villalta, forse raggiungendo il mare, toccava i confini della diocesi di Ficuclae (Cervia), e si espandeva a est del Dismano sui bordi della diocesi di Forlimpopoli, penetrando nella valle pedemontana del Savio fino al limite della diocesi di Sarsina. Sulla scia dei grandi movimenti economici e sociali del IV del III secolo a.C., la storia di Cesena prende inizio per questioni di difesa, di intraprendenza, di sfruttamento del terreno che le suddetta conquista di Sarsina (266 a.C.) e la fondazione di Rimini (268 a.C.) posero ai Romani. Conseguenza della fondazione di Rimini, fu la bonifica e l’appoderamento con la distribuzione ai coloni di tutto il territorio a sinistra del Marecchia, forse sino al fiume Savio. Nacque così l’agro cesenate vero e proprio che reca uno dei pochi esempi ancora evidentissimi di centuriazione romana. Questo è un sistema di appoderamento del territorio che, disboscato e bonificato, è ripartito in grandi quadrilateri di circa 700 m di lato; il settore cesenate conservato si presenta in forma di triangolo rettangolo: il cateto di base (o orizzontale) è costituito da uno dei decumani (le strade con andamento est-ovest), mentre il cateto verticale è dato dall’ultimo dei cardini (le strade con andamento nord-sud) parallelo al corso del Savio, l’ipotenusa corrisponde alla linea di chiusura di questo settore di centuriazione, l’attuale via tra Pisignano e Villalta. La centuriazione cesenate fu compiuta[10] ben prima della grande centuriazione romagnola occidentale, che ha per asse la via Emilia ed è posteriore al suo tracciato (la via Emilia fu tracciata nel 187 a.C. a cura di Marco Emilio Lepido); la bonifica del territorio cesenate, attuata in diretta prosecuzione geometrica e con il medesimo orientamento (secundum coelum) di quella riminese, fu compiuta prima dell’inizio della seconda guerra punica, perché la discesa di Annibale, che coinvolse anche il territorio in questione, non avrebbe consentito queste operazioni; al termine della guerra già si facevano piani di conquista definitiva di tutta la Cisalpina, facendo perno, salvo i lavori centuriali, già esistenti, sulla via Emilia. La centuriazione, se non fu operata subito dopo la fondazione di Rimini, fu compiuta negli anni che videro l’attività del capo popolare e magistrato romano Gaio Flaminio, a cui per altro si deve il tracciato della via Flaminia, che conduceva Roma a Rimini. La futura via Emilia, che può così considerarsi una continuazione della Flaminia, dopo aver valicato un ponte sotto il Garampo, si biforcava: a destra verso la via Dismano, in direzione Ravenna; di fronte verso la Panighina, in direzione Bologna, verso Piacenza; in direzione del Dismano faceva capo la pista di fondovalle del Savio che veniva da Sarsina: così Ravenna era collegata alla "capitale umbra". La via Emilia compiva così una serie di curve, attorno al colle Garampo: per questo, secondo alcune fonti, alla città venne ben presto dato l’appellativo di Curva Caesena[11]. Minimi ancor oggi sono i dati archeologici e i conseguenti elementi topografici utilizzabili per ricostruire l’antico impianto urbano, così che è possibile solo accennare la plausibile estensione del sobborgo in epoca già avanzata: il limite meridionale (Tav. V) era certamente dato dalla formazione collinare su cui era attestata la roccaforte; a ovest il confine estremo è probabilmente restituito dalla necropoli di età flavia, scoperta nel 1953, poche centinaia di metri oltre il passaggio della via consolare sul Savio; il confine settentrionale dovrebbe essere la via dei Molini, dove si scoprirono alcuni sarcofagi appartenenti ad una necropoli tardo antica[12], difficili da stabilire sono i confini orientali del municipio. Il tessuto viario si mantiene solo in parte, nella zona centrale attorno a Piazza del Popolo; tracce dell’antica struttura sono riconoscibili soprattutto negli assi di via Chiaramonti-Comandini, corrispondenti alla testata meridionale del cardo maximus; le vie Sozzi-Cavour corrono sul tracciato della tangente (attuale Cervese) Caesena-Popilia; le vie Valzania, C.so Comandini, C.so Garibaldi, P.zza del Popolo, V.le Mazzoni, Lugaresi coprono l’antica linea serpeggiante della via Emilia. Un ulteriore dato interessante è stato il ritrovamento, tra il ponte Vecchio e il Ponte della Ferrovia, nei pressi dell’Ippodromo di resti riferibili ad un piccolo imbarcadero, di struttura lignea, sull’antico corso del fiume Savio che risulta così scorrere, in epoca romana, più a occidente dell’alveo attuale. Cesena, come è già stato detto, probabilmente già dal III sec a.C., aveva una funzione urbana: forse era un fortilizio, o un centro di servizi, con pochi edifici, e qualche spazio di aggregazione[13]. Nella città, lontana dal divenire il centro urbano e da avere una costituzione municipale; il conciliabulum fu un importante punto di raccolta con alcuni servizi comuni per i coloni del territorio e per quei cittadini romani che avevano posto il loro insediamento lungo la pista o presso quel primo insediamento: carrettieri, stallieri, tavernieri, fabbri ferrai e carpentieri, mercanti. Dall’entroterra appenninico continuarono a giungere pelli, lane, carni, latticini, legname. Tra gli spazi ad uso collettivo non doveva mancare un luogo sacro, di cui però non si ha nessuna traccia. Impossibile è pensare quale divinità fossero venerate: oltre a Giove, forse anche divinità femminili legate alla prosperità della terra. Non ci furono difficoltà nell’amalgama di popolazioni, credenze, culture, lingue, il latino divenne ben presto la lingua comune e continuò la crescita delle varie produzioni. Dopo la guerra annibalica, il governo romano diede corso alla definitiva conquista della Cispadana e alla disfatta dei Galli Boi. Si fondano così altre città per incentivare ovunque la produzione e cercare soluzioni ai tanti problemi con il proletariato. In Romagna e nel cesenate si bonificarono altri territori, e, lungo la via Emilia, furono fondate: Forum Livii (Forlì), Faventia (Faenza), Forum Cornelii (Imola) e Claterna[14]. Nel 187 a.C. fu tracciata la via Emilia e c’è da ritenere che proprio l’indicazione delle miglia, richieste da Lepido ai suoi militari, siano la prima testimonianza di alfabetizzazione epigrafica. A metà del II sec a.C. ci fu una bonifica parziale tra Savio e Ronco, verso la riviera e venne fondata Forum Popili (Forlimpopoli). Venne tracciata anche una strada (con una tecnica viaria tipica dell’età dei Gracchi) rettilinea che collegava Cesena a Pinarella; si inquadra in questa opera anche la via Popolia condotta nel 132 a.C. da Rimini a Ravenna fino ad Adria.

Il I sec. a.C. costituisce per l’Italia un periodo di guerre civili, di conflitti, di rivolgimenti; in questo momento si deve la costituzione del comune di Cesena. L’antico conciliabulum si trasforma in una circoscrizione autonoma, in un municipium[15]. Nel successivo periodo imperiale sotto Augusto, cominciano le documentazioni archeologiche: l’abitato inizia a scendere e a estendersi nel piano, la città e i suoi domini dovevano avere un buon tenore di vita. In campagna si incontra sempre più la presenza di grosse fattorie, le villae, segni della concentrazione della proprietà fondiaria[16]. Nel territorio cesenate non si fece troppo sentire la crisi generale dell’impero, proprio grazie alla ricchezza delle terre. La rapida crescita di Ravenna e del suo porto aiutarono molto Cesena e la sua economia.

Poco di sicuro si può dire della sorte che è toccata a Cesena[17] e al suo territorio nelle complesse vicende amministrative che partono dalla provincializzazione del territorio italico in particolare con l’imperatore Diocleziano (284-305). Secondo A. Chastagnol[18] a partire dal 281/82 erano presenti dei governatori di due grandi partizioni amministrative dell’Italia, i correctores. Questa carica, negli anni che precedono immediatamente la divisione in province del territorio italico, fu unificata nella carica di governatore di entrambe le province d’Italia (corrector utriusque Italiae). C’è un solo documento[19] che consente di definire il confine meridionale del distrettto settentrionale: per ciò che riguarda l’Etruria, esso doveva passare a sud di Firenze; questa divisione in due parti della Toscana non durò a lungo, dal momento che, al momento della divisione in province dell’Italia, tutta la Toscana, legata all’Umbria nella provincia denominata Tuscia-Umbra, fu assegnata al raggruppamento meridionale delle province italiche, la così detta diocesi suburbicaria. Alla fine del IV sec. però fu ripresa nella divisione della provincia di Tuscia-Umbra in due parti, la settentrionale, detta Tuscia annonaria, assegnata al raggruppamento settentrionale delle provincie italiche, la cosiddetta diocesi annonaria, la meridionale assegnata alla diocesi suburbicaria. Anche questa suddivisione non durò a lungo, e la Tuscia annonaria ha continuato a far parte della diocesi annonaria, aggregata all’Aemilia. Non si riesce ad attribuire Cesena al distretto settentrionale o meridionale, perché non si attribuisce la città all’Aemilia o alla Flaminia. Un documento del 354 potrebbe far pensare che a quella data la città appartenesse alla provincia di Aemilia et Liguria, un ampio distretto che comprendeva l’attuale Piemonte, Liguria, Lombardia fino all’Adda, ed Emilia. Di questo periodo sono anche due disposizioni legislative, che riguardano direttamente il consiglio municipale di Cesena: una è la costituzione dell’imperatore Costanzo II che sollecitava i contribuenti dell’Italia annonaria secondo la disposizione già emanata da Costante a procurare il vino fornito per i magazzini dello stato. Questa prima disposizione pone in particolare il problema se il vino richiesto alla città fosse destinato al cellarium, ovvero a quella dispensa di derrate alimentari destinate alla distribuzione alla plebe della città; l’altra disposizione si riferisce ad una legge indirizzata al senato di Cesena (in data 22 maggio 354), riguardanti l’illegittimità dell’esenzione dagli obblighi curiali per chi rivestisse dignità onorarie. Un altro episodio che riguarda Cesena nel IV secolo è la probabile visita alla città dell’imperatore Costanzo II, come si desume da una costituzione di questo imperatore emanata appunto da Cesena il 23 maggio 346. Nel V secolo l’unico riferimento a Cesena è in opere letterarie è la citazione di Sidonio Apollinare[20] in una lettera indirizzata all’amico Candidianus nel 468, anno in cui il poeta ricopre la carica di prefetto urbano a Roma (Candidianus era di Cesena). Non si ricava però nessuna indicazione significativa sulla Cesena tardo-antica.

In età ostrogota, Cesena ebbe un ruolo importante nella guerra tra Goti e Bizantini, come solida fortezza gotica, grazie alla posizione arroccata sul Garampo che consentiva un agevole controllo della via Emilia; questa scelta comportò la costruzione di opere murarie che probabilmente incisero profondamente sull’assetto urbanistico della città. L’importanza della città era già stata percepita da Odoacre nel 490, quando, sconfitto pesantemente da Teodorico sull’Adda, ripiega su Ravenna e decide il rafforzamento di Cesena e di altre città che si trovano in posizione strategica[21].

Non si può concludere la storia di Cesena nel periodo tardo antico non ricordando importanti ritrovamenti archeologici che sono stati fatti. In particolare, oltre ai mosaici pavimentali rinvenuti in via Tiberti (di cui si farà cenno più avanti) ricollegabili al tessuto urbano della città romana, sono da ricordare i famosi piatti argentei di fabbrica levantina i cui proprietari, di considerevoli possibilità economiche, nascosero sotto terra per paura delle razzie frequenti e che portarono ben presto ad un decadimento della città e della regione. Oltre a questo, recentissima è la scoperta di un pavimento mosaicato a disegni geometrici, probabilmente l’atrio di una domus del II-III secolo d.C.[22]

Ancora alla fine del V sec.[23] papa Gelasio parlava dello spopolamento dell’Emilia come della Toscana, anche se l’età teodoriciana sembra mostrare un serio impegno al ripristino delle città emiliane dopo le razzie e gli abbandoni, con la costruzione o il riattamento di mura e di opere idrauliche. Il trasferimento della capitale dell’impero da Milano a Ravenna da parte dell’imperatore Onorio, concentrò nella città funzionari e militari, in gran parte di origine barbara, e vi attrasse un’ampia gamma di commercianti, artigiani, professionisti e religiosi. Naturalmente tutto questo influenzò ancora una volta anche Cesena e il cesenate, anche per quanto riguarda la diffusione del Cristianesimo. Il prestigio metropolitico di Ravenna, ha sempre fatto pensare che da questa città, e in particolare da Classe, avesse preso origine la prima missione evangelizzatrice in Romagna. Oggi però sembra si possa supporre[24] un’origine pluralistica del cristianesimo emiliano-romagnolo. Il punto di partenza è prima di tutto da Ravenna, ma anche con i più antichi reperti cristiani di Classe non arretriamo oltre la fine del II secolo, inizio del III. Proprio in questo periodo va ascritta l’organizzazione di una comunità cristiana intorno ad una sicura presenza episcopale a Milano, la città che si avviava a divenire il centro della vita civile dell’Italia centro-settentrionale; l’azione evangelizzatrice nel corso del III sec. toccò l’Emilia nord-occidentale, poi attraverso la via Emilia, si diffuse in Romagna. Altri influssi sarebbero potuti giungere anche da Aquileia, la cui sede vescovile si costituì intorno alla metà del secolo III. Quanto poi ai centri sud orientali della regione, deve essere fatta anche l’ipotesi di una missione evangelizzatrice di origine romana, diretta da Rimini lungo la via Flaminia o per mare. I primi nuclei di vita cristiana furono riguardarono comunque le città, in quanto centri di vita politica, culturale, commerciale, e perciò luogo di frequenti scambi di popolazione.

Per concludere c’è da accennare ad una carestia che colpì il territorio cesenate durante la guerra gotica, avvenimento che fecero morire di fame numerosissime persone[25].


CAPITOLO 2

 

 

2.1 La diffusione del Cristianesimo.

 

Prima di sviluppare in maniera più ampia il discorso sulla diffusione del cristianesimo a Cesena e nella sua diocesi, è importante offrire una panoramica generale sulla formazione delle istituzioni ecclesiastiche[26]. A questo proposito appare necessario ricordare[27] che la Buona Novella fu propagata nella penisola, ed in generale nei paesi occidentali, con la stessa intensità che nelle terre orientali. Nel I e II secolo d.C. addirittura i cristiani d’Italia non erano numerosi come quelli abitanti le province orientali dell’impero. A Roma l’elemento straniero e orientale prevaleva su quello italiano; il cristianesimo trovava maggiori ostacoli in Italia piuttosto che in Oriente, perché le classi colte italiane vedevano nella nuova religione un avversario irriducibile all’economia politica di Roma, mentre le plebi italiane erano molto legate ai culti locali. Il primo centro di irradiazione e propagazione del cristianesimo fu Roma, anche se ben presto il Vangelo si diffuse in tutta Italia.

In particolare nel nord del paese il cristianesimo si espanse nel territorio denominato Gallia Cisalpina, nel quale era ubicata anche la città di Cesena e la sua diocesi. Questo territorio infatti comprendeva l’odierna Italia settentrionale e solo una parte (quella superiore) della centrale; il confine a sud correva sulla linea ideale che unisce il fiume Serchio e il fiume Rubicone, più a sud di quella linea c’era la «regione» o «provincia» dell’Etruria (e Umbria) «annonaria» che aveva il suo confine appena al di sotto di Volterra: grosso modo il territorio dell’Italia annonaria cioè quella parte della penisola alla quale verso la fine del III secolo l’imperatore Massimiano impose il pagamento dell’annona per il mantenimento della corte imperiale. In questi territorio si svilupparono in età romana città importanti, meno numerose e quindi dotate di un proprio territorio più ampio rispetto a quello delle città del resto d’Italia. (Tav. V1).

Le prime sedi episcopali furono fondate nelle maggiori città[28]: a Milano e a Ravenna, circa nell’anno 200, poi ad Aquileia verso la metà del III secolo; nell’età precostantiniana non ci furono altre sedi notevoli a nord dell’Appennino; verso la fine del periodo costantiniano si aggiunsero Padova, Verona, Brescia, Bologna. Altre sedi furono create nel IV secolo: Como, Lodi, Novara, Concordia, Vercelli, Torino, Rimini, Imola, «Claterna», Modena, Parma, Piacenza, Tortona, Genova, Parenzo, Altino, Trento, Pavia, Bergamo, Spoleto, Gubbio, Chiusi, Firenze, Firenze, Lucca, Pisa, probabilmente già Siena, forse Perugia e Arezzo. Per quanto riguarda Cesena si parlerà più diffusamente in seguito della nascita e dello sviluppo della sua diocesi.

Nel momento in cui le antiche sedi episcopali erano ormai costituite[29], alla metà del secolo VI, prima dell’invasione longobarda, non tutte le circoscrizioni diocesane avevano corrispondenza con i territori delle città romane, perché non era infatti un criterio determinato delle autorità ecclesiastiche. Nell’insieme il quadro della riparazione territoriale non ne risultò sconvolto e soprattutto l’istituzione della sede vescovile aiutò i centri urbani (specialmente i minori) a sopravvivere alla grande crisi interna e alle invasioni: anzi venne accresciuta la funzione della città come centro vitale di un territorio. Dopo la pace costantiniana[30], nell’ambito territoriale civile della diocesi italiciana risultavano costituite due province ecclesiastiche, le quali facevano capo rispettivamente a Roma e a Milano, divenuta sede imperiale già dalla fine del III secolo con Massimiano. L’incursione unna, la guerra greco-gotica, ma soprattutto l’invasione dei Longobardi e la strutturazione politico-amministrativa da questi imposta determinarono variazioni molto più sensibili che per il passato nella organizzazione ecclesiastica diocesana. Scomparvero antiche diocesi, come «Claterna» e Brescello nell’Emilia: la prima, probabilmente per la guerra gotico-bizantina, la seconda per la distruzione operata nel settembre 603 da Agilulfo. Conseguenza dell’invasione longobarda[31] furono anche alcuni importanti trasferimenti delle sedi vescovili da una zona ad un’altra e alcune diocesi rimasero anche per un tempo prive di vescovo. Le nuove circoscrizioni civili longobarde si differenziarono per il loro ambito rispetto a quelle romane e alle ecclesiastiche: tutto questo riassetto, pacifico o violento che fosse, determinò un maggior divario fra le circoscrizioni politico amministrative, gli antichi territori municipali e le ecclesiastiche. Variazioni negli ambiti circoscrizionali delle diocesi furono determinati anche dalla stabilizzazione dei limiti fra i territori longobardi e bizantini. Nel secolo X ci furono ancora alcuni spostamenti di sedi vescovili a causa di incursioni barbariche. Dopo il Mille[32], poche furono le novità relative alle sedi vescovili, le novità maggiori riguardano la costituzione di nuovi metropoliti e arcivescovadi. Sullo scorcio del secolo XI Urbano II aveva iniziato un’ampia opera di ristrutturazione della Chiesa in Italia, in particolare nella zona del Tirreno e nell’Italia meridionale: istituisce nuove sedi e circoscrizioni primaziali in Italia, dove fino ad allora l’unico primate era stato il Papa.

 

 

2.2 La diffusione del cristianesimo a Cesena.

 

Forse è proprio Cesena (Tav. VII) la città romagnola per la quale bisogna attendere a lungo, anche più che a Forlì, Forlimpopoli e Cervia, la prima notizia dell’immissione del Cristianesimo e dell’esistenza di una diocesi[33]. La diffusione del cristianesimo a Cesena e nel suo territorio[34], la struttura dell’episcopato e l’inizio della vita monastica cominciano a manifestarsi quasi all’improvviso e con un certo ritardo rispetto agli centri della Romania, nell’ottobre del 603[35]. Nulla sappiamo prima di questa data e la lunga lista del protovescovo Filemone, di S. Manzio, dei vescovi Floriano e Gisulfo, dello stesso S. Severo molto venerato in Cesena, appartiene al mondo della fantasia. Se all’esordio del secolo VI già esisteva un monastero sulla vetta del monte Titano, come appariva da un racconto agiografico di Eugippio[36], l’attesa di scoprire a Cesena un monastero e anche un vescovo si prolunga fino all’anno 603. A questo anno infatti risale il primo documento ufficiale conservato relativo alla diocesi, che rende la notizia autentica e autorevole: papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Ravenna per affidargli un supplemento di indagine nella controversia, arrivata alla sede papale, fra il vescovo di Cesena, Concordius e Fortunatus abbas del monasterium[37] di San Lorenzo e Zenone, eletto dal precedente vescovo Natalis, e ora deposto dal successore e aveva provveduto ad una nuova nomina[38]. Gregorio Magno chiede di accertare se vi fosse una ragione manifesta per la deposizione dell’abate Fortunato, e, se la risposta fosse negativa, di reintegrarlo nella sua dignità. Non sappiamo quale fosse stato il motivo della disgrazia dell’abate Fortunato e ci sono in proposito due congetture[39] per spiegare questo episodio: o l’azione del vescovo è stata determinata da un atto di volontà, deliberata o capricciosa (questa era la tesi della parte che difendeva l’abate nella curia romana); oppure la controversia era determinata da motivi istituzionali o sacramentali, in qualche modo pertinenti all’ordinamento o al patrimonio del monasterium. È difficile pensare, in questo caso, ad un tentativo dell’abate di sottrarsi alla giurisdizione vescovile, sicuramente attestata anche di fronte al giudizio papale. Una tensione più verosimile potrebbe essere sorta di fronte al tentativo o alla richiesta da parte dell’abate di ottenere la consacrazione sacerdotale. Fortunato infatti è detto abbas, ma non abbas presbiter. Non si può dire come sia terminata la vicenda e, come questo, tanti altri avvenimenti dei prima secoli di storia del cristianesimo sono ancora nell’ombra. Di fatto questo documento è importantissimo, perché è il primo che testimonia realmente la vita della chiesa in Cesena. Nel 603 era di già avvenuta una successione vescovile e dunque potremmo far risalire prudentemente l’esistenza della diocesi alla seconda metà del secolo VI, mentre la sua origine rimane un mistero. I motivi di queste lacune sono molteplici[40], ma soprattutto legati alle distruzioni e dispersioni degli archivi, una serie di vicende che a Cesena sono state più gravi rispetto ad altre città, a partire dall’eccidio compiuto dai mercenari bretoni e inglesi il 3 febbraio 1377. A Cesena quindi non sono conservati documenti anteriori al 1042[41], e le scarse notizie riguardanti il periodo precedente l’anno mille, sono custodite nell’Archivio Arcivescovile di Ravenna. Oltre a ciò, la tradizione storiografica locale infida, arbitraria e senza un reale esercizio critico, non ha contribuito di certo a colmare queste gravi perdite. La primitiva storia della diffusione del cristianesimo a Cesena non si può scrivere proprio perché manca del tutto una tradizione storica che sia dotata di qualche verosimiglianza[42]. Partendo dall’episodio del 603, il tentativo di determinare l’esistenza dell’episcopato di Natale (si chiama così quindi il primo vescovo certo di Cesena di cui si ha memoria proprio perché ricordato insieme a Concordio nella famosa lettera di s. Gregorio al vescovo Mariniano[43]) dalla seconda metà del secolo VI non è sicuro[44], e non si può neppure pensare che la diocesi cesenate esistesse tra il 550 e il 600. L’episcopato di Natale potrebbe essere stato molto breve e comunque non anteriore al 600. Per il Lanzoni[45] è esistito nella seconda metà del secolo VI un vescovo di nome Natalis ed un vescovo di nome Concordius nel 603. Rimane l’annoso problema di stilare un elenco il più veritiero possibile che possa offrire un quadro generale della situazione della chiesa di Cesena nei primi secoli. A questo proposito è stata pubblicata all’interno della “Storia della Chiesa di Cesena”[46], in occasione della conclusione del Primo Sinodo della Diocesi di Cesena-Sarsina, una cronotassi dei vescovi, che in maniera chiara e completa, (Tav. VIII) propone un nuovo studio sulle origini del cristianesimo a Cesena ed una nuova cronotassi dei primi vescovi della città, avvalendosi naturalmente degli studi e degli scritti precedenti, ma formulando ipotesi diverse avvallate in particolare dalle scarse fonti e dai rarissimi documenti, a volte anche in contrasto con quello che gli storici locali hanno cercato di delineare, a volte in maniera fantastica e grossolana, nel corso dei secoli. C’è da considerare comunque completamente immaginaria la cronotassi dei vescovi che la tradizione cesenate ha ricostruito: esempio (di cui si parlerà più ampiamente qui di seguito) di questo è il fatto che nella foltissima lista di vescovi è presente anche San Filemone[47] (proprio il discepolo di s. Paolo!) e che il 182 dovrebbe essere la data di costruzione della Cattedrale[48]. Secondo il Lanzoni[49] sono da considerare non autentici molti personaggi dell’ambito religioso protagonisti della storia della città: prima di tutto i dodici martiri di Cesena riferiti al 21 luglio che li Bollandista Du Sollier (AS, iul., V, 163) credette di aver trovato nel martirologio Gerolimiano[50]e appartenenti a Cesarea di Cappadocia e a Cartagine. Gli antichi Bollandisti (AS, mai., V, 31-3) parlano pure di s. Manzio (Mancius o Mantius, nome gentilizio romano) e raccontano che era stato ucciso dai giudei a Ebora, nel Portogallo; Manzio, udita la fama della predicazione di Gesù, si sarebbe recato in Palestina e li avrebbe assistito all’ingresso di Gesù a Gerusalemme e all’Ultima Cena, sarebbe giunto lungo il suo peregrinare anche a Cesena, dove predicò, quindi sarebbe divenuto vescovo di Ebora nel 106, ordinato da s. Pietro[51]. Si diffuse[52] addirittura la credenza che lo stesso Manzio fosse nato alla periferia di Cesena, nel territorio di Tranzano[53]. Tutto questo fu sicuramente un’invenzione del cronista e inquisitore cesenate fra Bernardino Manzoni[54], uno dei più campanilistici scrittori del sec. XVII[55]. Stando al Manzoni e al Chiaramonti[56], Diocleziano avrebbe ucciso molti cristiani nella città. Antonio Casari di Cesena invece, vissuto intorno alla metà del secolo XVI, fu il primo compilatore di un catalogo cronologico dei vescovi cesenati. Il suo lavoro è perduto, ma tutti i cataloghi successivi, cominciando dalla Caesenae chronologia (an. 1643) di fra Bernardino Manzoni, l’Italia Sacra (an. 1644) dell’Ughelli e la Chronologica ad Caesenam Sacram appendix (an. 1644) dello stesso Bernardino, e i cataloghi mss. conservati nella Biblioteca Comunale, il primo dei quali risale al 1644c., dipendono più o meno dal Casari. La stessa abbondanza di nomi del catalogo casariano nei primi secoli, quando si pensi alla povertà di pressochè tutti gli altri cataloghi italiani di quel tempo, al naufragio dei documenti ecclesiastici antichi delle nostre diocesi, agli incendi che nel medioevo desolarono Cesena al pari delle altre città romagnole, lascia molto perplessi. Il Casari dichiarava di aver usufruito per i primi secoli, se non di antichi documenti, di scrittori umanisti cesenati della seconda metà del XV e della prima metà del XVI, i cui lavori più non si trovano; queste perdite non costituiscono una grave iattura della storiografia cesenate, perché, come si raccoglie dai cataloghi derivati dal Casari, egli adoperava ad ogni passo false citazioni di vecchie fonti, lezioni scorrette ed erronee interpretazioni di monumenti e documenti ancora esistenti, deduzioni o induzioni affatto arbitrarie, anacronismi grossolani, confusioni incredibili ecc.[57] Scipione Chiaramonti[58] mutò il nome di Silemone, indicato come protovescovo presso il Casari, in Filemone, identificandolo arbitrariamente col destinatario dell’epistola di s. Paolo a Filemone (ironica e sicuramente emblematica è la domanda che Kehr[59] pone ai suoi lettori a questo proposito: sed quis credulus hoc putet?, proprio per indicare quanto fosse improbabile la cosa!); forse perché lesse nel catalogo del Casari e nelle fonti di costui che il primo evangelizzatore di Cesena sarebbe stato il famoso discepolo di s. Paolo, s. Timoteo, e le fonti del Casari appoggiavano questa diceria con l’autorità degli storici Cassiodoro e Eusebio, che però non ne fanno menzione[60]. Da questi primi accenni si comprende quanto poca fosse la serietà delle compilazioni di quel Verardi, di quel Bonzelli e di quegli altri scrittori cesenati del XV o XVI secolo[61], che il Casari citava in conferma delle sue affermazioni. La storia e la leggenda stessa dei santi non hanno legami con Cesena, e non furono mai venerati. Segue in questa ipotetica cronotassi[62] il vescovo Isidorus. In conferma dell’episcopato e del martirio di questo preteso greco, che si disse fosse stato ordinato nientemeno che da papa Anacleto, gli scrittori locali citavano «una memoria autentica dell’archivio dell’arcivescovado di Ravenna», memoria mai veduta e conosciuta da alcuno, e, per giunta tanto incredibile. Dal 150 al 232 viene riportato, sempre dal Lanzoni[63], il pontificato portentosamente lungo di un anonimo, posto tra Isidorus e il seguente Ignatius. Per non lasciare senza qualche particolare notizia questo spazio di tempo, il Casari e le sue fonti riferirono che nel 192 papa Eleuterio (174-89c.), reduce da Pavia, avrebbe consacrato in onore di s. Giovanni Battista la cattedrale di Cesena eretta sul colle Garampo. Il Kehr[64] parla di «impudens fabula».

Segue nell’elenco del Lanzoni il vescovo Ignatius[65]. Il Manzoni[66] registra tre personaggi di nome Ignatius: l’uno nel 232, l’altro nel 403, e il terzo nel 539. Scipione Chiaramonti[67] invece parla di un solo Ignazio, da alcuni «minori fide», come egli scrive, collocando nel 232 da altri, cioè dal Casari, come si rivela dallo stesso Manzoni[68], posto nel 403. Si tratta dunque di uno sdoppiamento di un unico Ignazio, che proviene dal solito Verardi, fonte del Casari; il quale raccontò che un Ignazio, vescovo di Cesena, greco di Salamina, avrebbe distrutto in Cesena un tempio di Giove, e sarebbe intervenuto al Concilio di Efeso (a. 431) sotto papa Ponziano I (203-5)! Il Casari (stando al Manzoni[69]) avrebbe coretto la falsa cronologia del Verardi, trasportando Ignazio nel 403 «sub Innocentio I». Ma Verardi da dove ha desunto quell’Ignazio? Probabilmente per Lanzoni[70] dalla sua fantasia o da un’altra fonte. Lanzoni inserisce un vescovo «Florianus a Sinna» nel 313[71]. Quale fu la sede episcopale di questo vescovo? Nessuno degli eruditi pensò che si potesse trattare di trattare di Sena gallica (oggi Senigallia), o da Senia in Dalmazia, o da Signia del Lazio, o Sciscia, città dell’Illirico. Il Baldoino e alcuni scrittori cesenati, tra cui Baronio[72], interpretò Cinna o Sinna per Caesena. Certo questa opinione risulta insostenibile, perché nell’antichità Cesena fu denominata Caesena, Cesena, ma mai Sena o Sina. Il Lanzoni[73] parla successivamente anche di un P.? a. 326? Ignoto al Chiaramonti, fu derivato dal Manzoni[74] come egli scrive da un «vetusissimo manuscripto tabulario». Ma gli scrittori municipali del secolo XVII[75] solevano appellare vetustissimi, antiquissimi documenti di appena cento anni prima. Ad ogni modo, tutto quello che sappiamo della credulità del Manzoni ci obbliga a collocare questo ignoto P. in posizione isolata. I cronografi cesenati del secolo XVII fecero poi una lista dei primi vescovi e secondo il loro ordine furono in successione: Natalis, a. 324-36, Concordius, a. 350, Gregorius, a. 361. Il primo era romano e ambasciatore di papa Marco (a. 336) o di papa Giuliano (337-52) all’imperatore Costantino II (337-40); il secondo era trevigiano, vissuto al tempo di papa Liberio (352-66); il terzo era pavese, martire sotto Giuliano l’Apostata. Questi cronografi pretesero di accreditare tali fandonie con l’autorità di Eusebio, di Ammiano Marcellino, di Girolamo de Rossi, storico ravennate del secolo XVI e dell’archivio arcivescovile ravennate, che nulla in realtà contiene di quello che si è detto. Ora si può appena dubitare[76] che questa pretesa coppia Natalis e Concordius del sec. IV non sia quella stessa autentica del sec. VI-VII. Ancora nella cronologia del Lanzoni è da aggiungere lo sdoppiamento e il successivo triplicamento di un vescovo Ignatius di cui si è già detto parlando di Ignatius I e un certo Veranus, 465, che il Casari leggendo nel sinodo del 465 un Veranus senza sede lo inserì nella lista dei vescovi cesenati. Di seguito ci furono: Eusebius che, del 539, secondo il Manzoni[77], sarebbe intervenuto al concilio di Calcedonia, dove nessun vescovo italiano fu presente, eccetto i legati pontifici; l’attribuzione a Cesena di un Florianus (313) o Flavianus che appartiene a Siena[78] (a proposito di questo Burchi[79] tiene a precisare che l’errore è riferito anche al vescovo Eusebius, pure lui di Siena: essi erano senenses, non caesenantes); Ignatius III nel 539 (è noto come Casari inserì un solo vescovo di Cesena con il nome di Ignazio, ma che si trovò triplicato); un fantomatico Gisulphus (o Gisulfo o Sisulfo o Siculfo) situato nel periodo della guerra greco-gotica[80]e collocato dallo stesso re Totila nel seggio Cesenate; il trasferimento (sempre per opera di Antonio Cesari) di un vescovo Florus attestato nel 680, a un secolo prima[81]. Tutto questo dimostra come grande è la confusione in questa cronotassi degli antichi vescovi di Cesena, che, anche secondo il Mansuelli[82] è fra le più confuse dell’Emilia, aggravata dal fatto che anche la documentazione archeologica non rende nessun contributo.

 

Più complesso è il tentativo di comprendere la vicenda della leggenda di San Severo, venerato come vescovo e protettore della città a partire del secolo XIV[83]. Kehr[84] pone s. Severo inter episcopos peculiari memoria e indica l’anno della sua morte il 571. Documenti più antichi che affermano l’episcopato di s. Severo in Cesena sono:

1.     la Vita in latino del santo è pubblicata dal Chiaramonti[85], dall’Ughelli[86], dai Bollandisti[87], e dal p. Zaccaria[88], da un breviario nell’Archivio Capitolare e appartenente al tempo di Antonio Malatesta, vescovo di Cesena (1435-1475); secondo questa Vita al tempo di papa Pelagio, di Agnello arcivescovo di Ravenna, di Giustino II imperatore e di Narsete patrizio, venne a Cesena (da dove non si dice) un fanciullo columbine simplicitatis per nome Severo, e vi fu ordinato diacono. Dopo non lungo tempo, morto il vescovo ordinante, mentre il clero e il popolo era radunato nella cattedrale per eleggere il successore, ecce per fenestram ecclesie advenit columba, nive candidior, caelitus missa; per ecclesiam volitans, diuque circumiens, tandem super caput beate requievit Severi. In seguito a questo miracolo Severo è acclamato pastore.

2.     Un martirologio cesenate del secolo XV, dove nel giorno 6 luglio c’era un elogio del vescovo di Cesena;

3.     Bernardino Manzoni[89] racconta di aver posseduto una vita in volgare, manoscritta che iniziava: Vita di s. Severo, cittadino et vescovo di Cesena. Severo nacque in Cesena nel 537;

4.     Un Officium di s. Severo, recitato a Cesena fin verso la metà del secolo XVII, contenuto nel breviario Malatestiano di cui si è detto prima;

5.     In un breviario, diverso da quello di prima, del secolo XV, nell’archivio dei canonici di Cesena si legge nel calendario, al 6 luglio: “...Et s. Severi episcopi et confessoris Cesene per Spiritum Sanctum”; e nel corpo del breviario: “In festo sancti Severi, episcopi de Cesena”;

6.     Un’iscrizione metrica del 1440, scolpita nella chiesa di s. Severo a Cesena[90], dalla quale si possono ricavare informazioni, riguardo in particolare la sua acclamazione a vescovo.

Questi sei documenti sono le più antiche memorie del culto prestato a s. Severo, vescovo di Cesena[91]. Il problema della cronologia della composizione della Vita di S. Severo e della sua leggenda[92] è strettamente legato al problema della Cattedrale: vi si legge infatti che i miracoli di s. Severo venivano compiuti nella Cattedrale intitolata a San Giovanni Evangelista. In questa notizia si osserva la proiezione nel passato di una situazione che si era verificata dopo l’eccidio di Cesena compiuto dai Bretoni (1377), quando fungeva provvisoriamente come cattedrale la chiesa di San Giovanni Evangelista[93] alle pendici del monte Garampo, in attesa che fosse ricostruita nel centro della città la cattedrale che era intitolata a San Giovanni Battista. (Questa cattedrale, di cui si parlerà diffusamente più avanti, era anticamente situata all’interno della rocca, e per questo detta Murata[94]). Lanzoni[95] era convinto che l’autore della Vita di S. Severo vivesse in un tempo in cui la falsa opinione sulla cattedrale era formata e comunemente accettata, quindi la Vita di S. Severo doveva essere posteriore al primo decennio almeno del XV secolo[96]. Questo rilievo era collegato a una cronologia che, ancora al tempo i cui scriveva il Lanzoni, si riteneva sicura: ossia che la costruzione della nuova cattedrale di San Giovanni Battista si cominciasse nel 1408 e fosse compiuta nel 1412. Invece il periodo della nuova edificazione del duomo deve essere ristretto dal 1390 al 1403 ca.[97], come ha scoperto il Burchi[98], dopo aver ritrovato nell’Archivio vescovile un manoscritto che contiene gli atti di nomina del capitolo cattedrale del medesimo periodo[99]. Per questo motivo, se nella Vita di S. Severo si legge che il duomo di Cesena è intitolato a San Giovanni Evangelista, sarà presumibile che il racconto agiografico fosse compilato in un periodo non lontano dal 1390ca., quando poteva essersi diffusa l’erronea convinzione che il medesimo edificio sacro fosse l’antica cattedrale della città[100]. Ogni altro tentativo di collocazione della cronologia di San Severo è solo pseudostorico. L’autore della Vita, probabilmente cesenate, dista dagli avvenimenti da lui narrati circa otto secoli e mezzo. Egli inoltre cade in vari errori e sembra proprio che il nostro abbia desunto dalla Vita di S. Severo vescovo di Ravenna la nostra storia. Gli episodi della elezione episcopale per opera della colomba, la morte del vescovo in chiesa in mezzo al clero e al popolo si trovano quasi nella stessa maniera e con le medesime frasi della leggenda ravennate. Quindi per il Lanzoni[101] o il titolare della ecclesia s. Severi in Cesena era da prima il s. Severo di Ravenna, e fu trasformato dall’errore popolare in vescovo diocesano; o il titolare era veramente un vescovo diocesano e il leggendista, ignorandone la vita, gli ha attribuito la leggenda del santo ravennate; oppure (cosa meno probabile) il titolare della chiesa era un s. Severo, diverso dallo stesso vescovo di Ravenna, il popolo lo creò vescovo della città e il leggendista gli appropriò la leggenda ravennate[102]. Rimane pur sempre il dubbio se almeno nel VI secolo fossero già costituite le strutture dell’episcopato cesenate. Dal primo documento autentico che appartiene al 603 non si può dedurre l’esistenza di un vescovo nel secolo anteriore. Di diverso parere appare invece il Lanzoni[103], il quale pone una analogia tra la città di Claterna (città scomparsa, a circa 13 miglia da Forum Cornelii Imola) che non aveva un vescovo tra il IV-V sec. e Caesena. A causa della completa oscurità dell’esperienza religiosa di Claterna o di Caesena nel IV-V sec., rimane pur sempre il fatto che un argomento per analogia non ha valore di prova[104].

 

Continuando l’esame della lettera inviata da papa Gregorio Magno al vescovo di Ravenna, Mariniano, si inserisce un altro interrogativo: dove era posto questo monasterium di san Lorenzo e Zenone, di cui Fortunato era abate?

L’opinione dell’annalistica cesenate [105] era concorde nel situare la posizione del monastero maschile in prossimità dell’antica cattedrale e del castello. Si è pensato, a torto, che il fondo Calancus, attestato in una carta del 1042 come luogo nel quale sorgeva il monastero, fosse limitrofo al colle Garampo. L’errore nacque dalla sbagliata lettura delle intenzioni del vescovo Giovanni con l’istituzione della vita comune del clero addetto alla cattedrale, che veniva provvisto anche del monasterium di San Lorenzo e Zenone. Continuando il fraintendimento si è voluto dedurre[106] che il monastero fosse adibito a residenza dei canonici e dunque vicino alla cattedrale di s. Giovanni Battista. In realtà una carta di donazione del 1042 nulla autorizza una tale deduzione[107]: una disposizione vescovile sul monastero come nuova residenza canonicale non c’è. Al contrario, con il monasterium Sancti Laurentii et Zenonis, che è soltanto descritto come bene immobile, si apre la lista dei possedimenti donati dal vescovo al capitolo della cattedrale. Non è mai stata trovata traccia o indicazione di un toponimo di nome Calancus nella zona collinare del Garampo. Un fondo Calanco era situato nell’area compresa tra Madonna delle Rose e la contrada adiacente che ha il nome Valdoca. Forse Calancus indicava la particolare caratteristica del suolo che ancora oggi ha una pendenza irregolare e accentuata. Il toponimo è probabilmente rimasto anche in epoca successiva. Il 2 ottobre 1467 Girolamo Dandini, canonico dell’episcopato, vendeva un orto posto nella contrada di San Zenone foris «in fundo Calanchi»[108]. Nel 1566 la chiesa di san Zenone «vecchio» era in rovina a causa dell’incuria del suo titolare e nel 1591 «quasi diruta»[109]. Dal questionario vescovile del 1684 si apprende che «la chiesa di S. Maria di Monteroso fu edificata nell’anno 1605 nella forma che oggidì si trova sopra il sito e fondamenti della chiesa vecchia di S. Zenone con la materia di detta chiesa»[110]. In realtà alcuni dati riuniti insieme consentono di poter dire, senza pericolo di confonderli, che c’erano un monastero di San Lorenzo e Zenone, la chiesa di San Zenone dentro le mura (intus) della cerchi urbana, e l’abbazia di San Lorenzo situata i prossimità del fiume Savio. Sicuramente la struttura giuridica e amministrativa del monastero di San Lorenzo e Zenone, non era certo collegata alla vita contemplativa e attiva della regola di s. Benedetto[111].

Per quanto riguarda i rapporti tra Cesena e Ravenna, essi sono stati sempre molto intensi e nel corso della storia non sono mancati conflitti, soprattutto originati da un desiderio di indipendenza della chiesa cesenate In particolare però c’è un episodio datato 5 ottobre 649 che mostra come questi conflitti venissero a volte superati per lasciar posto alla collaborazione e comunione di intenti tra le due diocesi. In questa data, celebrato il concilio lateranense da papa Martino I contro l’eresia dei monoteliti, l’arcivescovo di Ravenna Mauro, che non vi partecipò di persona, fu rappresentato dall’omonimo vescovo di Cesena: forse era premeditata l’assenza dell’arcivescovo, che coltivava speranze e progetti di indipendenza dalla chiesa di Roma. Il vescovo cesenate Mauro prese anche la parola, presentando la lettera di delega del suo collega ravennate e per aderire alla dottrina del papa contro i monoteliti. Questo episodio non testimonia tanto la dipendenza della chiesa di Cesena da quella di Ravenna, quanto piuttosto[112] il clima di cresciuta tensione tra Roma e Ravenna. Si è ritenuto che tale delega scaturisse da un rapporto di suffraganeità della sede cesenate da quella ravennate. Tale episodio è soprattutto una testimonianza certa che nell’ottobre del 649 era presente a Cesena un vescovo di nome Mauro, offrendo un dato certo alla nostra cronotassi dei vescovi. Al contrario, la prima testimonianza dell’aggregazione della diocesi cesenate alla sede di Ravenna è tramandata nel decreto che l’arcivescovo di Ravenna Mauro (fu sul soglio episcopale probabilmente dal 642 al 671) ottenne dall’imperatore d’oriente Costante II (1 marzo 666). Tale decreto riconosceva l’autocefalia della chiesa ravennate, con giurisdizione metropolitica anche su Cesena, secondo un documento apocrifo, confezionato probabilmente nella sua cancelleria e sotto la sua ispirazione, da cui appariva che Valentiniano III verso il 403 aveva concesso ai successori di s. Apollinare la potestà metropolitica su Sarsina, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Brescello, Voghera e Adria. Costante II concesse l’autocefalia con decreto del 1 marzo 666[113]. Il documento di Valentiniano era falso, ma conteneva alcune verità destinate a renderlo credibile, una di queste è che già nel V secolo, insignito del titolo di arcivescovo e di metropolita di alcuni vescovadi della Flaminia, il vescovo esercitasse questi pieni poteri anche sul vescovo e la diocesi di Cesena, forse Sarsina, Forlimpopoli che dipendevano quindi da Ravenna[114]; non si poteva sostenere che la Chiesa cesenate fosse soggetta a Ravenna dal sec. V se non si fosse trovata da almeno alcuni decenni in quella condizione. In anni recenti è stata espressa qualche perplessità circa tale interpretazione[115], ma ciò non ostante sembra ragionevole ritenere[116] che dalla metà del VII sec. anche la diocesi cesenate, assieme alle altre della regione, facesse già parte della provincia ecclesiastica della capitale esarcale[117]. Poiché il modo di agire dell’abate Fortunato e del vescovo Concordio lascia chiaramente pensare che nel 603 Cesena era soggetta al patriarcato romano ed anche la lettera di Gregorio a Mariano costituisce una prova che il papa esercitava ancora la sua autorità metropolitica su di essa, consegue che il passaggio dovette avvenire tra il 603 e il 649[118]. Non si sa quale esito abbia avuto tale controversia, ma già la S. Sede mostrava nei suoi indirizzi ecclesiali di voler assumere e mantenere il controllo degli episcopati locali e di frenare ogni possibile tendenza di autonomia della già affermata sede ravennate[119]. È presumibile che i papi, sull’esempio di Gregorio Magno, riprendessero e, nei limiti del possibile accentuassero il controllo su Ravenna per mantenerla nella comunione romana mediante l’invio di nunzi e visitatori apostolici o delegando i vescovi di Rimini e poi di Ficocle, allora strettamente dipendenti da Roma, a compiere queste delicate missioni a sostegno della diplomazia pontificia, in occasione di vacanza della sede metropolitica o in casi di particolare emergenza e conflittualità[120]. Nei secoli VIII e IX la storia religiosa rimane però "un buco nero"[121], e molto incerta risulta la successione dei vescovi di Cesena. Si incominciò a registrare una nuova fase nelle relazioni di questi centri religiosi caratterizzata dalla presenza emergente nelle terre esarcali dei programmi temporali dei papi, nel vivo del generale conflitto fra Bizantini, Langobardi e Carolingi, che coinvolse anche questa regione, come epicentro delle operazioni militari. Il castrum Cesene, la valle del Savio e il territorio circostante assunsero ben presto un’importanza strategico-itineraria per mantenere operanti, se del caso intensificare, le comunicazioni tra Roma e Ravenna e viceversa[122]. Se i rapporti tra Ravenna e Roma restarono difficili soprattutto sul piano politico in età carolingia, coinvolgendo anche il controverso controllo della città di Cesena, che le fonti papali denunciano come usurpato, assieme ad altri beni e diritti, dagli arcivescovi di Ravenna[123], la situazione tese in seguito a migliorare fino a raggiungere nel clima della sancta romana respublica ottoniana, tra X e XI secolo, forme di intesa e collaborazione tra papato e impero.

Per l’età longobarda e carolingia si conoscono solo i nomi di due vescovi cesenati che compaiono e si sottoscrivono in concili e sinodi romani: Floro, che partecipa il 27 marzo 680 al concilio romano convocato da papa Agatone contro i monoteliti e Antonino, che con Giovanni, vescovo di Faenza, rappresenta l’arcivescovo ravennate Sergio nel concilio radunato da Stefano III tra il 12 e il 14 aprile 769. Nella sua cronotassi dei vescovi, il Burchi[124] inserisce tra Floro e Antonino l’episcopato di un altro vescovo: Marco. Nel 1959, durante i restauri della Cattedrale voluti da S. E. Mons. A. Gianfranceschi, venne infatti ritrovata una lastra muraria con l’immagine di meridiana e una cassetta di piombo (che conteneva briciole di piombo e polvere di ossa). Si tratta dell’epigrafe più antica conservata in cattedrale, in fondo sulla navata sinistra, una lastra fittile quadrata, assai danneggiata, specie ai bordi alti, bipartita: nella metà superiore c’è lo specchio epigrafico, in quello inferiore una meridiana declinante. L’orologio solare è formato da 13 linee orarie ben tracciate e confluenti sul foro (centro della lastra) che conteneva lo gnomone proiettante la sua ombra, durante le varie ore del giorno, sul quadrante (secondo una tipologia molto frequente in età medioevale, usata soprattutto all’esterno di edifici sacri prospicienti aree pubbliche e di transito). Ai lati della lastra (fatta eccezione per l’inferiore) corre una linea-cornice; la parte epigrafica rileva quattro linee-guida che segmentano su tre righe il testo, sormontato da uno spazio rettangolare decorato con tre croci ad estremità patenti incise a tondo, contenente anche due sopralineature che afferiscono alla prima linea del testo. Difficile è apparsa una concorde interpretazione della iscrizione che la lastra portava. Questa l’interpretazione del Burchi: MARC(us) EP(iscopus) A FUNDA/ MENTIS RENOVAVI/ PER IND(i)C(ionem) QUINTAM. Apparve evidente [125]che il vescovo in questione fosse Marco. In passato altri storici locali identificarono il vescovo in MALESARDUS (Gregorio Malesardi, 1405 dicembre 2-1419 maggio 6)[126]. Del tutto privo di fondamento appare l’identificazione del vescovo Malesardi per tre ragioni[127] la prima di tipo onomastico, in quanto l’abbreviazione riguarda il nome del vescovo, mentre Malesardi è il cognome; la seconda di tipo cronologico, in considerazione del fatto che l’epigrafe mostra chiaramente peculiarità altomedievali, ed il Malesardi è di età Malatestiana; la terza riguarda il contenuto, che non può avere attinenza con l’operato del vescovo Gregorio, al quale erroneamente fu attribuita lettura del presente testo epigrafico e delle valutazioni conseguite al suo ritrovamento[128], mentre al Malesardi spetta soltanto il completamento della chiesa. Erronea[129] anche la lettura del Burchi che pone il vescovo Marco, e per tramite esclusivo di questa epigrafe, nella cronotassi cesenate tra Floro (..680...) e Antonino (...769…) con labile identificazione cronologica [130]. Inoltre è proprio l’abbreviazione onomastica episcopale MARC a mal tollerare lo scioglimento in MARC(VS), vale a dire con la sola desinenza nominativa; non si giustificherebbero, infatti sia la sopralineatura con abbreviazioni per contrazione, sia la sopralineatura per troncamento. È il Vasina nella “Storia di Cesena”[131] a parlare di “epigrafe attribuibile al vescovo Marinace”. Anche il Mengozzi[132] attribuisce l’epigrafe al vescovo Marinace (...1016 aprile 30-1026 settembre 11...) e databile al 1022 per l’indizione, presenta un problema di lettura proprio nell’onomastica episcopale. Il testo va così letto: MAR(INA)C(IVS) EP(ISCOPV)S A FVNDA/ MENTIS RENOVAVIT/ PER IND(I)C(TIONEM) QUINTAM. Dal punto di vista strettamente epigrafico il testo mostra lettere a coda di rondine, ductus irregolare, solco non molto profondo (evidente anche la consumazione dovuta al reimpiego e alle traversie), altezza delle lettere non uniforme, numerosi nessi, sopralineatura -molto tecnica ed epigraficamente precisa- in MARC, EPS, INDC, che indica abbreviazione per contrazione, mentre MARC e INDC presentano pure, sulla fine della parola, abbreviazione per troncamento tramite linea verticale. L’ampia sfogliatura dell’alto margine destro potrebbe celare le letture RENOVAVI o RENOVAVIT, ma è preferibile la seconda in quanto i testi epigrafici in maniera preponderante parlano in terza persona. Difficile è dire infine dove fosse collocata questa lastra. Si possono fare solo ipotesi. Certamente la lastra fu utilizzata come chiusino di loculo ossuario per due volte, come mostra il Verdoni[133], certamente l’epigrafe-meridiana in origine fu murata all’aperto (come denuncia la tipologia declinante) ed in luogo frequentato, per una vista-consultazione quotidiana di pubblica utilità. Indubbia è anche la collocazione non originaria nella cattedrale nuova. Il Verdoni[134] ipotizza che l’iscrizione potesse provenire dal monastero dei Ss. Lorenzo e Zenone; Il Burchi[135] afferma: ”Dove fosse applicata questa lastra con l’immagine di meridiana, è difficile dire. L’edificio rifatto dal vescovo sarà stato, probabilmente, una chiesa o un campanile”. Per il Sirotti[136] il cimelio sarebbe appartenuto alla vecchia Cattedrale sullo Sterlino. Il Mengozzi[137] afferma che la spiegazione più logica da dare è che la lastra provenga da un edificio religioso; difficile dire quale, anche se è naturale, in prima istanza, pensare ad un trasferimento dalla vecchia alla nuova cattedrale. È necessario attendere il 30 settembre 892 per disporre di un altro documento che metta in luce la base del patrimonio e del dominio locale del vescovo e che può porre un altro tassello della storia della chiesa di Cesena. È la pergamena 1925, conservata all’Archivio Arcivescovile di Ravenna. Questa è, allo stato attuale, la più antica carta che si conosca per la storia di Cesena e fu scoperta dall’archivista e storico ravennate Girolamo Zattoni. Il 30 settembre 892 i coniugi Grippo e Maria e Upalto ottengono in enfiteusi dal vescovo di Cesena Petronace dei terreni da coltivare, una casa, delle terre sotto il castello, un mulino, ma lo stesso vescovo dichiara di voler tenere per sé la terra che Imelperga aveva donato al prete Floro, che la aveva ricevuta a nome del vescovo Ilaro. È chiaro che Ilaro resse la chiesa di Cesena prima di Petronace. Quanto a Floro, secondo Lanzoni[138], doveva essere un personaggio di rilievo, forse il vescovo Floro dell’861. Il vescovo concede tutto con il consenso dei preti e dei diaconi della chiesa cattedrale.

C’è anche un’altra pergamena, sicuramente più leggibile per le sue condizioni, in data 5 febbraio 914: l’arcivescovo di Ravenna Giovanni dà in enfiteusi a Rodolfo e i suoi discendenti cinque appezzamenti di terreno nel territorio di Cesena, non lontano dal Castello[139]. Se ne ricava fra l’altro per la prima volta una visione abbastanza articolata delle chiese cesenati e dei loro diritti nell’area urbana. In particolare il primo appezzamento si chiamava Petra e confina da due lati con i beni dello stesso s. Martino, il secondo era posto in s. Emiliano ed aveva da un lato la vigna del Segretario e i beni di s. Zenone, il terzo è denominato Troverella ed aveva una parte dei beni di s. Vincenzo, un campus indomnicatus della chiesa cesenate, cioè amministrato direttamente dal dominus, il vescovo cittadino, il quarto era detto Mulino e confinava con il fiume Savio, il quinto si trovava «non longe ad Montem Sancti Martini qui vocatur in Strata» e confinante con le proprietà di Giovanni tabellione (notaio). Fantuzzi[140] legge in luogo di «non longe ad Montem», «non longe a monasterio». Burchi[141] si limita a dire che l’espressione «non longe ad montem (a monasterio) Sancti Martini qui vocatur in Strata» dovrà leggersi «non longe ad pontem Sancti Martini qui vocatur in Fossa». Questa è l’unica testimonianza di un monastero, situato non lontano dal muro pubblico di Cesena. Non si può che individuare la posizione di questo monastero nella zona compresa tra le pendici del Garampo e il fiume Savio, non lontano dal muro pubblico di Cesena. Qui infatti esiste ancora oggi il ponte di San Martino e sopravvive la tradizione del passaggio del fiume Savio sotto il medesimo ponte ancora nel 1393. Non si può escludere anche che, in un’epoca non determinata, il monastero di San Martino in Strada si fosse trasformato nella chiesa di San Martino in Fossa, per la quale disponiamo di notizie sicure che siano anteriori al 1480[142].

Vari decenni dopo assumono un qualche rilievo nel Cesenate[143], in una località denominata Turris, forse adiacente all’area urbana, i diritti del monastero benedettino femminile ravennate di S. Maria in Cesareo, peraltro riconosciuti nel 981 dall’imperatore Ottone II[144]; tali diritti, esercitati per qualche tempo dalla badessa[145], dovettero essere contestati dall’arcivescovo, dal momento che nel 1018 a Cesena, davanti alla porta del «castello detto nuovo» e alla presenza di Martinace vescovo cittadino e di altri chierici e laici del luogo, il presule ravennate Arnaldo, assieme ad alcuni notabili, dovette restituire, a seguito di un giudizio sfavorevole, ad Idelgarda, badessa dei monasteri di S. Andrea Maggiore e di S. Maria in Cesareo (nel frattempo questo cenobio si era unito a quello) il possesso detto Turris[146]. Pochi anni dopo, attorno al 1022, un tenace assertore dei diritti della sua chiesa soprattutto nel cesenate, l’arcivescovo Eriberto, chiamato in causa nella veste di senior (signore feudale) da alcuni suoi dipendenti, i conti Ugo ed Ubaldo, nipoti del già ricordato conte Lamberto, per una presunta invasione di beni e diritti già tenuti dal loro avo (1/3 della città di Cesena, il monte de Athalingo, nelle sue vicinanze, con tutte le pertinenze e ogni funzione pubblica, 1/3 del comitato Cesenate e dei beni in esso ubicati, 1/3 del comitato di Cervia e dei possessi ivi situati!), esce invece vincente da un placito presieduto dal giudice Raimondo della città di Forlì[147]. Altri cospicui diritti patrimoniali della chiesa di Ravenna in Cesena sono testimoniati in seguito: nel 1055 «nel borgo della città cesenate», e ancora nel 1103, quando Ottone, eletto arcivescovo di Ravenna investe Pietro detto de Rigiça e Gasdia sua consorte di un mulino “dominicale“ sul Cesenula, sulla riva detta Taliata[148].

La Vita Mauri di s. Pier Damiani è l’unica e suggestiva fonte della biografia di Mauro; l’opera è indatabile: si è pensato al periodo del vescovo Giovanni di Cesena (...1031-1053…), un amico dello stesso Pier Damiani, che gli ha dedicato un opuscolo sui gradi della parentela[149]. Il periodo della composizione sarebbe[150] molto largo: dal 1031 ca. Al 1072, anno della morte di Pier Damiani. Per quanto la vita del santo non sia dedicata al vescovo Giovanni, una recente revisione critica della biografia e delle opere di Pier Damiani ha consentito di scoprire che egli ha cercato e ottenuto amicizia con Giovanni vescovo di Cesena dopo la morte dell’arcivescovo ravennate Gebeardo (1044)[151]. Sappiamo che le origini della abbazia di S. Maria del Monte sono legate strettamente all’esperienza eremitica del vescovo cesenate Mauro, per il Kehr[152] s. Maurus II, Caesenatum protector, (successore di Petronace?). Racconta s. Pier Damiani nella Vita Mauri che Mauro, mentre era vescovo, cominciò a cercare con premura un luogo dove allontanarsi da tutto e unirsi a Dio. Il luogo prescelto, che distava quattro stadi dalla città ed era chiamato Saltus Spatiani, era un promontorio rivestito di boschi, ben arrotondato e consentiva la vista dell’intera diocesi. Dopo aver chiesto il consenso al pontefice romano, Mauro fabbricò per sé una celletta con una piccola chiesa dove si ritirava nel tempo quaresimale per dedicarsi alla preghiera e al digiuno. In questo luogo Mauro venne anche sepolto, e il suo corpo collocato nella chiesetta che aveva costruito. S. Pier Damiani[153] ricorda che Mauro, nipote di un pontefice (forse Giovanni X), era divenuto vescovo di Cesena in un periodo lontano, quando la chiesa Romana aveva nell’Esarcato giurisdizione assai più estese di quel che appariva nel secolo XI. S. Pier Damiani omette i nomi dell’imperatore e del pontefice che allora regnavano, perché ormai non più conosciuti. La notizia della vita di Mauro era pervenuta attraverso tradizioni orali, e non molto tempo prima che il santo cominciasse a scrivere la Vita, esisteva ancora un uomo vecchissimo che dichiarava di aver visto un vescovo di Cesena, Costanzo, nipote del beato Mauro[154]. Con un calcolo cronologico fondato sulla buona conoscenza della cronotassi dei vescovi di Cesena nei secoli IX-X, il Lanzoni[155] era in grado di stabilire che l’episcopato di Mauro si concluse tra il 892 e il 955[156]; per Dolcini[157] c’è la possibilità forse di dilatare in termini temporali il periodo di questo episcopato, anche se il problema appare ancora[158] irrisolto; ulteriori ipotesi cronologiche sull’episcopato di Mauro furono avanzate da Leandro Novelli (945-955)[159].

S. Pier Damiani infatti racconta che l’elezione vescovile di Mauro era avvenuta allorquando la chiesa Romana aveva più larga giurisdizione e possedeva anche la città di Cesena. E, se questa affermazione è esatta, sembra opportuno scendere al di sotto del sec. X, o almeno al di sotto del periodo in cui è avvenuta la restituzione dei comitati romagnoli -anche quello di Cesena- alla chiesa Romana[160]. Il riferimento storico compiuto da Pier Damiani non è pertinente con il processo di restituzione (999\1001), mentre può avere qualche valore la vicenda del passaggio dell’Esarcato dal dominio pontificio al regno d’Italia. Si può allora pensare che l’esperienza eremitica di Mauro fosse anteriore agli ultimi decenni del sec. IX. Senza dubbio, la Vita Mauri informa in modo esauriente sui progetti e sui criteri di riforma pastorale che si erano diffusi in area ravennate dopo il 1040.

In questo contesto cominciano ad avere grande importanza le comunità monacali, come quella istituita da s. Benedetto di Norcia, si occupano di organizzare la vita produttiva nelle campagne, di rianimare le tecniche, in particolare quelle agricole, e il monachesimo, specialmente quello che si riconduce alla regola «ora et labora» è l’unica manifestazione che la società oppone alle tendenze degeneratrici che si affermano all’interno della chiesa stessa.

L’origine dell’abbazia di S. Maria del Monte (1001-1026) rappresenta un problema ancora aperto e complesso[161], perché era opinione comune a molti autori[162] che San Mauro fosse il fondatore della badia. Questa tesi venne messa in dubbio da molti altri studiosi come ad esempio Muratori[163] e superata dal Lanzoni[164], proprio perché l’esperienza religiosa di Mauro era eremitica. Probabilmente la stessa abbazia fu ampliata dopo l’anno 1000[165]. Una nuova lettura della Vita Mauri ci consente di stabilire che la fondazione dell’abbazia è avvenuta nel sec. XI, e precisamente nel periodo intercorso tra 1001 e il 1026. Attestato alla prima data è l’episodio del contadino guarito per intercessione di Mauro, portato al Tumulus del santo, (evidentemente ancora non ingrandito). Il 1026 è l’anno in cui per la prima volta una carta di donazione, redatta il giorno 11 settembre, per volontà di Eriberto arcivescovo di Ravenna trovandosi a Cesena dona alcune terre all’abbazia di S. Maria Fuori Porta di Faenza alla presenza di Marinace, vescovo di Cesena e di Giovanni, presbiter et monachus S. Marie que est in (monte Mauri). In seguito, aumentata la fama dei miracoli di Mauro, la chiesa viene ampliata e l’arca del vescovo viene collocata tra l’abside e l’altare. Che i monaci del Monte provenissero dall’antica abbazia di San Lorenzo e Zenone, rimasta vuota e affidata al capitolo cattedrale dopo il 1042, è una ipotesi suggestiva, ma rimane pur sempre una congettura per mancanza di documentazione sul convento.

Ad accrescere ulteriormente il fascino di questa storia e dell’importanza che aveva S. Maria del Monte prima del cristianesimo[166], è stato il ritrovamento nella zona di una lapide dedicata a Iuppiter Dolichenus, voluta dal sacerdote L. Aurelius Valerius: il marmo recava a rilievo l’immagine del nume sul toro.

 

Il 2 giugno 1042, di fronte a Gebeardo arcivescovo di Ravenna e ad un gruppo di alti ecclesiastici, Giovanni vescovo di Cesena (29 maggio 1031-14 marzo 1053[167]) istituiva la vita comune del clero addetto alla cattedrale di S. Giovanni Battista. Fu preparato un documento ancor oggi ben visibile. Il Kehr[168] parla di Iohannes II, ad quem idem Petrus Damiani opusculum suum De parentelae gradibus (Opusc. VIII) misit. Nel XI secolo infatti un punto nodale della storia religiosa consiste nel rapporto tra movimento canonicale e riforma ecclesiastica: il monaco doveva riscoprire il vero valore della vita monastica e della sua professione di fede, il canonico doveva ritornare alla vita comune in senso stretto, in povertà di beni e in comunione di spirito secondo le tradizioni della chiesa primitiva[169]. Era infatti cresciuta la consuetudine dei sacerdoti e dei diaconi di non condividere stipendi e oblazioni, ma, dediti all’avarizia e al lusso, li consumavano con i familiari e con le donne. Chi fosse l’autore o gli autori di questo preambolo in realtà non si sa, forse il vescovo Giovanni o anche l’arcivescovo Gebeardo. Per il suo fondamento apostolico, il preambolo dell’istituzione canonicale di Cesena sta a fianco della Vita Romualdi, scritta da Pier Damiani nello stesso anno. In particolare nella descrizione della chiesa come corpo provvisto di diverse membra si avverte l’influsso di s. Paolo e della sua teologia del «corpus mysticum» della Chiesa[170]. Circa il vescovo di Cesena, Giovanni, rimane dubbia l’esperienza monastica, perché l’unico elemento per affermarla è l’identificare il vescovo con un monaco di S. Maria del Monte, attestato in un documento del 1026[171]: non è sicuro però che fossero la stessa persona.

Nella seconda metà del secolo XI cresce d’importanza il patrimonio terriero del monastero di S. Maria del Monte che estende la propria giurisdizione nella Romagna e nel Montefeltro. I monaci ottengono di conservare dal papa il diritto di eleggere come abate un esponente della loro congregazione, secondo la regola di s. Benedetto. Il problema più grosso di questo periodo è tracciare la storia dell’episcopato cesenate: chi era il vescovo di Cesena negli ultimi decenni del secolo XI?

 

Rimasto apparentemente sopito nel cesenate il confronto tra Roma e Ravenna, la S. Sede, tornò autorevolmente a riprendere contatto col mondo cittadino qualche anno prima che si aprisse la lotta per le investiture: il 10 febbraio 1060, infatti, in Cesena papa Niccolò II conferì beni e condusse privilegi a S. Maria del Monte[172]. Se interessi prevalentemente di natura ecclesiale sembra avessero mosso in tale circostanza la S. Sede, sul fronte ravennate, invece, pare preminente preoccupazione degli arcivescovi di rafforzare le già rilevanti posizioni temporali: tale fu l’indirizzo della politica ecclesiastica ravennate, peraltro assecondata nella seconda metà del secolo dall’imperatore Enrico IV che confermò prima all’anonimo presule (a. 1063), poi a Guiberto, divenuto antipapa con il nome di Clemente III (a.1080, giugno) fra i vari comitati romagnoli anche quello di Cesena[173]. Ciò consentì alle forze scismatiche e antigregoriane -peraltro non estranee ad ideali di rinnovamento religioso da realizzarsi per vie e con strumenti diversi da quelli messi in atto dalla curia romana- di mantenere il controllo del cesenate, come del resto è provato, in una fase già di stanca dello scisma, dalla presenza di Guiberto nella città nel 1092 e nel 1097, nel secondo caso addirittura presso il chiosco della canonica cattedrale cesenate[174]. Durante lo scisma di Guiberto e fino al 1106 resta in ombra, diversamente dalla prima metà dell’XI secolo e poi nel seguito del XII, la vita religiosa-ecclesiale cesenate e in particolare quella dell’episcopio locale. Si è tuttavia riusciti negli ultimi anni a ricostruire con qualche approssimazione e con non poche incertezze residue un profilo storico per il vescovo Gezibo, presente nella sua sede almeno dal 1082 fino al 1097: uomo di fiducia di Gregorio VII.

Si inserisce a questo proposito l’enigma di Gezibo (o Gezibone) e, per tentare di dare una risposta a questo interrogativo, sembra opportuno spostare lo sguardo su Ocri e s. Giovanni inter ambas paras, due eremi costruiti nel sec. XI (e forse coincidenti), entro un’area interclusa dai medesimi livelli altitudinali e dallo stesso sistema montuoso (monte Fumaiolo)[175]. Gezibo[176] era (forse) un eremita che rinunciò al governo affidatogli da Pier Damiani per farsi abate in un monastero; il Kehr[177] parla di Gezibo, olim abbas s. Bonifatii de Urbe et Gregorii VII legatus; nella Vita S. Petri Damiani Giovanni da Lodi enuncia le fondazioni monastiche del Damiani, ma tace completamente l’eremo d’Ocri. L’omissione non sembra casuale, potrebbe essere determinata dalla notizia che Gezibo, dopo la sua separazione dalla famiglia avellanense, se ne stava come priore di un eremo (e come vescovo di Cesena) nella zona montuosa di Ocri. Anche M. G. Tavoni [178] parla di Gezibone come di un benedettino, di famiglia cesenate, abate di Roma, legato apostolico in Croazia e vescovo di Cesena nella seconda metà del sec. XI.

Il Burchi[179] inserisce a pieno titolo Gezibone tra i vescovi di Cesena, datando il suo periodo di reggenza della diocesi dal maggio 1086 a settembre 1087. Nel 1075 Gezibone, abate dei SS. Bonifacio e Alessio in Roma, è legato pontificio nelle marche insieme con Mauro, abate di S. Saba pure in Roma. L’anno seguente[180] è, insieme con Folcuino, vescovo di Fossombrone, legato in Dalmazia, dove investe del regno di Croazia e Dalmazia il duca Demetrio e assiste ad una donazione del vescovo di Belgrado ad un monastero della città. Cencio Camerario [181] riferisce l’episodio del sinodo di Dalmazia, e come da papa Gregorio Magno erano stati mandati come legati anche il vescovo Gezibone, “nunc vero cesenate episcopo”. Cencio scrisse il suo lavoro nel 1192, quando già Gezibone era morto, desumendolo da alcuni documenti del cardinale Deusdedit, morto nel 1099. Anche il cardinale, che scrisse “Libri quatuor de verbis ecclesiasticis sive compendium canorum” che dedicò a Vittore III, successore di Gregorio VIII, con la frase riportata da Cencio, voleva significare che Gezibone, abate nel 1076, portava il titolo di vescovo di Cesena al tempo in cui scriveva[182]. In questo tempo (in particolare dal1086) pontificava, come si è visto, Vittore III, che morì nel settembre 1087. Fra questi due termini viveva Gezibone, ed era vescovo di Cesena. Le diocesi romagnole seguirono lo scisma dell’arcivescovo di Ravenna Wiberto, riconoscendolo papa con il nome di Clemente III (1080-1100) e rimanendogli fedeli fino alla morte. Anche Cesena fu governata dall’antipapa, quindi lo stesso Gezibone venne eletto vescovo non dal clero e dal popolo, non dall’arcivescovo di Ravenna, ma direttamente dal papa[183].

 

Cesena non fece registrare nel corso del XI secolo uno sviluppo precoce e incisivo, ma emergono in maniera rapsodica nel lungo volgere del XII sec e nei decenni successivi, a mano a mano che si definisce in senso politico-istituzionale, i movimenti delle autonomie cittadine: la difficoltà delle forze comunali di trovare in permanenza nell’episcopio cittadino e nell’autorità del vescovo l’unico punto di convergenza e di coesione dei loro interessi; oltretutto i centri di potere religioso e civile apparivano isolati sul Garampo rispetto al contesto urbano[184]. Qualcosa accennò a mutare a Cesena negli equilibri politici fino ad allora costituiti durante la fase cruciale del conflitto fra i comuni italiani e Federico Barbarossa. Cesena, pur attraverso le sue divisioni e contraddizioni interne che l’avrebbero condotta a cedere di fronte all’imperatore e a spianare nel 1163 le proprie mura, come del resto stava accadendo in altri centri, parve orientarsi in senso autonomistico, rivedendo in modo più incisivo la politica delle alleanze e delle azioni competitive con i centri vicini. Federico I riconferma i diritti della chiesa metropolita su Cesena[185] CUM CASTRO VERTERE ET NOVO TURRIBUS (nel nuovo castro fu eretta una torre più alta di tutte, chiamata poi “Barbarossa”), forse egli concesse alla città un’amministrazione più libera, con propri magistrati, come afferma il Chiaramonti.[186]


 

 


CAPITOLO 3

 

 

3.1 La Cattedrale.

 

Tutto il territorio della penisola, oggi politicamente l’Italia, presenta un numero eccezionale di centri urbani nei quali si conservano vestigia monumentali o almeno memoria di complessi di chiese episcopali. Risulta difficile riuscire a delineare in maniera certa la topografia cristiana o, come scrive Testini[187], lo «spazio cristiano» nella tarda antichità e nel medioevo. Tale spazio è anche un prezioso strumento per un accertamento di modi, tempi ed effetti dell’innestarsi nel mondo antico del cristianesimo, un evento portatore di radicali potenzialità, tra le quali emerge la capacità di amalgamare popoli e civiltà non sempre mediterranei; un evento oltre tutto che, agendo dal basso, finisce per permeare di sé tutta la società, fino alla classe (ordo direbbero con più proprietà gli antichi) conservatrice dei potentiores. La costruzione degli edifici di culto e ancor prima l’opera di progettazione e finanziamento infatti furono validi motivi per superare, all’interno della comunità dei cristiani, questa differenza di ceti così evidente invece in passato. È stato infatti un evento di grande rilevanza nella vicenda storica l’inserimento dell’organizzazione ecclesiastica nella struttura politico-amministrativa esistente delle città. Modellandosi sulla civile, la organizzazione ecclesiale ordina in un primo tempo la sua presenza in unità di base aventi come centro un edificio di culto o di parte della città o di un insediamento nella campagna; in un secondo tempo raggruppa le unità di base in diocesi, ossia in circoscrizioni territoriali rette dal vescovo. L’organizzazione ecclesiastica rappresenta di fatto una tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione della città stessa, e al contempo la città è stata ab initio un elemento fondamentale per l’irradiazione cristiana. I propagatori del Vangelo fanno perno sulle città e in esse ai luoghi di maggior presenza umana[188], puntando sulla ospitalità degli adepti per le ancor semplici esigenze dell’organizzazione. Ad ogni modo, per la topografia urbana nell’antichità cristiana giova tenere presente una duplice considerazione[189]: all’inizio del V secolo il cristianesimo può dirsi ancora una religione di cittadini, è appunto nella città che già nel corso del sec. IV si opera l’inversione nel rapporto numerico fra cristiani e non cristiani, e, di conseguenza, anche dallo «spazio cristiano» si colgono indicazioni sulla consistenza delle adesioni al cristianesimo; a partire dalla pace di Costantino si assiste ad un rapido emergere della gerarchia all’interno del popolo cristiano, questo fatto determina riflessi non trascurabili nei manufatti architettonici, così come nella produzione scultorea e musiva.

 

Con il termine «Cattedrale» s’intende la chiesa nella quale il vescovo ha il suo trono, ossia il simbolo della sua autorità, e che perciò, assume dignità primaziale, diventando ecclesia mater o maior della diocesi[190]. È importante a questo punto specificare che cosa si intende per «ecclesia»[191]. Il senso fondamentale della sua accezione è stato: riunione, assemblea, cioè comunità di credenti nella stessa fede; il senso derivato indica il luogo nel quale si raccoglie la comunità stessa per celebrarvi la liturgia, nella quale si realizza l’unità indissolubile tra chiesa-comunità e chiesa-luogo. Ecclesia ha dunque un significato complesso: è un edificio di culto, luogo destinato alla preghiera e alle manifestazioni del rituale liturgico col concorso della comunità cristiana. Accanto alla cattedrale c’erano le case e il chiosco dei canonici; davanti alla stessa chiesa maggiore si teneva il conventus civium per l’elezione del vescovo o per altri problemi comuni (religiosi, amministrativi, politici), in parecchie città in questo stesso, luogo si svolgeva il mercato[192]; unito ad essa si trovava normalmente l’episcopium, residenza ufficiale del vescovo e insieme centro di giurisdizione amministrativa (curia) della circoscrizione. La denominazione ecclesia episcopalis, ufficiale nell’occidente latino, può dirsi equivalente di fatto al termine ecclesia cathedralis, ma solo se e in quanto riflette il grado di prelatura del suo titolare: infatti diventa inadeguata se la cattedra risulta insignita di dignità superiore, per cui può fregiarsi del titolo di ecclesia metropolitana o archiepiscopalis (in Oriente patriarchalis). Osservando nel loro insieme e nel rispettivo quadro storico le circoscrizioni diocesane[193], si percepisce senza difficoltà come in Italia si rifletta fortemente il ruolo politico di cui è stato protagonista o partecipe il centro urbano. Dimensione e dignità appaiono risultati di eventi specifici, così che se una civitas diventa di regola sede di diocesi, può anche accadere che il titolo di civitas sia stato assunto, pur con pochi meriti di storia o di importanza demografica, proprio a seguito dell’istituzione della cattedra episcopale. La Cattedrale[194] sembra dunque rispondere meglio alla varietà delle situazioni delle circoscrizioni diocesane e, sull’esempio di Roma, si presenta in origine costituita di regola da tre distinte unità architettoniche: aula di culto con cattedra per il vescovo, battistero, episcopio. Di fatto la presenza di tutte e tre le componenti in un complesso architettonico non bastano per attribuire con sicurezza il ruolo di Cattedrale alla chiesa, poiché occorre in molti casi poter disporre di una convergenza di dati per acquisire conferma o presumere la possibilità. Rende ancora più complicata l’attribuzione del ruolo di cattedrale il fatto che solitamente scarse di numero e per di più non anteriori al periodo altomedioevale sono le fonti a disposizione. Emerge a questo punto una importante domanda alla quale non è possibile sempre offrire un certa risposta: dove era ubicata la Cattedrale?

Sono state date dagli studiosi risposte diverse a questa domanda, a tratti complementari, a tratti divergenti. Il quadro geografico di riferimento è in generale per tutti questi studi l’Italia settentrionale e parte dell’Italia centrale, quell’Italia annonaria di cui si è già parlato e comprendenti le odierne regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana settentrionale, Marche e Umbria settentrionale. La limitazione dell’orizzonte geografico è determinata dal fatto che si è tenuto presente soltanto il quadro entro il quale ci sono meno incertezze; in più la vasta zona considerata rappresenta anche un ambiente abbastanza omogeneo, perché scendendo già verso la regione laziale il quadro cambia molto, anche nelle sue componenti storiche. I primi studiosi che si sono occupati di questa intricata questione furono C. D. Fonseca e C. Violante[195], nel lontano 1964. I due studiosi considerarono necessario soffermarsi a illustrare l’importanza storiografica di una ricerca che considerasse l’inserimento della cattedrale, o delle cattedrali, nel quadro della città e nello sviluppo delle istituzioni urbane, sia politico-amministrative, sia ecclesiastiche. Tale ricerca[196] può portare utili contributi allo studio delle origini cristiane, della diffusione del Cristianesimo nelle singole diocesi, per individuare il sito primitivo della chiesa cattedrale e i suoi spostamenti più antichi; per converso, alcuni elementi possono risultare dallo studio dei primi insediamenti vescovili, della prima sede cattedrale e della sua dedicazione forniscono a volte le basi per ipotesi circa il tempo e il modo della cristianizzazione. È soprattutto importante accertare la filiazione di una sede vescovile, e individuare l’epoca della filiazione stessa: ogni particolare legame originario fra due sedi può assumere decisivo rilievo per la nostra ricerca. In secondo luogo, la storia delle cattedrali e della loro ubicazione e dedicazione è importante per la primitiva storia canonicale; si pone il problema della “matricità” e quello, altrettanto delicato, della concattedralità. Dallo studio delle cattedrali, della doppia sede originaria, dello spostamento di sede, della posizione topografica rispettiva della chiesa cattedrale, del chiosco canonicale e della domus episcopi, risultano molti elementi utili per comprendere la storia dei rapporti fra vescovi e Capitoli canonici e la particolare importanza del capitolo cattedrale nella vita civile, politica, religiosa e nello sviluppo delle strutture topografiche della città; spesso in Italia tale complesso non ha l’importanza che ha altrove: non di rado il palazzo vescovile è distante, a volte anche parecchio, dalla cattedrale perché è sito nell’antica sede di un palazzo regio, di una corte regia o ducale, oppure di un edificio amministrativo minore. La cattedrale può essere dentro l’antica struttura urbana romana[197], generalmente non nel sito del Foro, tranne che essa non sia stata fondata dopo che la curia cittadina aveva cessato la sua attività, ma presso il Foro e ancora più frequentemente accanto alle mura, all’interno di queste. L’asse della cattedrale può essere orientato parallelamente agli assi del sistema viario della città romana, oppure in maniera diversa. La cattedrale urbana e anche quella suburbana determinano il convergere delle vie cittadine verso il suo sito; la cattedrale può essere subito fuori la cinta muraria romana, generalmente quando sorge come domus ecclesiae o come basilica cemeteriale nella zona di un cimitero paleocristiano. In questi casi vengono talora create fortificazioni attorno alla cattedrale con i resti delle mura tardo-romane o barbariche cadenti, specialmente all’inizio dell’età carolingia; questo avviene quando, nel corso del secolo IX, si determina la tendenza a non concepire la città necessariamente cinta di mura: a volte è la cinta muraria che si allarga fino a comprendere la cattedrale suburbana. In altri casi la cattedrale è lontana dalle mura romane tardo antiche, in genere un miglio: si hanno allora uno, due al massimo tre spostamenti della sede della cattedrale verso l’abitato urbano fino a giungere dentro la città, spesso nel cure di questa. Talora la cattedrale sorge in una cittadella fortificata lontano dalle mura, in posizione dominante, ed in città viene istituita una pieve urbana per la cura animarum.

Quando la cattedrale si sposta dal sito originario, nella vecchia sede abbandonata continua talvolta a sussistere il Capitolo, il quale contrasta a lungo con quello che si costituisce presso la nuova cattedrale; talvolta presso la vecchia cattedrale viene creato un monastero. Va anche rilevata l’importanza della cattedrale e del suo sito nello svolgimento della vita cittadina alto-medioevale e comunale. Come già detto nella piazza davanti alla cattedrale si raccoglieva il conventus civium. Si discute della vitalità, delle funzioni e del significato giuridico del conventus civium, che non ha l’importanza che molti ritengono decisiva per l’origine del Comune, tuttavia ha avuto una notevole funzione se non altro per le elezioni delle cariche ecclesiastiche, del vescovo soprattutto. Il sagrato della cattedrale diventa spesso piazza del mercato, diventa assembratorium del Comune; nella cattedrale stessa si raccolgono le assemblee comunali, e nella piazza antistante, spesso vicino alla cattedrale sorgono i palazzi comunali. Infine, sia dal punto di vista urbanistico, sia da quello della storia civile e religiosa, grande è l’importanza del battistero cittadino. Il riconoscimento della appartenenza alla comunità civile e religiosa avviene infatti attraverso il Battesimo[198]. Esso ha rilievo non solo spirituale, ma anche politico: si è cittadini perché si è battezzati nel battistero della città.

Nell’alto medioevo le sedi vescovili hanno una vita abbastanza movimentata; alcune scompaiono per la distruzione del centro abitato, in genere a causa di guerre o per crisi della vita urbana, che determinò nei centri abitati minori dove era stata creata una sede vescovile. Papa Leone Magno in un suo decretale[199] ammoniva a non creare vescovadi in città minori, soprattutto in quelle non sufficientemente popolate, forte era invece la tendenza a moltiplicare le sedi vescovili, tendenza più forte nel centro e nel sud dell’Italia, ma operante anche al nord. Alcune sedi vescovili erano destinate a scomparire, durante l’alto medioevo, appunto perché erano sorte in centri abitati di troppo scarsa importanza, mentre alcune nuove sedi continuavano a sorgere.

Altre sedi vescovili si trasferiscono altrove per ragioni di clima o di posizione geografica che aveva determinato un insufficiente sviluppo demografico, civile e politico della città; a volte la cattedrale vescovile tornò poi nella sede primitiva. C. D. Fonseca e C. Violante inseriscono nel loro intervento[200] una classificazione tipologica circa la ubicazione originaria delle cattedrali:

I.                    cattedrale originaria lontana circa un miglio dalla città;

II.                 cattedrale originaria suburbana;

III.               cattedrale originaria urbana;

Ognuna di queste tre situazioni originarie subisce, nell’arco di tempo, evoluzioni di diverso tipo:

I.                    cattedrale originaria lontana dalla città:

a)    la cattedrale si sposta prima a una sede suburbana e poi ad una urbana;

b)    la cattedrale si sposta direttamente dalla sede primitiva ad una sede urbana;

c)     la cattedrale si sposta ad una sede suburbana.

II                   cattedrale originaria suburbana:

a)    la cattedrale si sposta ad una sede urbana;

b)    la cattedrale si sposta ad un’altra sede suburbana;

c)     la cattedrale rimane nella sua originaria sede suburbana.

III                 cattedrale originaria urbana:

a)    la cattedrale rimane nella sede primitiva;

b)    la cattedrale si sposta ad altra sede all’interno della città.

La città di Cesena in questa suddivisione fatta dai due studiosi[201] viene inserita nel punto IIIa (la cattedrale rimane nella primitiva sede), ricordando chela chiesa era costruita sul colle Garampo, dov’era la città, con la dedicazione a S. Giovanni. Più tardi la città si spostò verso valle, e la cattedrale rimase fuori della antica cinta muraria. Nel 1358 la chiesa, come è noto, fu distrutta da Galeotto Malatesta per costruire fortificazioni, e la cattedrale venne ricostruita nel centro della città nuova[202].

In ultima analisi viene affrontato dai due studiosi[203] il problema delle dedicazioni delle cattedrali, e si possono distinguere quattro periodi:

*      secoli IV e V;

*      secoli VI-VIII ieunte;

*      secoli VIII exeunte-X ineunte;

*      secoli X exeunte-XI.

Secoli IV-V: la cattedrale doppia è costituita generalmente da una chiesa dedicata a S. Maria e da un’altra dedicata al SS. Salvatore, o a un apostolo, o a un martire; in generale si può ritenere che nelle cattedrali doppie la chiesa dedicata a S. Maria fosse quella dei fedeli e quella con un altro titolo fosse dedicata ai chierici. Fra le primitive dedicazioni vanno ricordate quelle degli Apostoli, le così dette “basilica apostolorum”, le dedicazioni a S. Pietro apostolo, a S. Maria, al protomartire Stefano.

Secoli VI-VIII ineunte: in questo primo periodo del medioevo le dedicazioni sono generalmente rivolte ai Santi locali, che sono espressione del particolarismo contemporaneo.

Secoli VIII exeunte-X ineunte: numerose sono le dedicazioni delle cattedrali a S. Maria che si addensano specialmente nel periodo tra la fine del secolo IX e il principio del X, quando si ravviva il culto mariano; generalmente è dedicata a S. Maria la nuova sede della cattedrale, che si è avvicinata alla città o si è fissata all’interno delle mura. Sono ancora presenti dedicazioni locali.

Secoli X exeunte-XI: in questo periodo ritornano frequenti le dedicazioni a S. Maria, soprattutto per le cattedrali urbane, spesso in rapporto con la restaurazione della vita comune del clero e con la fondazione di una comunità canonicale. Si diffondo pure le dedicazioni a Santi locali, specialmente ai vescovi più antichi (reali o presunti) delle singole Chiese, infatti tra il X e il XI secolo in molti luoghi si riaffermano solidamente il potere e l’autorità dei vescovi, creandosi un particolarmente vivace spirito “episcopalistico”. Frequenti sono le dedicazioni a S. Stefano e a S. Lorenzo.

I casi di cattedrali doppie riguardano il primo periodo e sono abbastanza numerosi. In parecchi casi è stato osservato che la sede della cattedrale era costituita da un vero e proprio complesso di edifici sacri, di maggiore o minore importanza, anche se verosimilmente in Italia ciò avvenne in grado minore che altrove e specialmente in Francia.

Nella maggioranza dei casi la cattedrale originaria è fuori città[204]: o nell’immediato suburbio, o lontano circa un miglio. Generalmente la sede della cattedrale tende ad avvicinarsi alla città, fino a giungere dentro le mura, mentre qualche volta è la cinta urbana che, allargandosi, arriva a comprendere la cattedrale suburbana. Nei casi più numerosi lo spostamento della cattedrale avviene tra la fine del secolo X e l’inizio del seguente: evidentemente il fenomeno fu determinato non dall’insicurezza della zona suburbana, ma dal risveglio della vita cittadina, dallo sviluppo urbano e anche dal rinnovato impegno riformatore dei vescovi, che intendevano essere in più diretto contatto con i fedeli e con il clero delle rispettive città. Numerosi anche i casi in cui, spostandosi nella città la sede cattedrale, si costituisce presso la vecchia cattedrale abbandonata un monastero, al fine di garantire la continuità del culto e la venerazione delle reliquie. C’è poi un gran numero di costruzioni o ricostruzioni di cattedrali che furono fatte negli ultimi anni del secolo X e soprattutto nella prima metà del seguente. Queste opere, che furono dovute alla iniziativa dei vescovi e che possono essere messe in rapporto con lo sviluppo del movimento canonicale, costituiscono una nuova ed eloquente testimonianza di quel rinnovato fervore che a cavallo dell’anno Mille determinò una efficace restaurazione nella vita ecclesiastica.

Dopo il primo contributo di C. D. Fonseca e C. Violante, si inserisce, a livello cronologico, il primo contributo di G. Cantino Wataghin, del 1983[205]. Esso, anche se legato alle vicende dei centri piemontesi, introduce la questione della ubicazione della cattedrale. La Cantino Wataghin si pone in un rapporto critico e polemico di fronte a C. D. Fonseca e C. Violante, considerando prive di fondamento le tradizioni che collocano in contesto cimiteriale alcune cattedrali, trasferite poi in area urbana solo in un momento successivo a quello iniziale della diocesi; per la Cantino Wataghin sono tradizioni che si sono sviluppate per lo più in ambito locale, ma sono state accolte anche in autorevoli studi di sintesi (e a questo punto vengono ricordati gli studi di Fonseca e Violante del ’64); è spesso difficile cioè ricostruire la genesi, ma hanno un chiaro riscontro in tesi di carattere generale non più facilmente sostenibili (viene proposto dalla Cantino Wataghin un confronto con il Lanzoni[206]). Nel 1986, in occasione dell’XI Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana, la Cantino Wataghin[207] riprende e amplia le prime idee esposte precedentemente, allargando il discorso a tutto il territorio italiano. Nell’Italia settentrionale, peninsulare e insulare la Cattedrale è di regola inserita nel contesto urbano, e non in area suburbana. Eccezioni a questa regola costituiscono alcuni centri come Ancona, Arezzo, Canosa, Palestrina, e alcune diocesi sarde. In taluni casi le incertezze sembrano dipendere sia dai limiti della documentazione disponibile, sia da notizie di astigrafi arroccati su tesi tradizionali, stando alle quali si sostiene che la prima chiesa dovette sorgere immancabilmente in area cemeteriale, oppure che il rapporto cattedrale-città tardo antica va valutato assumendo come termine di riferimento le mura cittadine. Secondo la Cantino Wataghin[208] infatti, se però si continua a ripetere in sostanza che la cattedrale paleocristiana sarebbe sorta di regola nel suburbio o fuori della cinta muraria in area cimiteriale, ad opera del primo vescovo della diocesi che qui sarebbe stato sepolto, questa cattedrale, proiettata nella tradizione da documenti non anteriori al secolo VIII, verrebbe presentata come costruzione strutturalmente murata e di dimensioni monumentali. In tal modo non si dà spazio temporale ad una possibile fase di transizione dall’età precostantiniana al pieno del IV secolo. Anzi si proietta di solito ad epoca molto antica l’inizio di quel processo di livellamento nella liturgia come del rango delle chiese, determinato dalle peggiorate condizioni del suburbio e dalle conseguenti traslazioni di martiri all’interno della città, per cui si annulla la distinzione tra aula di culto urbana e martyrium (punto nodale legato alla presenza, alla vita, alla deposizione di un personaggio venerato, chiesa sopra o presso le tombe dei martiri) e si organizza su nuovi criteri la facoltà della cura animarum.

La topografia dei centri urbani e il rapporto suburbio-civitas nella tarda antichità e nell’alto medioevo soffre di grosse incertezze: non sempre è certa la presenza di una cinta muraria, ma soprattutto s’ignora del tutto l’estensione dell’abitato e il quantum di disabitato nello spazio urbano, né siamo informati di eventuali dilatazioni del pomerio di origine tardo-repubblicana e protoimperiale. In definitiva la presenza di un’area cimiteriale, quando manchi un documentato accertamento del suo impianto e delle sue fasi, specie in rapporto alla chiesa episcopale, per la Cantino Wataghin non costituisce argomento probante a favore della conferma della teoria di cui si è detto. Sia nell’Italia settentrionale che peninsulare emerge costantemente un dato[209]: la cattedrale di regola si trova inserita nel contesto urbano, e non in area funeraria suburbana. A ciò si ricollega il problema della collocazione delle mura cittadine e, in non pochi casi, è ancora da accertare la presenza o la consistenza di un sistema organico di fortificazioni: e d’altra parte, anche quando se ne è certi, ci si domanda se si debba escludere una continuità di occupazione di settori più o meno ampi rimasti all’esterno del circuito. A questa realtà fa riscontro quella giuridica e culturale, per la quale le mura continuano a rappresentare il limite della città rispetto al territorio circostante, con tutte le implicazioni legali, simboliche, ideali, espresse con chiara evidenza dalla iconografia. Inoltre la distinzione isidoriana[210] tra urbs e civitas: «Nam urbs ipsa moenia sunt civitas autem non saxa, sed habitatores vocantur» non aiuta certo ad illuminare le ragioni della cattedrale in un determinato sito. L’opera di Isidoro pone infatti numerosi limiti, quelli della cultura antica: nel momento in cui si impone ad architetti ed urbanistici la realtà cristiana con la somma delle nuove esigenze, la dottrina sulla città di matrice classica era anacronistica nel senso sociologico e politico per cui era stata formulata[211]. All’origine[212] della sua fondazione la cattedrale reca senza dubbio ragioni d’ordine pastorale, diventare cioè sede ufficiale della sinassi comunitaria per l’iniziazione battesimale e per la celebrazione eucaristica; ma all’atto stesso della sua fondazione si associano anche ragioni di rappresentatività, tradotte in termini di dimensioni monumentali e connesse con una dignitas della comunità (quindi, implicitamente, della civitas). A ciò si aggiungono ben presto esigenze d’ordine amministrativo e di governo: funzionalità, esigenze d’istituzione, assistenza dei fedeli bisognosi, servizio religioso per i martyria e i riti della sepoltura, iniziative per il processo della missione nel territorio suburbano ecc. L’ubicazione della cattedrale infatti non pare condizionata da norme stabili, nel senso di un’opzione rilevabile come soggetta a direttive astratte imposte dalla gerarchia, ma piuttosto decisa di volta in volta secondo esigenze di ministero o convenienze di varia natura. L’iter costruttivo dell’edificio basilicale e più in generale del complesso episcopale appare come l’esito di un processo, talora molto complicato, correlato da tempi abbastanza lunghi e non necessariamente coincidenti con il momento dell’istituzione della diocesi e neppure con svolte storiche di grande risonanza. Il problema della genesi della basilica cristiana è piuttosto intricato[213], e sorge spontaneo chiedersi come si è definito il processo formativo della basilica, di quali antecedenti si è giovato il cristianesimo nel quadro dell’arte antica. Esistono tre teorie principali in base alle quali si sarebbe formata la basilica: la prima, di «derivazione materiale» che considera in genere la basilica cristiana come una derivazione da precedenti esempi architettonici classici; la seconda che potremmo chiamare «liturgica» si può dire opposta alla precedente e afferma e rivendica caratteri originali alla primitiva architettura cristiana, sotto l’impulso della liturgia che avrebbe suggerito e determinato la forma dei vari organismi; la terza corrente tende a riconoscere una concomitanza di apporti delle diverse arti e civiltà, ma nello stesso tempo scorge nella basilica un’elaborazione così profonda dei modelli preesistenti, da potersi definire «originale». Se si interrogano poi le fonti letterarie dei primi due secoli si hanno solo elementi generici, dai quali non si possono ricavare che imprecise conclusioni. Cronologicamente il primo ambiente cultuale è il cenacolo, la cosi detta «camera alta», in quanto situata in un luogo sopraelevato[214] nella quale, dopo la morte di Gesù, si riunirono Maria e i discepoli per pregare[215]. Sono da immaginare simili a questa camera gli ambienti occasionali, utilizzati per la sinassi domenicale[216]. Alla fine del II secolo, quasi certamente in relazione ad una riorganizzazione della chiesa sotto Commodo e Settimio Severo, lo scrittore Minucio Felice[217] impiega per la prima volta il termine sacraria per alludere ai luoghi sacri in cui si tenevano le riunioni dei cristiani: ci troviamo così di fronte ad una evoluzione sostanziale della primitiva aula di culto privata. Questo luogo di culto era la così detta domus ecclesiae, ambiente di abitazioni private più o meno adattato ad accogliere le assemblee liturgiche della comunità senza assumere ancora le connotazioni specifiche dell’architettura degli edifici eretti dopo la pace religiosa. Soltanto di rado si ha la notizia di questa primitiva chiesa[218], che spesso poteva essere in un sito diverso dalla primitiva vera e propria chiesa cattedrale. Quindi molte volte quando si parla di primitiva cattedrale si riferisce alla prima che sia nota anche solo per la tradizione, oppure per qualche esile testimonianza o indizio; ma sussiste sempre la possibilità di una domus ecclesiae di cui si sia già nell’alto medioevo perduto completamente il ricordo. In particolare servivano luoghi per le iniziative di beneficenza della Chiesa[219], dove venivano conservati, distribuiti, amministrati cibi e vestiario; erano inoltre necessari edifici e abitazioni per il clero, le loro famiglie e il personale addetto alla chiesa. Tutte queste attività non potevano essere svolte in una casa privata lasciata tale e quale, né in un appartamento messo a disposizione della comunità temporaneamente: era necessario un edificio stabilmente attrezzato come sede della comunità e di cui questa potesse liberamente disporre anche se non ne aveva la proprietà. Un edificio di questo genere era appunto la domus ecclesiae, o, nel linguaggio corrente di Roma, titulus. Questi due termini si possono tradurre con “centro comunitario” o “centro di riunione”. Una volta acquistato, l’edificio di solito veniva adattato alle esigenze della comunità, in qualche caso può darsi che la sede venisse costruita ex novo. Con il tempo la domus ecclesiae si è evoluta e l’aula di culto viene chiamata ecclesia, dominicum. Tutti i centri comunitari che si conoscono appaiono legati, come pianta e come schema, alla tradizione dell’architettura domestica utilitaria del III secolo, soggetta alle differenziazioni regionali nell’ambito dell’impero[220]. Il cristianesimo provvedeva così alle sue esigenze pratiche con criteri di pura funzionalità e con una mentalità del tutto privata e si teneva del tutto lontana dall’architettura pubblica e religiosa che nella Roma del III secolo era quasi del tutto carica di connotazioni pagane. Ad eccezione del battistero, lo spazio si presenta spoglio di qualunque arredo e solo per l’altare si può pensare che, essendo ligneo e perciò mobile, si portasse sul posto solo quando occorreva[221]. In genere inoltre, la parte terminale della chiesa, conclusa o no dal semicerchio dell’abside, viene destinata all’ufficiatura: clero, altare, cattedra; nello spazio a partire dall’ingresso si dispone il popolo a seconda dei gradi occupati nella comunità: fedeli, catecumeni, penitenti, gentili, ecc. Altra cosa è infine l’ecclesia intesa come diocesi e indicata con il nome del suo santo patrono[222], della cui protezione è pegno e garanzia il corpo di cui la diocesi stessa vanta il possesso ed il vescovo si proclama «custode», l’altra l’edificio in cui le spoglie sono o sono state in passato conservate. In generale quindi, l’ubicazione della cattedrale è strettamente legata all’impianto urbano, anche se è necessario utilizzare per ciascuno delle strutture cittadine una sorta di condizionale che pone un limite a ipotesi, soprattutto nel passato, risultate troppo azzardate. Per conoscere la possibile ubicazione della cattedrale, è da analizzare il suo rapporto con:

Le mura[223]: non sempre sono risultate necessarie per la difesa delle città, in generale sono di origine tardo repubblicana; la cattedrale di solito si trova dentro o a ridosso delle mura.

Il foro[224]: in generale la posizione centrale della cattedrale si traduce in una generica prossimità alla supposta area forense, che a volte non è possibile qualificare.

I quartieri[225]: molto spesso il quadro delle città è in genere troppo poco noto nei suoi particolari perché ne siano leggibili le articolazioni funzionali. È dunque con molta riserva che si può valutare il rapporto della cattedrale con le diverse aree della città.

Le strutture preesistenti[226]: è sicuramente limitata la conoscenza di sovrapposizioni della cattedrale a strutture preesistenti; l’inserimento costante della cattedrale in un contesto urbano o urbanizzato, rende molto probabile che si tratti di una situazione molto diffusa, se non normale.

Le aree cimiteriali[227]: spesso è associato ad un luogo di culto di carattere martiriale; con il tempo si propone la funzione funeraria anche della chiesa episcopale, alla quale in più casi di sepoltura risultano associate a partire dal VI secolo.

In generale si può aggiungere che le chiese episcopali hanno dimensioni variabili, la vasca battesimale è sempre collocata in un vano distinto dall’aula di culto e indipendente anche sul piano architettonico. Infine nel settore occidentale dell’Italia settentrionale gli edifici di culto si differenziano da quelli del settore orientale per il più modesto impiego architettonico e decorativo, che non sembra imputabile ai limiti della documentazione. Nell’Italia nord-occidentale quindi appare evidente e precoce[228] il momento di crisi. Le cattedrali si configurano dunque come possibili indici degli sviluppi urbani delle città che vede il declino di municipi già importanti e la promozione al rango di sede vescovile di altri, secondari nei secoli precedenti, ma non nel periodo tardo-antico.

Per concludere l’intricata vicenda sulla questione della ubicazione della cattedrale, risulta importante inserire l’ultimo contributo (ultimo sempre in ordine di tempo[229]) che C. D. Fonseca e C. Violante hanno sviluppato in occasione di un Convegno a Madrid. Non è possibile, per i due autori, aprioristicamente la convinzione che comunque non poteva essere cattedrale una chiesa cemeteriale, nonostante la tradizione antica e nonostante a volte la presenza di resti archeologici di epoca remota e persino la provata esistenza di un Battistero. Per C. D. Fonseca e C. Violante[230] inoltre l’adozione del titolo di una chiesa suburbana nella dedicazione della Cattedrale ha un valore solo simbolico, spesso non necessariamente in relazione con il trasferimento del Santo Vescovo Patrono[231] e non significa quindi che né che l’antica chiesa cemeteriale da cui il titulus dedicationis e il corpo del Santo sono stati trasferiti fosse la Cattedrale primitiva né che essa, accanto all’altra Chiesa, costituisse un Cattedrale doppia. La maggioranza delle Cattedrali[232], anche se per alcune esistono dubbi e divergenze e per altre non è ancora possibile farsi un’idea precisa, si trova in città, raramente nel sito del foro (Aosta[233] e Trieste), alcune in prossimità di esso, ma la maggioranza è in zona periferica specialmente a ridosso delle mura; ci sono nondimeno delle Cattedrali suburbane, la maggioranza addossa alle mura in territorio suburbano, che in qualche caso, come Pisa, al momento della fondazione (V-VI secolo) era in area urbanizzata; ci sono alcuni casi di Cattedrali lontane dalla città per ragioni non sempre chiare, ma è chiaro se lo spostamento della città preceda anche lo spostamento della Cattedrale o la fondazione ex novo della Cattedrale stessa o viceversa. Nei secoli che vanno dal VI al VII e anche fino all’VIII si assiste[234] a una crisi della stabilità degli insediamenti urbani intervenuta in seguito delle invasioni longobarde e, nel nord dell’Italia, anche delle incursioni franche e di altri gruppi etnici settentrionali e determinata o da motivi generali di insicurezza o anche da impaludamenti, dalla rottura di argini, dal venire meno della funzione centrale in campo politico e istituzionale di alcune città e dell’emergere di nuovi centri non cittadini nella ristrutturazione del regno longobardo, dalla conseguente crisi del sistema viario di origine classica. Tutto questo incise profondamente sulla rete organizzativa ecclesiastica e sulla stabilità dei suo cardini[235]. In queste vicende avvenne che alcune popolazioni cittadine fossero costrette ad abbandonare l’antico insediamento urbano romano per spostarsi in luoghi più salubri e sicure località di collina non lontane e che in questi casi lo spostamento della cattedrale precedesse o seguisse quello della popolazione e che nel luogo del nuovo insediamento fosse fondata la cattedrale primitiva. Con l’avanzare del secolo VIII e per il corso del secolo IX quasi intero si determina, grazie soprattutto alla politica dei Sovrani Carolingi una tendenza nuova, e quasi diremmo, inversa, a causa della politica svolta dai Carolingi nell’organizzazione del Regno italico, intesa a restituire alle antiche città una funzione centrale in campo sia politico che ecclesiastico: politica che, al contrario di quanto era avvenuto con i Re longobardi, aveva i suoi fulcri nei vescovi. In quest’epoca, mentre alcune cattedrali restavano ancora lontane dalla città per rientrarvi più tardi. La maggioranza di esse restavano, com’era sin dall’origine, urbane e poche altre suburbane: pochi sono dunque gli spostamenti che si effettuano. Alla fine del sec. IX la urbanizzazione della cattedrale[236] doveva apparire un fatto normale se Carlo il Calvo sembrava stupito che la cattedrale di ad Arezzo non fosse “intra moenia civitatis, more ceterarum” (876). Dal secolo X all’inizio del XII la tendenza di un rafforzamento dell’autorità vescovile che abbiamo visto trova compiuta realizzazione nell’interno delle città in un momento in cui esplodono le nuove forze della società cittadina e si amplia il tessuto straripando oltre il suburbio che viene così urbanizzato: in questo processo di urbanizzazione molte chiese già cemeteriali si legano con vincoli più stretti alla Cattedrale e diventano sedi di canoniche e monasteri. Estendendosi questo processo di urbanizzazione avvengono ricognizioni di sepolcreti con nuove invenzioni di reliquie che vengono attribuiti a santi protovescovi e al cui reposizione avviene nelle Cattedrali. Si determina quello che potremmo chiamare impropriamente un episcopalismo che in una prima fase, tra X e XI secolo, si sviluppa in senso autonomistico rispetto alla Chiesa romana e in una seconda, tra XI e XII, viene sollecitato e guidato dalla sede apostolica. Si verificarono alcuni trasferimenti di Sedi vescovili in seguito al riassetto territoriale e ci sono anche casi di città di nuova fondazione con la conseguente costruzione di Chiese vescovili. Sono rimaste poche le cattedrali fuori dalle città e quelle che lo sono tendono a spostarsi verso lo spazio urbano sia per l’azione accentratrice del vescovo, sia per l’attrazione crescente e sempre più affollata della vita cittadina. Tra la fine del X e l’inizio del XI vi è stata una intensa attività di costruzione di cattedrali e di chioschi per comunità di canonici che vengono create ex novo o riformate ad opera di vescovi molto impegnati nella riforma episcopale. Al fervore di costruzione e ricostruzione di Cattedrali si collega[237] spesso la traslazione delle reliquie del Santo protovescovo e la conseguente fioritura di testi di inventiores, traslationes e vitae che esprimono pienamente lo spirito dell’episcopalismo. Nel XII secolo il processo di espansione della città iniziato nel secolo precedente si consolida con la costruzione o ricostruzione della seconda cinta muraria e con l’adduzione di nuovi quartieri, così che il complesso Cattedrale risulta ormai definitivamente incardinato nell’ordito urbano. La Cattedrale sembra diventare in questi secoli non solo una realtà spaziale, architettonica, urbanistica, inserita politico-religiosi in funzione dell’autonomia comunale e della esaltazione del prestigio della città stessa, quali l’apostolicità della sede, la preminenza della dell’ordinamento ecclesiastico, il prestigio istituzione vescovile nel contesto della città per svolgere i suoi originari compiti di indirizzo spirituale e di officiatura liturgica, ma un simbolo che si carica di significati.

Al termine di questa carrellata di opinioni, studi e pensieri a volte discordanti, risulta ancora aperto il dibattito sulla ubicazione e della cattedrale, e con essa in fondo la vita e l’organizzazione delle prime comunità cristiane diocesane.

 

 

3.2 La Cattedrale di Cesena.

 

Con le sue peculiarità, anche la cattedrale di Cesena può essere collocata tra le tante cattedrali paleocristiane presenti nel paese.

La più antica fonte riguardo la vita comune del clero a Cesena e la fondazione del capitolo del duomo conservata nell’Archivio del Capitolo è una pergamena di grande dimensione, con firme autografe di Gebeardo arcivescovo di Ravenna, di Giovanni vescovo di Cesena e degli altri testimoni[238]. Consiste in una donazione elargita dal vescovo Giovanni e compiuta in sintonia con l’atto di istituzione della canonica e della vita comune del clero ivi riunito (lo stesso documento di cui si farà cenno anche nel capitolo quarto in riferimento al monasterium dei Ss. Lorenzo e Zenone, verrà malamente interpretato dal Burchi nella sua opera : “Le antiche pievi e le chiese di Cesena nella storia”). Nel preambolo del documento vi è un contesto di alto valore storico e teologico, così intenso da non consentire confronti e analogie con analoghi documenti elaborati nella Romagna del Secolo XI[239]. Il vescovo Giovanni notava infatti che per quanto fosse formata da diverse membra, la chiesa rimanesse unita con la ragione della fede e con l’azione virtuosa. Come diceva l’apostolo Paolo[240] in un corpo ci sono diverse membra che però non hanno la medesima finalità; nella chiesa ci sono diversi ordini con diverse regole morali. Nella Chiesa vivono in maniera diversa i monaci, i sacerdoti e di laici. Rispetto all’esperienza dei monaci e dei laici, i sacerdoti sono più opportuni nella chiesa e da considerare vicini a Cristo, sull’esempio degli apostoli. Nella carta vescovile del 1042 è rappresentata una concezione organica dell’unità e diversità dei fedeli in Cristo. Nella distinzione dei tre ordini -monaci, chierici e laici- si osserva la compresenza di motivi mistici e sociali: i sacerdoti devono imitare sull’esempio degli apostoli che erano un’anima sola e avevano tutto in comune particolarmente accentuata la dimensione clericale del documento, che non consente di essere confrontato con altre sistemazioni della vita comune del clero nella Romagna medioevale[241]. Nella parte dispositiva della carta il vescovo Giovanni dichiara la sua decisione di conferire un reddito adeguato ai canonici del duomo. Provando a riformare in meglio la vita dei suoi sacerdoti, il vescovo si impegna a sradicare una forma di corruzione che si era largamente diffusa: infatti era cresciuta la consuetudine per la quale i sacerdoti e i diaconi non possedevano in comune gli stipendi e le oblazioni della loro chiesa, ma li tenevano per sè. La canonica del duomo è arricchita con la donazione di beni immobili e proprietà fondiarie, a cominciare dal monastero di S. Lorenzo e Zenone. La contropartita consisteva nell’obbligo di vivere in comune e celebrare nel duomo gli uffici divini, vale a dire mattutino e vespertino, le messe e le altre cerimonie. I canonici devono pregare assiduamente per l’anima dei vescovi della loro diocesi, e recitare ogni giorno tre salmi con una orazione per il loro vescovo. Nel giorno dell’anniversario funebre di ogni presule cesenate devono celebrare l’intero ufficio dei morti con la messa[242]. Dal XII secolo però era ricominciato un processo di accumulazione di beni da parte dei canonici, di frequente impegnati in contese legali contro il loro vescovo. L’attribuzione del preambolo teologico è un problema: si è pensato a Pier Damiani[243], anche se l’energica dimostrazione della superiorità dei sacerdoti sugli altri ordini contrasta nettamente con l’impegno, che fu diuturno in Pier Damiani, di cercare la via della perfezione nell’esperienza eremitica. Il preambolo cesenate del 1042 dovrebbe essere sorto[244] sotto l’impulso di fermenti locali, da attribuire all’impulso teologico e pratico del vescovo Giovanni e forse anche dell’arcivescovo ravennate Gebeardo.

Ma torniamo ora al problema irrisolto delle origine della cattedrale e della sua iniziale collocazione.

La cattedrale si collocava nel Medioevo[245] in una posizione elevata, sul colle Garampo (Tav. IX e Tav. X), là dove probabilmente si era in precedenza sviluppato il primo insediamento romano; si ritiene in genere che[246] già la cattedrale paleocristiana fosse sorta sul colle: l’ipotesi è verosimile[247], essendo questo il centro dell’insediamento altomedievale ed essendo probabilmente la diocesi di costituzione piuttosto tarda. Di diverso parere appare Sirotti[248] il quale riteneva che la prima cattedrale fosse collocata sul luogo dell’attuale, lontana dalle fortificazioni ancora esistenti. Nella generale crisi tardoimperiale[249], connotata sempre più diffusamente e visibilmente da una depressione economica e demografica che investì soprattutto le città, fra calamitosi cicli naturali e vicende umane non meno distruttive, anche Cesena probabilmente dovette subire il fenomeno di una ritrazione del nucleo abitato sul colle Garampo, coll’abbandono degli insediamenti urbani e suburbani del piano che meno facilmente potevano essere difesi sia dalle insidie della natura (basti solo pensare ai fenomeni alluvionali allora frequenti e rovinosi che lungo i corsi del Savio e del rio Cesuola- l’antico Cesenula- potevano stringere in una morsa d’acqua le zone basse della città), sia dalle scorrerie e dalle guerre. Probabilmente un declassamento delle funzioni e capacità urbiche di Cesena, sia come centro demopolitico in sé, sia nei suoi rapporti con il territorio circostante, col quale nei tempi migliori esso doveva pure aver costituito l’unità della civitas cesenate, è da ricordare nella costante ed esclusiva esaltazione della sua armatura castrense, rinnovata nelle poche testimonianze letterarie che ritmano in modo fin troppo desultorio il lungo periodo dall’età tardo imperiale fino alle soglie del Mille. Nonostante sia ipotizzabile[250] anche per Cesena una ripresa della vita urbana, testimoniata del resto diffusamente per la altre città in età teodoriciana (fine V inizi VI sec.)[251], il nostro centro sembra aver smarrito per troppo tempo quelle connotazioni urbiche che fra l’altro gli avevano riconosciuto piene funzioni di coordinamento delle attività del contado; ciò indifferentemente prima e dopo -e per lungo tempo- la presenza del re ostrogoto: infatti quando Sidonio Apollinare si riferisce al nostro centro attorno all’anno 468 lo ricorda come una realtà addirittura declassata rispetto a un “oppidum[252]; non a caso, presumibilmente, quando durante e soprattutto nelle fasi decisive della guerra greco-gotica, verso la metà del sec. VI, i Bizantini assediarono Cesena e fra gravi difficoltà tentarono di sottrarla a re Totila, lo scrittore Procopio di Cesarea la riconosce come “castello”, “castello forte”, “fortezza”[253]. Appena reduce da un conflitto gravemente distruttivo e con ogni probabilità prima delle invasioni dei Longobardi -verso il 565- il “castrum...Cesinate”, secondo una testimonianza raccolta tardivamente da Andrea Agnello, scrittore ravennate vissuto nella prima metà del IX sec., fu divorato da un incendio[254]. Nulla purtroppo riusciamo a sapere dei cesenati, della “città vivente “: resta fra tante vicissitudini un “castrum” come testimone superstite della “città di pietra ” antica come costante punto di riferimento per ogni scrittore e notaio, quale che sia la sua provenienza, e sia che operi in età bizantino-langobarda o nei periodi carolingio e post-carolingio, fino insomma attorno al mille, per designare l’ubicazione della nostra comunità o di parte del suo complesso edilizio e del suo patrimonio immobiliare. Con ogni probabilità, però, sarebbe un errore[255] ritenere che, una volta dato per scontato il fenomeno della città retratta, il termine “castrum” possa e debba essere sempre esclusivamente riferito alla sola realtà insediativa situata sul colle Garampo, con esclusione quindi dei nuclei edilizi urbani e suburbani del piano. La capacità di ripresa pur tra le disavventure, delle comunità cittadine nel lungo periodo è generalmente fin troppo nota per pensare che Cesena rappresentasse una eccezione e cioè non fosse in grado di riassumere quelle energie vitali sufficienti a superare difficoltà e ostacoli ricorrenti. Come è già stato anticipato parlando di s. Severo, nella Vita del Santo si narra che, morto il vescovo ordinatore di Severo, convenit universus clerus et populus, communi desiderio et voto eligendi sibi pastorem, ad ecclesiam b. evangeliste Ioannis, que tunc caput episcopii erat, inter quos etiam aderat b. levita Severus ecc.[256] Ora gli antichi documenti cesenati, dal secolo XI fino alla metà circa del secolo XIV, attestano che la cattedrale esistente sorgeva tra la vecchia rocca medievale e la nuova detta anche malatestiana[257], era dentro una specie di fortilizio, detto volgarmente Murata forse dai tempi in cui re Liutprando si impossessò di gran parte delle terre soggette all’esarca, pressappoco all’ingresso delle carceri della Rocca Malatestiana[258], ed era dedicata a s. Giovanni Battista. (I cronisti cesenati[259] parlano anche di una Cattedrale ancora precedente che sorgeva nella valle del Cesuola presso l’attuale cimitero. Sarebbe stata distrutta da Totila nel 554).

Da questo luogo i canonici e il vescovo furono costretti ad andarsene nella metà del sec. XIV. Il capitolo fu cacciato da Francesco Ordelaffi nel novembre del 1335[260]. Sempre secondo la cronaca di L. A. Muratori[261], Cia, moglie di Francesco, prima di restituire la Murata, nel maggio 1357, alle truppe del cardinale Albornoz che stavano assediando la rocca, giunta all’estremo delle forze, «comburi campanile episcopatus cum omnibus dominus usque ad castrum Caesenae». A causa di questo disastro il vescovo abbandonò l’antica sede, e si rifugiò presso la chiesa di s. Giovanni Evangelista, ricordata come proprietà dei canonici, nei secoli XII-XIII. Fu allora che il nome di s. Giovanni Evangelista cominciò ad apparire accanto a quello di s. Giovanni Battista, prima di questo unico protettore della città[262]. Ciò risulta da un documento del 1368-1369: In Christe nomine eiusque Matris... b. apost. Petri et Pauli, utriusque Ioannis, Baptiste et Evangeliste, totiusque caelestis curie ... Cesene, et in caminata domorum ecclesie s. Ioannis in burgo, ubi tunc curia et audientia dicti domini episcopi, et eius curia residebat[263]. E nel 1376, cum ecclesia cathedralis, come si legge in una lettera apostolica indirizzata al vescovo di Bertinoro eo quod posita sit et inclusa in citadellla seu fortalitio, alias vulgariter Murata nuncupato, difficulter adiri queat, et in loco alio, necessario, sit reponenda, Urbano VI concedeva di edificare in civitate ipsa, purchè il nuovo tempio fosse eretto in honorem et sub vocabulo s. Ioannis Baptiste, sicut antiqua ecclesia erat[264]. Questa nuova cattedrale, che è l’attuale[265], sacra a Giovanni Battista, si cominciò, come sembra, nel 1408; ma nel 1412 era certamente compiuta[266]. Questi fatti diedero origine in Cesena alla persuasione, raccolta dai cronisti della città ma già dimostrata da falsa da Bucci[267]e dal Zaccaria[268], che l’antica cattedrale di Cesena fosse dedicata a s. Giovanni Evangelista. E si giunse a tanto che nella chiesa di s. Giovanni Evangelista fu collocata, nel secolo XVI o al più presto nel secolo XV, una memoria marmorea con questa iscrizione: Vetustissimum ecclesiarum Caesenae domicilium[269]. L’autore della Vita di s. Severo viveva senza dubbio in un tempo in cui la falsa opinione sulla cattedrale era formata e comunemente accettata. Quindi la Vita latina di s. Severo deve essere posteriore al primo decennio almeno del XV secolo. P Burchi[270]invece che si riferisce ad Ughelli[271], riporta che il 2 agosto 1378 Urbano VI concede ai canonici e al comune di Cesena la licenza di edificare una nuova cattedrale nel luogo della chiesa parrocchiale della Croce di Marmo dedicata a S. Antonio Abate. La cattedrale, infatti, era inclusa nella fortezza militare detta come è noto Murata, di difficile accesso e la chiesa parrocchiale di S. Antonio apparve a tutti il luogo più idoneo per costruire la cattedrale[272]. La sua costruzione iniziò qualche anno più tardi[273] e cioè nel 1385 e andò lentamente completandosi fino agli inizi del 1400 sotto il governo del vescovo Gregorio Malesardi (1405-1419). Gli storici ci assicurano che concorse con larga munificenza Andrea Malatesta, signore di Cesena (1385-1416), il quale volle lasciare al sommo dell’abside un noto emblema[274] di casa Malatesta: la «rosa».

 

Quindi dopo il lungo periodo altomedioevale[275] della generale depressione dovuta fra l’altro al rinnovarsi di condizioni di instabilità per incursioni e invasioni delle popolazioni barbariche anche in queste terre, come altrove diffusamente prese avvio assai lentamente quel processo di rinascita che solo più tardi sarebbe giunto a maturazione coll’affermarsi del movimento delle autonomie comunali. Ciò avrebbe potuto realizzarsi mediante una graduale assimilazione e compenetrazione etnico-sociale tra la tradizionale componente latina autoctona e gli elementi germanici che in tempi e forme diverse si erano insediati nelle nostre terre. Una rinascita che sarebbe stata favorita[276] da suggestioni ed apporti esterni indotti nelle nostre comunità che si trovano sparse su un territorio di permanente rilevanza strategica e itineraria. I centri di incontro e di coagulo di queste nuove energie capaci di risalire la china della depressione sono certi ambienti ecclesiastici urbani, in particolare il più importante -sia sotto il profilo religioso e temporale sia per la più facile apertura verso il mondo esterno- rappresentato dall’episcopio, dalla sede della cattedrale dedicata al Battista sul colle Garampo. Questa direzione ipotetica parrebbe suggerita[277] anche da una presenza dell’autorità ecclesiastica nel mondo locale più costante, vitale e meglio organizzata di quella delle rispettive realtà civili, in particolare alla curia cittadina, del tutto assente nei pochi documenti superstiti di questi secoli, al punto che non figurano fini al secolo XI inoltrato magistrati, giudici e notai propriamente di Cesena o del territorio, dovendo ricorrere per ogni pratica notarile o giudiziaria anche ecclesiastica in Cesena a ufficiali delle città e dei territori limitrofi. Riesce assai difficile immaginare le circostanze di questa rinascita, eppure da una serie di concessioni vescovili posteriori al Mille, è dato ricostruire retrospettivamente per alcune generazioni la fisionomia e i movimenti patrimoniali dell’episcopio e insieme quel processo di ricomposizione etnico-sociale che, attraverso una serie di donazioni a comunità religiose e locazioni enfiteutiche e livellarie a privati, vide il vescovo al centro di una rete determinante di interessi economici e di rapporti sociali che dall’area urbana si estendevano nella diocesi, fino a toccare i territori finitimi di Rimini, Sarsina, Ravenna. Non sappiamo[278] però se queste transizioni tra enti ecclesiastici e privati avessero nel mondo cesenate un’esclusiva importanza economico sociale o tendessero con il tempo ad assumere un significato anche politico, magari in contrasto col conte laico e poi ecclesiastico e con gli ambienti ravennati che da tempo esprimevano l’autorità comitale.


CAPITOLO 4

 

 

4.1 La diocesi di Cesena: le chiese cittadine.

 

La cattedrale di Cesena ha avuto sicuramente un ruolo emblematico e rilevante per la diffusione del cristianesimo dentro e fuori le mura cittadine.

Essa non è però l’unico edificio sacro cittadino di cui si ha notizia già dalle prime testimonianze scritte della presenza del culto cristiano a Cesena e parlando della storia della città sono emersi numerosi cenni alle tante chiese che sono state il riferimento per la diffusione del cristianesimo (Tav. XI).

In particolare, seguendo un probabile ordine cronologico, grazie alla famosa e già citata lettera inviata nel 603 da papa Gregorio Magno al vescovo di Ravenna Mariniano, si riscontra la presenza del monasterium dei Ss. Lorenzo e Zenone, di cui Fortunato era abbas. Secondo il Kehr[279] questo monasterium era collocato in un luogo detto Calanco posto, al momento in cui scrive, nella stessa città di Cesena, e d'origine antichissima, precedente alla lettera di Gregorio I[280]. Questo monasterium inoltre, sempre secondo il Kehr, era retto da monaci dell’ordine di S. Benedetto. Per il Dolcini[281] tuttavia il monastero non è da considerare benedettino, non soltanto per motivi cronologici. Vi erano allora nel primo periodo del regno longobardo monasteri che si reggevano come “istituzioni famigliari sottomesse non di meno alla giurisdizione episcopale, dove un uomo generalmente di una certa età si poteva ritirare, anche eventualmente con la propria consorte ed i figli, per praticarvi la carità e dedicarsi alla preghiera”[282]. Nel 1042, per un’errata tradizione che si è diffusa fino al Burchi[283], tale monasterium fu concesso dal vescovo Giovanni ai canonici della cattedrale, dunque è verosimile che dovesse trovarsi appunto vicino alla cattedrale di San Giovanni Battista. In realtà, come già si è detto[284], nella carta di donazione del 1042 nulla autorizza una siffatta lettura e non c’è una disposizione del vescovo sul monastero come nuova residenza canonicale. Al contrario, con il monasterium Sancti Laurentii et Zenonis, che è soltanto descritto come bene immobile, si apre una lista dei possedimenti donati dal vescovo al capitolo cattedrale. Non si è inoltre mai trovata traccia o indicazione di un toponimo prediale di nome Calancus nella zona collinare del Garampo. Il monastero di S. Lorenzo e Zenone era situato in castro Cesene: questo termine castrum ha indotto gli autori, da Scipione Chiaramonti e Giovan Battista Braschi in avanti a determinare la posizione del monastero come adiacente al castello e all’antico duomo, posto sul colle Garampo fin verso il 1385, quando fu costruito al centro di Cesena, nel quadro della rinascita della città dopo l’eccidio dei bretoni del 1377. Secondo il Burchi[285] il monasterium fu abbandonato dai monaci benedettini alla fine del secolo X o all’inizio dell’XI, quando si costruirono un nuovo cenobio sul colle Spaziano santificato dalle penitenze di S. Mauro e reso celebre dai suoi miracoli.

È necessario a questo proposito inserire nell’elenco delle altre chiese cittadine la basilica di S. Maria del Monte.

L’origine di questo monastero è incerta: il Kehr[286] ipotizza che la sua fondazione fosse attribuita al patrizio Narsete, o ad Agilulfo o a Liutprando re dei Longobardi, o a s. Mauro II. Come già è stato detto, il primo riscontro documentario sull’origine di Santa Maria del Monte viene dalla eccezionale narrazione di S. Pier Damiani[287]; secondo la vita Beati Mauri, il vescovo Mauro (vissuto nella prima metà del secolo X, forse fu eletto vescovo poco prima del 926) si allontanava spesso presso il “Monte” che era chiamato Saltus Spatiani, distante circa quattro stadi dalla città, dove cellulam ...cum exigua ecclesia fabbricavit. Alla sua morte il Vescovo Mauro fu sepolto in un sarcofago di pietra posto vicino alla chiesa. Il monastero che era posto nello stesso luogo sorse probabilmente dopo il 1001[288], la parva basilica, come la definisce Damiani, costruita dal Vescovo accanto alla sua cella, al tempo in cui viene scritta la vita del Santo, cioè tra il 1042 e il 1053, era diventata anche un celebre monasterium ad honorem B. Dei Genitrix et Virginis constitutum; la chiese era già ingrandita e adornata non oltre il 1026, anno in cui proprio nella abbazia venne compiuto (e venne anche documentato[289]) un miracolo venne abitato dai monaci Benedettini. É da questo momento che il tumultus del Vescovo diventa meta di pellegrinaggi, anche se il culto non è stato ratificato da un atto ufficiale. Dal racconto di Damiani si potrebbe dedurre[290] che dopo la morte del vescovo Mauro il mons Spatiani, da lui scelto per condurre vita di meditazione in alcuni momenti dell’anno, era stato del tutto abbandonato. Era andata perduta anche la memoria storica della sepoltura del santo che è riscoperta grazie al prodigio palesata ad un pellegrino che andando in processione, per allacciarsi una scarpa, posò il piede sopra la tomba del Santo ormai nascosta dagli arbusti. L’uomo non riuscì più a staccare il piede e fu necessario rompere con martelli e scuri un pezzo del sarcofago che rivelò così il suo prezioso contenuto. É anche vero però che l’involontario protagonista dello straordinario ritrovamento attraversava quel luogo in compagnia di altri pellegrini quasi certamente diretti ad un luogo di culto. Per raggiungere questa ignota località i pellegrini transitavano per il monte Spaziano ed è verosimile che la chiesa fosse proprio la piccola chiesa voluta da Mauro. Questa seconda ipotesi presupporrebbe una continuità di culto sul Monte Mauro, scissa dalla figura del vescovo, la cui tomba, posta all’esterno della piccola chiesa, era stata del tutto dimenticata. La seconda ipotesi, che non è suffragata da prove, porterebbe a rivalutare la tesi sostenuta dal Serra[291] e sottoposta al giudizio del Muratori[292] che faceva risalire allo stesso Mauro l’istituzione della vita comune sul Monte. Sarebbe comunque strano che i religiosi insediati da Mauro avessero poi del tutto obliato la memoria del fondatore del cenobio. Importante e significativo anche un altro miracolo che vede come protagonista Teuzo, guarito da una infermità, ancora in vita quando Damiani scrive, monaco del celebre monastero. Al monaco il vescovo, apparso nocturno silentio, chiede che sulla sua tomba sia infissa una croce e che sia celebrata solennemente la sua memoria. Resta da capire se al tempo di questa visione Teuzo fosse monaco: certo è che il benedettino, richiamando il nocturno silentio, rimanda alla vita monastica e la specifica richiesta di Mauro meglio si giustifica se rivolta ad un religioso. Di fatto il Vescovo chiede, attraverso il monaco del celebre monastero, che gli sia riconosciuto un culto ufficiale. Al tempo del monaco Teuzo dunque il culto del santo comincia ad avere una sua liturgia ufficiale. La tomba del Vescovo viene rimossa e posta tra l’abside e l’altare della chiesa, probabilmente senza abbattere la parete della piccola chiesa[293]. Negli anni successivi verrà costruita una chiesa più grande, quella che ammirerà Pier Damiani. Dopo il ritrovamento della tomba del Vescovo, il monte Spaziano è divenuto meta di frequenti pellegrinaggi ed è pertanto più che probabile che si sia imposta, se già non lo era, un’officiatura della piccola chiesa accanto a cui era stata rinvenuta la tomba. La chiesa non è ancora abbazia, forse i monaci che la abitano provengono da un’altra abbazia cittadina e la loro presenza sul monte Spatiani si potrebbe datare dalla ricoperta della tomba del Santo. Non è certo che questi monaci provenissero dall’antichissima abbazia dei Ss. Lorenzo e Zenone, secondo la suggestiva ipotesi sulla traccia di un’anonima Dissertazione sopra l’origine della basilica di S. Maria del Monte (sec. XVIII), conservata in un manoscritto della Biblioteca Comunale di Forlì[294]. Il Sirotti[295] inserisce anche che nell’anno 1059 il papa Nicolò II erige canonicamente l’abbazia di Monte Mauro[296]. Nell’anno 1177 l’imperatore Federico Barbarossa concede ai monaci dell’abbazia il privilegio del mondiburdium, vale a dire un privilegio caratterizzato da esenzione di tutte le tasse e con proprietà non cedibile, e la carica, al suo abate, di Tesoriere delle Romagne, specie di procuratore delle tasse[297]. Nel 1453 il monasterium, per ordine di Nicolao V è unito alla congregazione di S. Giustina da Padova.

Nel panorama delle chiese cittadine s’inserisce anche la chiesa di S. Croce. Il Burchi[298] parla in maniera ampia di questa chiesa e riporta ciò che in precedenza il Kehr[299] aveva descritto nella sua opera, cioè il fatto che presso il prefetto della Biblioteca Malatestiana di Cesena esisteva un inventario degli strumenti del Monastero di S. Croce di Cesena, il più antico dei quali risaliva al 1080. Un’altra testimonianza della presenza di questo monastero risale all’11 aprile del 1139, quando Innocenzo II conferma a Giovanni, priore di S. Maria di Porto, «hopitalem domum iuxta stratam in illis partibus sitam cum eccl. S. Crucis ibi constructa, et concedit liberam facultatem eam trasmutandi in allodium ipsorum, quod Lidolus Villani Ottardi eiusque nepotes eidem ecclesiae contulerunt, situm in vicariatu terr. Caesenate, sub annuo censu 12 den. Lucen. monetae». Una ulteriore testimonianza della presenza di questa chiesa è data dal primo versamento della decima che è stato fatto nel 1290-92. Al numero 1215 viene riportato infatti: «Homdedeus Zansi, sindicus sindicatus portuensis et ecclesie S. Crucis». Il secondo versamento (riportato al numero 1400) è stato fatto da «frater Bonus, sindicus sindicutau ecclesie S. Crucis, obedientie portuensis, pro sindacatu et ecclesia».

L’ultimo edificio sacro risalente al primo periodo di testimonianza del cristianesimo a Cesena è uno sconosciuto monastero, quello di San Martino in strata o in fossa. Il 5 febbraio del 914, come già in precedenza si è detto, l’arcivescovo di Ravenna Giovanni dà in enfiteusi a Rodolfo e ai suoi discendenti cinque appezzamenti di terreni, il quinto di questi in particolare si trova «non longe ad Montem Sancti Martini q. voc. in Strata». L’Amadesi[300] ha riportato questo atto, meglio conservato nella pergamena 1925, la seconda carta di Cesena per antichità, successivamente però rielaborato dal Fantuzzi[301] il quale lesse[302], in luogo di «non longe ad Montem», «non longe a Monasterio». Probabilmente[303] il monastero era posto non lontano dal muro pubblico di Cesena, posizionato forse nella zona compresa tra le pendici del Garampo e il fiume Savio. Da rilevare sicuramente è il fenomeno erosivo che, soprattutto in questa zona di Cesena, ha interessato l’antico Monte Sterlino e il corso del fiume Savio che si era venuto allontanando dal posto che occupava nel periodo romano. Fu proprio sul nuovo corso del fiume che venne costruito il ponte in muratura, e prese il nome di ponte di S. Martino, proprio perché era posta lì accanto alla chiesa parrocchiale di S. Martino.

Difficile dire se nel territorio urbano della città c’erano altre chiese, certo comunque è che come si diffusero ben presto ed in maniera molto capillare numerosi centri plebani in tutto il territorio dell’Emilia-Romagna, questo accadde naturalmente anche nel territorio della diocesi di Cesena.

 

 

4.2 I centri plebani.

 

Per poter affrontare in maniera approfondita la tematica dei centri plebani che sono sorti e che, in alcuni casi, sono presenti e ammirabili ancor oggi nel territorio della diocesi cesenate, è necessario delineare, in modo semplice, ma esaustivo, come il fenomeno plebano è nato e come si è diffuso in maniera così capillare in Italia.

Il fenomeno plebano all’interno di quell'unità territoriale omogenea costituita dall’Esarcato prima, dalla Provincia Ecclesiastica Ravennate poi, deve naturalmente essere ricondotto al più generale processo di diffusione del cristianesimo in Italia e del suo radicarsi in forme stabili in ambito specificatamente ecclesiale[304], espressa attraverso l’autorità del vescovo locale, dalla ecclesia matrix cittadina (poi designata come cattedrale e duomo). Con il Concilio di Sardica, nel 343, viene stabilito per la prima volta alla presenza anche del vescovo ravennate Severo, la creazione nei piccoli centri di campagna di singoli monasteria, chiese servite, specialmente in campagna, da un solo prete (“eis monos presbyteros”). Questo significava che la vita comune del clero, come era nei primissimi secoli, veniva gradualmente abbandonata e sostituita dal servizio di un solo prete che era presente nei più piccoli paesi e borgate, non per rendere indipendenti ed autonome le varie comunità cristiane, ma perché in questo modo la Chiesa voleva giustamente essere il più possibile presente dove il popolo di Dio viveva. Nel 529, con il Concilio di Vaison, si postula, almeno per l’Italia settentrionale e centrale, un'estesa organizzazione di tipo plebano: il termine pieve compare per la prima volta in un testo di Gelasio I (492-498), il papa che delineò[305] la coordinazione e l'indipendenza della potestas dei Re e dell’auctoritas dei Pontefici nel reggere sovranamente il mondo, nelle sfere di reciprocamente esclusiva competenza.

La parola pieve deriva dal latino plebs, che significa popolo, folla, gente: con l’avvento del cristianesimo passò ad indicare la comunità dei battezzati. In realtà[306] infatti sin dall’anno 435 il papa Sisto III volle che si leggesse tra lo sfolgorio dei mosaici, al culmine dell’arco trionfale della basilica di S. Maria Maggiore in Roma “XISTUS episcopus plebs Dei“, per indicare il motivo per cui aveva eretto il grande edificio di culto, al servizio della “plebs Dei”, del popolo di Dio. Dal termine plebs Dei derivò poi, sic et semplciter, plebs, pieve.

Questo termine fu largamente usato nella sola Italia centro-settentrionale, entro la struttura territoriale e forense della Gallia Cisalpina, poi Italia Annonaria[307]; si consolidò successivamente press’a poco entro i confini dell’antica dominazione franco-carolingia, soprattutto nell’Italia centro-settentrionale. La pieve in Italia non si distingueva certo per la sua relativamente vasta estensione[308], dovuta alla grande vastità della diocesi entro cui si era formata: erano ben più estese le parrocchie e le diocesi d’oltralpe; era già una caratteristica della pieve (che era chiesa battesimale) l’aver soggette chiese minori (cappelle, oratorii) non battesimali in numero molto maggiore (fino a parecchie dozzine) che oltralpe, dove si contavano a poche unità, o in Ispagna, dove nell’alto Medioevo non c’erano chiese che non fossero battesimali. La struttura giurisdizionale plebana era eccentrica rispetto al capoluogo diocesano, ma centripeta nei confronti del popolamento sparso, e sembra riprendere, nella sua spartizione in distretti, i quadri dell’organizzazione municipale romana. La corrispondenza tra pagus[309] romano e pieve cristiana è già stata largamente dimostrata[310], anche se non può essere in modo automatico generalizzata. Non si può quindi escludere che la diffusione del termine plebs segni l’impatto decisivo di questa struttura colla tradizione distrettuale della civitas cantica e quindi una sua valorizzazione sotto il profilo demico-civico. Testimonianza di ciò appare indubbiamente la stratificazione dei reperti archeologici e artistico-monumentali quello religioso-culturale, che farebbe registrare, come nel caso della nostra pieve di s. Stefano in Pisignano, un graduale passaggio dalle forme culturali orientali pagane a quelle cristiane[311].

Il Forchielli[312] afferma, infatti, che la pieve si poneva nel capoluogo del pago, se questo aveva un capoluogo abitato. Se invece il pago non aveva un capoluogo abitato, ed era invece un territorio seminato di vici, allora la pieve poteva collocarsi anche nel centro abitato di un qualsiasi vico del pago, oppure collocarsi nel luogo del compito religioso pagano -e tracce di pievi di questo genere si trovano ancora testimoniate dalla toponomastica- oppure nel luogo, nel centro nuovo che la pieve cristiana formava. Plebs passò poi ad indicare la chiesa del capoluogo nel suo edificio materiale, dove i fedeli si riunivano ed anche il territorio sul quale questa esercitava la sua giurisdizione. Se la parola plebs[313] si ritrova solo ampiamente nell’Italia e non anche nell’Italia centro-meridionale, ciò non dovette avvenire solo a causa di una semplice divergenza linguistica, perchè plebs ebbe in ogni caso, attraverso i secoli, una struttura diversa da quella di parochia, del pari battesimale, dell’Italia centro-meridionale. La pieve, infatti, era provvista di un fonte battesimale e faceva capo ad un ecclesia mater o matrix. La pieve era fermamente concepita dal diritto canonico e dalla legislazione civile[314], e fortemente sentita nella coscienza comune, come chiesa pubblica, pertinente d’ufficio al vescovo: anche quando (nei secoli X-XI) venne data in livello o in beneficio feudale ai laici, essa rimase sempre «sub regimine et potestate episcopi». L’ordinamento che regolava la conduzione pastorale della pieve era di forma collegiale e capitolare. Presbierî di chierici mettevano in atto la vita in comune[315] e la forma condominiale dei beni anche se l’archipresbyter era solo e monarchico ed aveva giurisdizione su tutto o quasi tutto il clero e le maggiori chiese e le cappelle diffuse nel distretto. Ogni gruppo plebale[316] infine doveva provvedere, tra l’altro, alla preparazione dei successori: per questo i giovani che volevano diventare preti venivano accolti nella casa comune del clero, detta appunto schola, dove potevano imparare a leggere e a far di conto e, soprattutto avviarsi all’approfondimento delle Sacre Scritture[317].

In un primo momento quindi, l’organizzazione parrocchiale, nel territorio diocesano, anche se vasto, non si compì mediante la creazione di parrocchie[318], presso le quali fossero preti isolati, ma attraverso appunto presbiterî di chierici, i quali formarono congregazioni o collegi, a seconda che la volontà del capo assorbisse o meno la volontà dei singoli. La grande pieve battesimale diviene, con il progressivo impadronimento del territorio alla fede cristiana, matrice di molte chiese o cappelle succursali su cui esercita appunto questa azione di autorità e vigilanza. Le cappelle di fondazione e di proprietà privata erano numerose. La distinzione tra pievi e cappelle fu tenuta sempre ferma; si oppose la massima resistenza alla trasformazione di una cappella privata a una pieve[319]. In ogni modo al creazione di nuove pievi fu limitata pur restando questa (fino al Due-Trecento) l’unica maniera di istituire una nuova chiesa battesimale, salvo rare eccezioni. Le chiese minori non ottennero la funzione battesimale, bensì progressivamente acquisirono vari diritti (cimitero, messa pubblica, decime) sino a diventare (dal secolo XII) parrocchie con un proprio popolo di fedeli e un proprio territorio, ma ancora senza il diritto di amministrare il battesimo e con vari legami di soggezione alla pieve. Questa azione centrifuga promossa dalle cappelle nei confronti dell’accentramento plebano porterà, con l’andar del tempo, le premesse per la decadenza delle pievi e genesi della parrocchia rurale alcune nel periodo pre-carolingio, altre nel periodo carolingio, in altre nel periodo comunale[320]. Dalla fine del XIII secolo cominciarono a diventare sempre più numerose le pievi che entravano in crisi[321], decadevano, addirittura scomparivano. Tale evoluzione fu dovuta spesso, in varia misura, a cause esterne, prodotte in medio o in breve termine, e non di rado ad accadimenti: la cosiddetta rivoluzione stradale, gli scombussolamenti determinati dalle pestilenze che si susseguivano, la crisi demografica provocata in gran parte da quei flagelli, le minacce e le distruzioni portate dalle guerre, infine il cambiamento dell’habitat che derivò dai grandi fenomeni ora citati, ma anche dall’iniziativa politica della costruzione dei nuovi borghi franchi e dalla trasformazione delle strutture agrarie (soprattutto la mezzadria). Nel corso dei secoli[322], nonostante le migliorate condizioni generali, erano infatti venute sempre più frequenti e pressanti le lamentele dei fedeli per la lontananza della pieve dalle loro abitazioni: nonostante il miglioramento delle vie di comunicazione, spesso però rese pericolose dalle guerre o dalla presenza di milizie mercenarie. La vita comune congregata o collegiale dei chierici in alcuni luoghi si spense con l’ampliarsi della signoria fondiaria, o con l’affermarsi del feudo, ovvero si eclissò davanti al sorgere del comune. Di qui si sviluppò la nuova situazione parrocchiale[323], che è quella contemporanea, nel sec. XVI, quando o erano scomparse le tracce o si era perduta la memoria della primitiva organizzazione corporativa, e il nuovo sistema parrocchiale, a cura individuale, disseminato nei più piccoli paesi, fu ufficialmente riconosciuto dal Concilio di Trento. La creazione delle parrocchie[324], con un clero stabile al centro della comunità di villaggio, con limitate ma crescenti funzioni, rendeva sempre più incongruo e più difficilmente concepibile il doversi recare in alcune importanti circostanze a una chiesa piuttosto lontana ed estranea alla maggior parte dei fedeli. Anche lo sviluppo della devozione popolare legava i fedeli soprattutto ad una chiesa facilmente accessibile, che fosse sentita familiare. A partire dalla fine del secolo XII inoltre[325], la vita comune del clero presso le pievi andava riducendosi e tendeva a dissolversi; corrispettivamente la collegialità del clero pievano si incrinava e perdeva il suo carattere corporativo acquisendone un condominiale, con la distinzione di prebende individuali e di benefici personali, e infine si trasformò profondamente con la istituzione dei benefici ”sine cura”. Non fu soltanto una crisi di secolarizzazione e di temporalismo. L’ideale dello status di vita comune, canonicale, nei suoi aspetti più severi, di tipomonastico, tendeva a realizzarsi ormai altrove: nelle congregazioni di canonici regolari, in alcuni ordini ospedalieri, nell’ordine domenicano, oppure nelle comunità eremitiche che erano portate sempre più a chiericalizzarsi. D’altra parte nei capitoli delle cattedrali e nei collegi delle pievi erano anche le stesse esigenze pratiche del culto e delle cura d’anime a far sì che lo status vitae canonicale passasse nel sottofondo e che invece acquisisse carattere essenziale per la comunità la statuizione interna. Ma, certo, furono le tendenze secolaristiche e gli interessi temporalistici a favorire questo tardo logorio della istituzione, accentuandosi quando si profilò la crisi economica della cattedrale e della pieve, insediate nella riscossione della loro parte di decime e di proventi d’altare dalle pretese delle nascenti parrocchie.

 

In Emilia-Romagna, fatta eccezione di poche diocesi, è sempre stata molto forte l’influenza della sede metropolitica ravennate, sia sotto l’aspetto propriamente religioso, sia sotto il profilo della giurisdizione ecclesiastica. In particolare, nelle campagne il fenomeno di evangelizzazione ha come centro d’irradiazione Ravenna, che assieme a Milano e ad Aquileia è una delle prime dicesi d’Italia[326]. Le prime strutture del cristianesimo nella campagna emiliano-romagola si sovrapposero presumibilmente a quell'organizzazione coloniaria che i Romani avevano posto soprattutto a ridosso della Via Emilia, dove è dato da localizzare gran parte delle pievi urbane, con i castra ed i fora aventi funzione di assorbire e smerciare i prodotti della ricchissima pianura tutta cosparsa di vici[327]. Non meno rilevanti sono talora gli addensamenti verso l’Appennino e la bassa pianura secondo le linee radicali che hanno in evidenza al fitto reticolo idroviario medioevale e lungo i principali corsi d’acqua sulla destra del Po, affluenti e non, segnano non di rado i confini delle circoscrizioni plebane e diocesane[328]. Insediamenti più diradati e presumibilmente di più recente costituzione (sec. XI-XII), si riscontrano nella bassa pianura, soprattutto in prossimità del corso del Po’ ed anche in parte, nella sua area deltizia; scarsi infine gli insediamenti nella fascia altoappenninica, caratterizzata dal prevalere di fondazioni monastiche- soprattutto nel versante romagnolo-, in buona parte legate alla Tuscia e forse anche provviste di cura d’anime.

Dal punto di vista dell’insediamento, il sistema per pievi corrispondeva ad un presidio sparso, di tipo cantonale, con abitazioni isolate o gruppetti di case: questa situazione spiega la formazione delle cappelle, che erano tuttavia meno numerose degli insediamenti, molto frazionati[329]. In questo sistema la pieve non era concepita come la chiesa del villaggi, come la chiesa del maggior centro abitato, che comprendesse la quasi totalità della popolazione del territorio: per questo motivo la pieve non era l’unica o quasi unica chiesa del suo territorio, ma aveva tante chiese succursali. Spesso troviamo la chiesa pievana isolata o un po’ discosta da un centro abitato, o vicina ad un abitato, ma non di primaria importanza[330]. In realtà la pieve era essenzialmente il punto più agevole per la raccolta dei fedeli o per la propagazione dei sacerdoti nel territorio a esercitarvi la cura d’anime: doveva contare dunque essenzialmente la posizione geografica e topografica della chiesa pievana, specialmente in rapporto con i fiumi e con le strade[331].

A proposito quindi dell’ubicazione delle pievi e dei luoghi scelti attorno ai quali sono state rinvenute delle pievi, la Torricelli[332] ha delineato cinque linee di indagine, così sintetizzate:

*      Centri plebani in prossimità di strade di origine romana (40%);

*      Centri plebani ubicati in prossimità di corsi d’acqua, paludi, porti (33%); (Tav. XII).

*      Centri plebani in stretto rapporto spaziale con insediamenti non fortificati (32%);

*      Centri plebani assai vicini o con insediamenti fortificati, secondo l’abbinamento plebs-castrum (52%). (Tav. XIII). Nell’Italia centro-settentrionale non tutti i castelli furono sede di chiesa battesimale[333], ci furono anche castelli costruiti attorno o accanto a una chiesa battesimale preesistente. Si conoscono infatti molte chiese, incastellate o non incastellate, che erano battesimali già da parecchio tempo prima l’inizio dell’incastellamento e continuarono ad esserlo ancora per lungo tempo. D’altra parte non tutte le chiese battesimali erano dentro o presso un castello. E c’erano circoscrizioni pievane che comprendevano più di un castello. Pertanto, con la creazione dei castelli le pievi non vennero sostituite da parrocchie castrensi: se dopo l’incastellamento le chiese battesimali si chiamavano pievi, la continuità non era solo nel nome ma soprattutto nell’istituzione, spesso pure nella fondazione stessa.

*      Centri plebani ubicati in civitates (9%). A questo proposito si può osservare[334] che il fenomeno plebano riguarda un numero considerevole di centri urbani dell’area romagnola e che l’uso del termine plebs riferito alle città non si differenzia sostanzialmente da quello praticato per il mondo rurale: in entrambi i casi esso indica solamente il pieviere o plebatus, cioè l’ambito distrettuale, inteso per lo più nel suo duplice significato di distretto religioso e civile che fa capo ad una chiesa battesimale. Di questa basilare realtà organizzativa del clero locale e dei fedeli, che viene testimoniata nei secoli dell’età di mezzo, si coglie[335] con ogni probabilità una fase evolutiva intermedia dei suoi caratteri istituzionali e funzionali in senso demico-civico e pubblico, aspetti che sembrano trovare una particolare sottolineatura proprio in riferimento alle città che hanno fatto parte dell’area storica di tradizione ravennate esarcale. Una fase peraltro che in senso ecclesiale si connota spesso per la presenza dell’ecclesia matrix e della sedes episcopalis nell’area intramurale. Quando la struttura plebana della città[336] si presenta unitaria quasi sempre la plebs sembra identificarsi con l’ecclesia matrix, sede del vescovo; quando invece la struttura è plurima, l’ordinamento plebano oltre a testimoniare uno status istituzionale e funzionale permanente in età carolingia e post-carolingia, sembra dimostrare la preesistenza di realtà superstiti della tradizione tardo-antica.

Alcuni centri plebani sono caratterizzati infine da fitonomi, particolarmente legate quindi all’elemento vegetativo che stava intorno. Naturalmente il medesimo centro plebano può essere compreso in prossimità di più dei luoghi analizzati dalla ricerca della Torricelli. In particolare da evidenziare[337] il fatto che la volontà di facilitare l’afflusso dei fedeli al centro plebano è evidente in un privilegio di papa Adriano II (867-862), indirizzato al vescovo d’Arezzo Giovanni ed al futuro abate di Bagno, databile intorno all’anno 872.

Un altro aspetto è quello riguardante il rapporto tra vescovo e plebani di pievi urbane e suburbane, che resta ancora da chiarire[338]; a questo proposito non senza significato è la presenza, dalle città romagnole al suburbio, fino a diradarsi nel territorio rurale, di un omogeneo tessuto patrimoniale di beni immobili di proprietà episcopale e/o capitolare, una realtà che nella sua evoluzione storica ci consente di far luce sui rapporti, anche se intersecata dalla frequenza di possessi di chiese extradiocesane. Su questo problema, così come su tutto il complesso di notizie sui centri plebani, pesa la scarsità di fonti, anche non scritte, artistico-monumentali e archeologiche.

 

A livello cronologico è stata aggiornata dal Vasina[339]una carta delle pievi nel territorio della provincia esarcale, con particolare riguardo alle chiese battesimali urbane e rurali dell’antica provincia dal XII al XIV sec. Tale limitazione cronologica si giustifica solo perché, per il Vasina, si dispone di questi secoli di una documentazione relativamente abbondante ed in particolare di una fonte, cioè le Rationes decimarum[340], in prevalenza papali, di eccezionale rilievo per il suo carattere di specificità e di relativa organicità. Si tratta di una fonte veramente d’importanza fondamentale, anche se tale repertorio di chiese non ha, né presume di avere carattere di compiutezza: vi sono, infatti, escluse le chiese esenti da prestazioni di decime. Oltre alle Rationes, importanti fonti sono i documenti sciolti conservati negli archivi ecclesiastici e statali delle città. La documentazione che riguarda le pievi dell’area ravennate-esarcale[341] (dall’Adriese al Ferrarese, dal Bolognese orientale al Sarsinate) è comunque assai più ricca di quella relativa alle chiese battesimali dell’Emilia Langobarda (dal Modenese, o meglio dal Bolognese occidentale, fino al Piacentino). Questo sensibile divario quantitativo è probabilmente da ricondursi alle diverse funzioni avute, forse più di fatto che di diritto, dalle pievi delle due aree storiche: infatti le pievi dell’area esarcale, in forma più accentuata di quelle della Langobardìa, ebbero, oltre che funzioni religiose, anche compiti sul piano propriamente civile-amministrativo, forse sulla traccia delle entità culturali dell’età tardo-antica e della dominazione bizantina. Tra queste funzioni le pievi dovettero assolvere anche a quella di loci credibiles, cioè di sedi in cui erano custodite e depositate -oltre alle transazioni, ai testamenti, ecc..- tutte le misure lineari e ponderali che avevano effetto nell’area della circoscrizione plebana; in questo caso, i pievati divenivano, nelle contrattazioni fra privati o fra questi e gli enti religiosi e non, dei necessari punti di riferimento per localizzare e misurare i beni immobili presi ad oggetto di ogni transizione. Una maggiore ricchezza e continuità di testimonianze ci consente[342] di meglio individuare, attraverso gli agionimi o i toponimi, o di frequente, gli uni e gli altri assieme, l’ubicazione delle pievi dell’area esarcale. Va inoltre rilevato[343] che un maggiore numero di reperti archeologici e monumentali è presente nella parte orientale della nostra provincia, dando luogo in maniera approfondita di occuparsi del fenomeno plebano. Il tentativo di ricostruzione cartografica (Tav. XIV) è stato eseguito da un censimento delle pievi e delle diocesi della regione Emilia-Romagna sempre dal Vasina[344], anche se da lui stesso giudicato[345] sommaria e approssimativa. Permango infatti in larga parte delle difficoltà che rendono problematica la definizione dei confini diocesani: essi dovettero essere più mutevoli di quanto non sia ritenuto tradizionalmente, soprattutto nei secoli di cui ci occupiamo direttamente, e divergere non di rado dai confini delle rispettive circoscrizioni civili: territori municipali, comitali, e comunali. I documenti, conservati nell’Archivio arcivescovile di Ravenna[346]ci danno conto quindi di un progressivo intensificarsi del fenomeno. Sempre secondo l’indagine del Vasina[347], nell’antica Provincia Ecclesiastica Ravennate (Tav. XV). nei secoli XII-XIV, il numero delle pievi censite in 16 diocesi arriva addirittura a 386 unità battesimali: la diocesi di Cesena aveva probabilmente 18 pievi.

Ma quando sorsero in Romagna le prime pievi?

La loro data di nascita è controversa[348]: la tradizione vorrebbe che le più antiche fossero state edificate sotto il regno di Galla Placidia, e ne elenca sette di questa epoca. L’ipotesi è sostenuta dal Calegari, quando descrive la pieve in Ottavo (o del Tho), presso Brisighella[349], ed è confermata anche da altri (Saletti[350], Metelli[351], Lega[352]). Galla Placidia scomparve verso il 450; le prime pievi dovrebbero essere sorte[353] nel V secolo. Il Tabanelli[354] riporta che per il Gerola[355] le prime pievi invece dovrebbero risalire ad un periodo compreso tra il IX ed il X secolo, per il Galassi[356] tra il VII ed il IX, per il Verzone[357] dopo il Mille. Mentre così il Galassi retrodata, secondo criteri del tutto personali, l’architettura del territorio ravennate, indicando precise cronologie ai sec. VII, VIII, IX, il Verzone è invece propenso a inquadrarla nel movimento artistico del sec. XI, pur riconoscendone caratteri che si riconducono a prototipi ravennati[358]. La mancanza di una documentazione circostanziata e precisa, pone in difficoltà la ricerca della vera epoca della loro nascita. Si sa che la pieve di S. Pietro in Syilvis di Bagnacavallo esisteva già nel 881, mentre le sue prime notizie risalgono al 740; quella di Campiano nell’896; quella di S. Pancrazio di Russi e quella di S. Stefano in Tegurio di Godo nel 963. Secondo Tabanelli[359], la fondazione di alcune pievi legate al nome di Galla Placidi, nome spesso ricordato dal popolo, appartiene più alla leggenda che non alla realtà. Le pievi “placidiane” sarebbero state comunque comprese nel triangolo Faenza-Forlì-Ravenna e nel cesenate.

In realtà le plebes [360] (ma solo nel significato di territori plebani), con riferimento particolare al territorio municipale, ci sono testimoniate dalle fonti scritte, in gran parte di provenienza ravennate, solo a partire dal X sec. Il più antico documento sopravvissuto al grande naufragio delle carte altomedioevali è la pergamena ravennate del 916 che riguarda il piviere di S. Vittore in Valle, in un momento cioè presumibilmente già avanzato della sua esistenza, che lo vedeva inserito come circoscrizione minore del territorium Caesenate, afferente all chiesa battesimale di S. Vittore, la plebana cui la dedicazione aveva dato il nome anche alla comunità locale[361]. Ricordando che si hanno le prime, ma sicure notizie dell’episcopato a Cesena a partire dal VI-VII sec, circa tre secoli distanziano nel cesenate la prima comparsa dell’ordinamento plebano dalla testimonianza più antica dell’esistenza del suo episcopato. Se vogliamo in via analogica, ma con prudenza, solo ipotizzare nei tre secoli lo sviluppo intermedio dell’organizzazione ecclesiastica nel cesenate, possiamo allargare il nostro sguardo ai territori municipali esarcali-romagnoli, limitrofi o non confinanti col nostro centro. Da questa indagine comparata si ricava che l’uso nella documentazione scritta (papiracea e pergamenacea) del termine plebs, nel significato immediato di piviere e solo mediato, ma infrequente di chiesa battesimale, è notevolmente anteriore ai secoli IX-X, cioè all’età carolingia e postcarolingia, che fino a tempi recenti veniva considerata determinante nella diffusione dell’organizzazione ecclesiastica locale e in particolare nell’espansione capillare delle istituzioni plebane; tale fenomeno infatti può essere retrodatato all seconda metà almeno dell’VIII sec., in una fase cruciale della dominazione langobarda[362]. Peraltro, senza poter escludere che già prima dell’VIII sec. le battesimali potessero essere designate con questo termine specifico, va tuttavia sin da ora precisato che queste realtà basilari della vita cristiana erano in precedenza di solito genericamente designate come ecclesiae o basilice[363]. Attraverso le fonti raccolte di carattere artistico archeologico, le fonti scritte e le indagini interdisciplinari si è così potuto fissare, a titolo orientativo, un’ampia diacronia che per il cesenate è definibile nelle seguenti scansioni periodologiche: una prima fase di formazione delle istituzioni battesimali, fortemente influenzata dalla metropoli-capitale ravennate, databile dal VII sec. al IX; una seconda fase, che potremmo fare corrispondere alla “stagione delle pievi”, pure connotata da una preminenza politica economico-sociale (ma con il tempo anche propriamente ecclesiale) di Ravenna, in cui si registra il pieno sviluppo nei suoi molteplici aspetti della vita presso le comunità plebane (assecondando tra l’altro l’introduzione, nel sec. XI, di una disciplina canonicale), che procede da questo secolo fino al XII; una terza fase di progressivo declino istituzionale e insieme religioso ed economico-sociale delle battesimali primitive o maggiori, che si può far iniziare dal XIII sec. e che prosegue in piena età moderna, caratterizzato dall’attenuarsi della preminenza ravennate, dall’articolarsi delle pievi in parrocchie (già peraltro in atto nella fase precedente), dall’assorbimento in senso propriamente ecclesiale di realtà prima polivalenti da parte delle tendenze accentratrici della curia romana, esercitate attraverso l’episcopato locale.

La tematica delle pievi e delle parrocchie ha avuto con particolare intensità una rivalutazione proprio in ambito romagnolo, per la notevole persistenza e frequenza nella documentazione regionale e soprattutto ravennate con cui è testimoniato il, termine pieve. Secondo gli studi più recenti del Vasina[364], il termine pieve non stava ad indicare il più delle volte , come invece si credeva in passato fino ai nostri giorni, o il popolo di Dio o l’edificio di culto presso il quale si amministravano i sacramenti, ad iniziare dal battesimo (di qui l’uso corrente dell’espressione “chiesa battesimale”)[365], bensì il piviere (plebs quindi si identificava con plebatus), cioè l’ambito territoriale entro cui il plebano, detto per lo più arciprete (archipresbyter), a capo della battesimale esercitava la sua giurisdizione sacramentale; una giurisdizione che per gran parte dell’età di mezzo fu pratica pressochè esclusiva[366]. Infatti, diversamente dalle altre aree dell’Italia centro-settentrionale, in quella ravennate-esarcale poi romagnola, di cui federo parte fin dai tempi più remoti e a pieno titolo anche il territorio civile e poi la diocesi di Cesena, le consuetudini notarili vigenti in Ravenna e da essa diffuse anche fuori della nostra regione, a partire almeno dall’VIII secolo e fino all’età moderna, contemplavano un formulario caratteristico circa la localizzazione dei beni fatti oggetto di transazioni nei documenti pubblici e soprattutto privati: distintamente da quanto accadeva altrove in area di cultura langobarda, non ci si limitava a designare con toponimo il locus o il fundus e tutt’al più il territorio municipale di appartenenza dei beni immobili, dei diritti e giurisdizioni in questione (quel territorium che già in età romana costituiva con il centro urbano al civitas), ma si indicava anche, a livello intermedio fra luogo e territorio, il piviere (plebe o in plebe o in plebatu) coll’aggiunta della dedicazione della chiesa plebana e insieme del toponimo del centro insediativo (speso si trattava del castrum), nel quale o presso il quale si trovava appunto la battesimale, oppure la menzione distinta dell’uno o dell’altro[367].

 

Il primo esempio di pieve rurale nel territorio ravennate è rappresentato da quello che, Andrea Agnello, definisce «l’antica chiesa di S. Demetrio», a sei miglia da Ravenna. Di poco posteriore al 440, veniva identificata[368] nella magnifica basilica a tre e poi a cinque navate, i cui resti sono stati rinvenuti in scavi nella località Casa Bianca, a due chilometri a sud di Classe. In realtà si è voluta identificare l’antica chiesa di S. Demetrio con questa basilica, anche se non vi è alcuna certezza dell’ubicazione a nord o a sud di Ravenna[369]. Agnello parla anche nel suo Liber pontificalis ravennatis ecclesiae, della fondazione, in epoca anteriore al 521, da parte del vescovo Ecclesio, della pieve di S. Maria in Padovetere, in territorio comacliense.

Ma è solo nei secoli VII e VIII, ed ancor più nei seguenti, che le pievi si moltiplicano un po’ dovunque nelle campagne dell’Esarcato[370]. Nel corso del V-VI secolo Ravenna diventa centro artistico in Italia. Punto di congiunzione tra l’Occidente romano e l’Oriente bizantino, la città adriatica vede il fiorire rapido e originale di una architettura in cui le influenze orientali si integrano con l’iconografia tradizionale delle basiliche romane. Il fervore artistico non si esaurisce in epoca successiva, quando a Ravenna si costruisce, dal 568 al 752, una corte esarcale modellata su quella imperale d’Oriente: l’architettura, memore degli splendidi monumenti dell’epoca d’oro e sostenuta dalla eccezionale abilità costruttiva delle maestranze, conserva, specialmente negli edifici di campagna, una sua peculiare dignità che la pone nell’orbita della grande tradizione ravennate e bizantina. Soprattutto quindi in riferimento all’architettura di questo periodo, diverse sono le definizioni di arte sviluppatasi e nata nel periodo dell’Esarcato[371]. Si tratta di diatribe su questioni non di pura terminologia[372], ma in diretta relazione con i problemi di inquadramento stilistico e cronologico, risolti o ipotizzati secondo prospettive diverse, in un contesto regionale oppure più ampio, e che si basano oltre che sugli esiti di interventi radicali che hanno interessato nell’Alto Medioevo le chiese di Ravenna, su quel consistente gruppo di edifici religiosi che caratterizzano, come già detto, l’architettura minore delle campagne, le pievi, segnate da particolarità strutturali e decorative che si riconducono alla tradizione costruttiva ravennate del V e VI secolo[373].

Questa architettura, di cui si parlerà più diffusamente in riferimento alle singole pievi, è stata definita in vari modi: deuterobizantina e poi ravennate seriore[374], protoromanica[375], preromanica[376], esarcale o adriatica[377], tardoravennate[378]. Al di là delle definitive definizioni proposte, che non possono esaurire la complessa problematica di questi edifici sommariamente indagati[379], Verzone[380] inoltre - se per le testimonianze databili tra i sec. VII e IX, che giudica peraltro rarissime, sembra accettare la terminologia del Gerola per sottolineare la filiazione bizantino/orientale-, a partire dall’epoca degli Ottomani inserisce l’architettura ravennate, pur con le peculiarità strutturali e planimetriche che sono proprie, nel più vasto quadro della primitiva arte romanica. Il confronto comunque rimane ancora aperto.

 


 

 

 


CAPITOLO 5

 

 

5.1 La pieve nel territorio della diocesi di Cesena.

 

La pieve ha avuto anche nel territorio cesenate una notevole importanza proprio perché luogo di incontro, di ritrovo, di fratellanza, di solidarietà degli uomini che componevano la comunità. Immersa nel verde della pianura o in montagna, o in collina, la pieve ha ora sostanzialmente le tipiche caratteristiche dello stile romanico. Le pievi sorte in ambito esarcale fra il VII e l’XI secolo hanno la medesima struttura delle basiliche cittadine del V e VI secolo[381], ma secondo un modulo più ridotto e con particolarità costruttive che ne fanno un tipo a se stante, ben definito. Ecco come si presenta, o forse meglio come si presentava, in linea generale, una pieve: di fronte al portale, sull’esterno, si trova il sagrato, diverso per dimensioni; più oltre c’è una larga strada oppure un viottolo, a seconda del luogo in essa era sorta[382]. Il tetto è a due spioventi, le pareti laterali, come la facciata, sono in laterizio (mattone spoglio) ed appaiono ornate con archetti e con alcune finestre a sesto acuto, talora anche con lesene e da motivi decorativi collocati spesso sotto la copertura del tetto (Tav. XVI) Lo schema generale[383] rimane a tre navate con un’unica abside orientata a levante con caratteristica ravennate: semicircolare all’interno, poligonale all’esterno. A questo proposito è stato il Mazzotti[384] ad approfondire ed ampliare la problematica per compiere una distinzione nella tipologia delle pievi di Romagna. Si è sempre insistito sulla peculiarità che sono proprie delle chiese a tre navate, così come la caratteristica dei pilastri o su quella degli archetti pensili. Le navate infatti sono rette non più da colonne marmoree, ma da pilastri[385] che hanno particolari peculiarità, mostrando un’appendice verso le navatelle o da ambo i lati lunghi: nei casi più antichi si tratta di un’appendice rettangolare ed allora il pilastro viene detto a forma di T, in altri si hanno appendici rostrate, i pilastri cioè terminano nei lati lunghi con appendici triangolari; in altri casi ancora si trovano pilastri che mostrano da ambo i lati la doppia appendice, rettangolare e rostrata[386]. La tripartizione dello spazio risulta in questo modo più decisa, con le arcate che si aprono tra pilastro e pilastro come altrettanti finestroni centinati. Oltre alle chiese a tre navate nel territorio ravennate e romagnolo sono presenti però anche un discreto numero di chiese, la cui antichità è pari almeno alle altre, che hanno la loro pianta ad unica navata. Esse hanno alcune o molte delle peculiarità delle sorelle maggiori e più note, ma in altre se ne discostano: questo perché una iconografia differente da quella solita ha imposto necessariamente ad architetti e costruttori differenti soluzioni sia dal punto di vista tecnico, sia da quello decorativo, sia pure nell’utilizzazione dello spazio. Il Mazzotti così enuclea dal folto e più noto gruppo delle pievi a tre navate, quello minore e meno conosciuto delle chiese di tipo tardo-ravennate ad unica navata, spesso risultante pianta irregolare, e in generale mostrandosi come un ambiente ampio, con linee semplici, volendo richiamare quasi edifici antichi[387]. A questo proposito è stato sempre il Mazzotti[388] a sottolineare per primo che non si è mai fatta nessuna distinzione nella tipologia delle pievi di Romagna e si è sempre insistito sulle peculiarità che sono proprie delle chiese a tre navate, come la caratteristica dei pilastri o su quella degli archi pensili. Anche a riguardo delle pievi a navata unica si devono necessariamente dividere i monumenti in due gruppi: il primo comprenderà edifici che esistono tuttora, sia pure con trasformazioni e rifacimenti; il secondo invece tratterà di quelle chiese ad unica navata ora incorporate in più ampie pievi. Tra le più insigni pievi a navata unica ricordiamo la pieve di Santarcangelo di Romagna.

Continuando con la descrizione generale delle nostre pievi, solitamente la copertura, completamente in legno, è a capriate nella parte centrale, a semplici travi disposte secondo la pendenza del tetto in quelle laterali. La facciata si presenta abitualmente scandita, in corrispondenza con i muri divisori delle navate, da lesene, fiancheggiate lateralmente da due tipiche alette e racchiudenti al centro una doppia monofora; il timpano conserva le caratteristiche sporgenze mensoliformi delle grandi basiliche urbane. La spartizione regolare mediante lesene si ripropone nei fianchi minori; in quelli maggiori la cortina muraria è tutta segnata invece da un motivo di archetti pensili tra lesene, all’interno dei quali compaiono finestrelle così esigue da sembrare feritoie. Il confronto con le archeggiature esterne delle più antiche chiese ravennati sottolinea la riduzione, sia numerica che dimensionale, delle fonti d’illuminazione: l’interno, da chiaro e diffuso diventa così più raccolto e con contrasti di luce più intensi. Esigua risulta anche la luce proveniente dalle tre finestrelle poste nei tre lati centrali dell’abside poligonale. Le porte e le finestre non si scostano dal modello tradizionale arcuato con l’impostatura dell’arco in rientranza: le finestre, però, presentano spesso una doppia strombatura con ampi sguanci e diaframma intermedio. I materiali usati restano quelli tradizionali: per le murature, il laterizio, non di rado di spoglio, sia del tipo largo che in quello sottile, cementato da spessi letti di calce frammista a ghiaia; per le coperture, come al solito, le tegole e i coppi[389]. Quanto finalmente agli elementi decorativi, oltre alle lesene ed alle arcature bisogna segnalare la tradizionale cornice di bordo alla copertura che presenta una ghiera continua di mattoni disposti a dente di sega. Caratteristiche di un ristretto numero di chiese sono invece le finestre ad occhio, vere o finte, che si possono restringere fino a diventare delle semplici raggiere, e le finestre rettangolari, centinate a loro volta mediante un mezzo occhio o mezza raggiera[390]. Si accede alla cripta, quando esiste, attraverso una piccola scala situata sotto il presbiterio: è un locale sotterraneo, per lo più quadrato o poligonale, a volta, che conserva spesso un’arca o le reliquie di un santo; essa va sempre considerata un’aggiunta, la sua struttura non si presenta difatti mai in connessione con la cortina muraria della chiesa[391]. Così è per i campanili, prima rotondi poi quadrati con bifore, trifore e polifore, la cui nascita accanto agli edifici plebani è successiva alla loro costruzione [392]. All’interno possono comparire cicli pittorici con scene della vita di Gesù, della Madonna e dei santi; anche la volta dell’abside ha le pareti affrescate e non manca una scritta augurale o dedicatoria. All’ingresso, da un lato, il fonte battesimale, spesso ricavato da un marmo romano[393].

Prendendo in considerazione la struttura edilizia delle pievi non bisogna mai trascurare il fatto che, dal momento della sua fondazione, ogni pieve ha subito, in maniera più o meno evidente e sostanziale, notevoli trasformazioni[394]. Questo è dovuto ad esigenze pratiche ed estetiche delle varie epoche ed alle distruzione che nel corso dei secoli hanno coinvolto le pievi. Lo stesso processo di ricostruzione ha provocato, in taluni casi, notevoli modificazioni della struttura iniziale, così che poco resta di quello che era stato il disegno primitivo.

Un prototipo di queste pievi di campagna viene considerata, quasi unanimamente, la tipologia architettonica della basilica di S. Vittore a Ravenna[395], distrutta, come è noto, durante un bombardamento aereo nel 1944[396]. Ai numerosi secelli od oratoria[397], che sin dai primi tempi di Ravenna capitale sappiamo essere sorti nella Regio domus augustae, cioè nell’area del primo ampliamento della città e nei pressi della basilica placidiana di Santa Croce, il Testi-Rasponi ed il Lanzoni[398] hanno creduto di poter aggiungere quello in onore del martire S. Vittore, il cui corpo era stato rinvenuto a Milano da S. Ambrogio e per il quale pare che Onorio professasse una grande devozione[399]. Nel Liber Pontificalis Agnello ricorda[400] che il vescovo Massimiano, prima di essere accolto dai Ravennati nella città, si fermò fuori della Porta di S. Vittore. Tale Porta doveva derivare il nome dalla vicina chiesa o secello di S. Vittore[401].

Secondo il Galassi[402] infatti, è ”Nel muro esterno della chiesa, lungo l’ala destra della navata centrale che si poteva infatti ravvisare il primo annuncio di quella innovazione delle arcatelle pensili e cieche destinate a lungo e caratteristico svolgimento nel Medio Evo. La suddetta innovazione venne preparata ed instaurata non in campagna, ma nella stessa città di Ravenna, dove in precedenza il tema delle arcate sulle finestre aveva avuto gran voga”. La chiesa era comunque arrivata alle soglie del XX secolo in una forma che ad un superficiale osservatore diceva ben poco e meno rivelava di antico, specie all’interno.

Per quanto riguarda la datazione di S. Vittore, il Galassi[403] indicava la seconda metà del secolo VI per la fiancata meridionale, il secolo VIII per la fiancata nord, l’abside e la facciata. Alcuni dubbi a questo proposito, sono stati sollevati dal Mazzotti[404], il quale faceva priorità cronologica dell’area absidale e della parte inferiore della facciata rispetto ad entrambe le fiancate della navata principale che vanno assegnate, quindi, ad epoca più recente. Resta il fatto che un edificio sacro dedicato al culto di S. Vittore esisteva a Ravenna già nel 564, come prova un documento del 17 luglio di quell’anno, nel quale c’è menzione di una casa «quae est post basilicam sancti Victoris Ravennae» e certamente non doveva essere di piccola entità se viene chiamata già “basilica[405], il che vuol dire che aveva superfice ed iconografia che lo distinguevano dai singoli monasteria. Non doveva essere chiesa recente se è presa come punto di riferimento per un atto legale; si può asserire con una certa probabilità[406] che la basilica si riferisce almeno alla metà del secolo VI. Per il Mazzotti l’abside e la primitiva facciata sono da riportare ad un’età di sicuro posteriore alla fine del secolo VI, occorre assegnare tutte e due le fiancate, con gli archi pensili, ad epoca ancora più recente. Sempre a proposito di datazioni, secondo il Testi Rasponi[407], S. Vittore risale al V secolo, all’epoca in cui Ravenna divenne sede imperiale: la chiesa era infatti dedicata al santo milanese al quale, come già detto, Onorio professava speciale culto, perché al suo intervento attribuiva la vittoria su Alarico a Pollenzo, ove pare che anche in questa località Gli avesse dedicato una chiesa. La data della fondazione della chiesa di S. Vittore viene ulteriormente anticipata al IV secolo dallo studio della Kilirova Kirova[408], cui si rimanda al paragrafo 5.3. La basilica di San Vittore[409], nonostante i rifacimenti, divenne così un prototipo che ha segnato epoca e che ha dettato regola ai costruttori dal VI secolo in poi.

Le contrade dell’Esarcato sono dunque percorse, in un arco di tempo che va approssimativamente dal VII all’IX secolo da un movimento popolare e paesano che vede sorgere, secondo principi analoghi e costanti, un gran numero di pievi.

Resta così da accertare quante e quali fossero le pievi nel momento della loro massima diffusione in tutto il territorio dell’Esarcato, ed in particolare nel territorio cesenate, e quante e quali sono ancora superstiti. L’attribuzione delle pievi alle diverse diocesi, ha subito nel corso dei secoli notevoli cambiamenti: ciò è dovuto al trasferimento di qualcuna di queste, dall’una all’altra diocesi, sia per la creazione di nuove diocesi o per le recenti unioni di alcune diocesi, che, logicamente, hanno incorporato pievi che prima appartenevano ad altri. Alcuni importanti riferimenti, come ad esempio la carta illustrativa delle “Rationes Decimarum Italiae per i secoli XIII-XIV” non hanno più così il valore assoluto di prima e la stesura di un elenco completo delle pievi appare più che mai problematico e impegnativo.

Appare inoltre necessario cercare di configurare il territorio cesenate nell’ altomedioevo, anche se le fonti a nostra disposizione lasciano del tutto senza risposta. Riconosciuto che anche a Cesena, come su un piano generale, la presenza del vescovo ha favorito la coesione interna nella compagine cittadina e ha garantito una più efficiente tutela della comunità da tensioni interne e da interferenze esterne, resta da delineare quale fosse il territorio circostante. In realtà sia sul piano generale, sia in ambito propriamente cesenate, secondo il Vasina[410], c’è una significativa costanza di insediamenti rurali ed anche una certa persistenza di linee confinarie tra età tardoantica e medioevo; generalmente la saldatura delle tappe di questo processo è individuabile nelle strutture ecclesiastiche periferiche, ed in particolare negli insediamenti plebani.

La questione connessa alla definizione della territorialità cesenate presenta una notevole rilevanza anche sul piano provinciale e regionale, dal momento che il Cesenate già in età tardoantica, a partire almeno dal IV secolo, nelle sua parte sud-orientale costituì, sia pure con variazioni di tempo, una fascia confinaria fra Italia suburbicarica e annonaria, tra Flaminia ed Emilia e infine tra Pentapoli ed Esarcato: ciò contribuì a dare importanza strategica soprattutto a quella parte del nostro territorio confinante con il Riminese-Montefeltro. Dato il carattere estremamente sporadico delle attestazioni altomedioevali del nostro territorium, almeno fino al X secolo (la prima menzione sembra risalire al 681[411]) ci si deve valere di ogni elemento utile a definire l’ubicazione degli insediamenti antichi e insieme sistemi di confinazione, basati di solito, per quanto si conosce, su corsi d’acqua e vie di comunicazione terrestri di una certa importanza; non senza tentare di comporre i risultati di questa ricerca con i dati che provengono dall’individuazione delle distrettuazioni maggiori e minori altomedioevali, non ultime, come già detto, quelle plebane[412]. I risultati complessivi di questi rilevamenti permettono di delineare con larga approssimazione un territorio entro i seguenti termini toponomastici attuali: nella parte pianeggiante il Cesenate confinava a ovest con il Ravennate lungo il corso inferiore del Savio, dalle vicinanze della via Emilia fino in prossimità della località Mensa; di qui la linea confinaria piegava verso oriente fino a Pisignano, per scendere poi in direzione sud-est lungo un’importante strada romana (forse deviazione della via Popilia?)[413] che delimitava verso il Cerviese l’agro centuriato cesenate. Senza raggiungere la riviera adriatica -nella fascia costiera ancora forse nel X secolo i territori cervese e riminese risultavano infatti confinare[414]- questa linea in prossimità di sala piegava ancora verso sud-ovest per raggiungere nuovamente la via Emilia presso Bulgaria, risalendo il corso del torrente Rigossa[415]. Nonostante una presumibile maggiore stabilità confinaria, meno facile risulta fissare le linee di demarcazione della parte collinare a sud della via Emilia, caratterizzata dall’asse fluviale del medio Savio, poiché relativamente ancora più scarse e tardive sono le testimonianze specifiche. Si può tuttavia ritenere[416] che il confine delle vicinanze di Calisese (presso cui, come si vedrà meglio in seguito, era ubicata nel Medioevo l’antica chiesa di S. Martino in Rubicone, sede di pievanìa) proseguisse in direzione sud-ovest lungo la linea dell’attuale torrente Pisciatello (che presumibilmente in parte doveva corrispondere all’alto corso del Rubicone antico) fino nei pressi della sorgente, in prossimità di Strigara; una località, questa, che nel corso del Medioevo ebbe una notevole rilevanza confinaria, testimoniata fra l’altro dall’esistenza in loco di una pietra di confine (il noto lapis Strigarie)[417]. Più incerto deve ritenersi lo sviluppo delle linee confinarie verso sud (Sarsinate) e sud-ovest, attraversavano la valle del Savio, forse non lontano dalla località Cella, risalivano verso nord-ovest, sino nelle vicinanze di Monte Cavallo, per volgersi infine verso nord, lungo le terre di Tessello, Collinello e Massa, sino a Diegaro e Provezza. Qui si incuneava fra Forlimpopolese e Cesenate, fino quasi a toccare la via Emilia, il Ravennate, facendo così arretrare i confini occidentali del nostro territorio sulla linea del basso Savio. Entro questi termini, dunque, dovrà intendersi nel corso del Medioevo lo sviluppo della territorialità cesenate, quasi come azione di recupero in più tempi dei suoi confini naturali: dapprima da parte del vescovo, per costruire e rafforzare l’ambito giurisdizionale della sua diocesi, poi da parte dei conti laici ed ecclesiastici nel tentativo, nei secoli centrali del Medioevo, di articolare nello spazio (=comitato) i propri poteri, infine da parte del comune cittadino, mediante il processo di concomitanza inteso a sottoporre al controllo del potere urbano il territorio circostante.

In particolare infine c’è una fonte eccezionale, il Codice Bavaro, già citata, che indica la registrazione, composta verso la fine del sec. X presso al cancelleria arcivescovile di quasi duecento transizioni (enfiteusi, livelli, donazioni...) di beni della chiesa ravennate nei territori della Pentapoli, effettuate dal VII al X secolo, e tra i numerosi possessi arcivescovili nel Riminese, tre riguardano marginalmente anche il Cesenate, documentando così un addensamento ed una indubbia persistenza di possessi ravennati nella fascia orientale di confine tra Esarcato e Pentapoli. Tutte le testimonianze sembrano insistere sulla presenza di dominazioni straniere e di possessi di grandi chiese esterne, in particolare quella ravennate: questo induce a pensare[418] che la naturale penetrazione delle forze cittadine laiche ed ecclesiastiche nel proprio ambito territoriale e la loro capacità di movimento autonomo dovessero essere per il momento assai ridotte, anche perché frenate dal rinnovarsi delle interferenze dall’esterno. Coll’avvicinarsi del Mille[419], nel passaggio del regno carolingio a quello sassone (sec. IX-X), qualche lineamento peculiare della nostra città di pietra e tracce di iniziative ed interessi autonomi degli ambienti urbani cesenati cominciano ad affiorare dall’ancora documentazione di quei tempi: è il caso del già citato atto notarile, la petizione enfiteutica rogata il 30 settembre 892 dal tabellione ravennate Leone ed indirizzata al vescovo cesenate Petronace da Grippo, da Maria e da Upaldo per alcune porzioni di terra situate nell’area urbana. Appare evidente la notevole consistenza patrimoniale della mensa del vescovile, soprattutto radicata in alcune zone nevralgiche della città. Da qui si muoverà quel processo di integrazione dei beni fondiari e dei diritti dell’episcopio che coinvolgerà la parte sud-occidentale delle aree urbane, suburbane e del territorio diocesano, in quell’ambito spaziale che dal tardo X sec. sino alla fine dell’età di mezzo sarà designato nella documentazione locale insistentemente come Vicariatus. Il nome Vicariato, di origine e significato tuttora imprecisabili, ricorre nei documenti ravennati e cesenati, in particolare dell’Archivio Capitolare relativi a donazioni dei nostri vescovi ai canonici della Cattedrale, a partire dall’anno 981 sino almeno alla fine dell’età di mezzo, al 1420. In una trentina di carte questo nome ricorre anche nelle varianti Acto Vicariato[420]o plebatu vicariatus[421] o come riportato dal Zaccaria[422]territori Cesene, et in burgo, et vicariatio et plebs...”, oppure ”totius vicariatus qui incipitur a capite pontis Sapis...”, e ancora “in omnibus et singulis capellis civitatis et totius vicariatus Cesene...”. È indubbio che si trattasse di un ambito territoriale, forse di remota origine ecclesiastica; in una circostanza minore iscritta nel territorio cesenate e di estensione variabile di tempo in tempo essa si estendeva nella fascia periferica sud-occidentale esterna al burgus Cesene: se dapprima sembra corrispondere ai pivieri di S. Mauro e di S. Vittore in Valle, dove si addensavano i possedimenti ecclesiastici del vescovo, del capitolo-cattedrale cesenati e di monasteri ravennati, poi si direbbe identificarsi con le dimensioni del comitato e territorio cesenati “in comitatu seu vicariatu Cesene”[423]. Questa circoscrizione minore risultava inoltre fin dai primi tempi strettamente legata ai complessi patrimoniali delle chiese ravennati, ma soprattutto dell’episcopio e del capitolo della cattedrale cesenati, tanto da far ritenere che il territorium Vicariatus fosse di origine ecclesiastica cittadina: più precisamente si potrebbe[424] ipotizzare che il vescovo per motivi imprecisabili e non dopo il tardo X secolo avesse delegato le sue funzioni giurisdizionali su quest’area ad una autorità ecclesiastica dipendente (forse l’arciprete del Capitolo della cattedrale di S. Giovanni Battista?). Fra tutte le carte esaminate quattro solo però sono di particolare interesse: si tratta in ogni caso di documenti di provenienza ravennate, in parte inediti, in parte malamente registrati che richiamano con un formulario notarile pressoché identico dal 1029 al 1116, al territorio Cesenate, plebe acto vicariato[425]. Ancora incerto il significato di acto o hacto che si trova anche per altre aree romagnole, preposto, secondo un’insistente consuetudine notarile ravennate, alla designazione di circoscrizioni territoriali maggiori (urbane) e minori (rurali)[426]; il termine plebe sembra qui riferirsi non ad una chiesa battesimale (l’ambito territoriale in questione risultava già coperto dalla giurisdizione sacramentale delle battesimali di s. Mauro e s. Vittore in Valle, di istituzione presumibilmente più antica del Vicariatus), bensì solo all’assetto demico-territoriale composito (di carattere forse inizialmente provvisorio, ma passato poi a permanente) di più comunità rurali di fides-subditi sottoposti alla giurisdizione spirituale e temporale dei poteri ecclesiastici locali. Non a caso nella documentazione in questione a partire già dai primi decenni del XIII secolo e per tutto il Duecento, Trecento e Quattrocento senza che si registrino mutamenti territoriali, ci si riferirà al Vicariatus Cesene [427]. Il Vasina propone una chiara visualizzazione nel territorio diocesano del Vicariatus nella carta n. 3. (Tav. XVII). Pur non essendo in grado di definire in maniera certa l’ubicazione della pieve e del piviere del Vicariato, è necessario avviare una panoramica delle pievi e dei pivieri che dal sec. XIII risultarono appartenere alla diocesi di Cesena: infatti solo alla fine del Duecento (aa. 1290-2) i decimari papali ci permettono di avere una ampia panoramica sulla diocesi di Cesena[428], non senza precisare ancora una volta che rispetto ad altre testimonianze di diversa provenienza, scarse nel complesso sono quelle che si riferiscono ai rapporti ecclesiali intradiocesani (es. Relazioni tra plebani e vescovo cesenate), alle dotazioni beneficiali e al profilo comunitario di ogni pieve e del proprio ambito territoriale. Predominanti nella documentazione più antica, ma talora anche successivamente, appaiono invece le realtà patrimoniali e i connessi rapporti contrattuali che ci riconducono insistentemente a chiese e da persone del mondo ravennate, lasciando sovente in ombra nella sua specificità e autenticità quello cesenate. È una considerazione[429] questa, che in termini ancora più incisivi può essere proposta circa il rilevamento dei diritti pubblici nel Cesenate (es. I diritti di castellania) che figurano decisamente concentrati a partire almeno dal sec. XII nelle mani degli arcivescovi ravennati. In ogni caso quei diritti patrimoniali e privati risultano assai variamente distribuiti, oltreché nel tempo, in ogni piviere: essi fanno registrare un loro addensamento soprattutto nella parte nord-occidentale della diocesi ed anche nella fascia collinare immediatamente a sud della città. Un certo spazio, poi, la documentazione riserva alla patrimonialità dell’episcopio, del capitolo della cattedrale e di qualche monastero cesenate nelle aree adiacenti alla città, sia verso oriente che verso occidente; mentre del tutto insufficiente appare questa documentazione in rapporto alle pievi e ai pivieri della fascia collinare cesenate più elevata, quella cioè adiacente al Sarsinate; per cui, in mancanza di fonti di altra provenienza, i relativi profili insediativi ne risultano assai sfocati.

 

 

5.2 Le pievi cesenati.

 

Per la diocesi di Cesena è stato don Pietro Burchi (1906-1966) ad iniziare ad occuparsi in maniera sistematica dello studio delle pievi. È nella sua Cronotassi dei vescovi di Cesena[430] che il Burchi formula un elenco delle pievi di Cesena. Da questo primo elenco esse risultano essere undici:

*      S. Vittore in Valle;

*      S. Maria in Ronta;

*      S. Pietro in Cerreto;

*      S. Tommaso in Paderno;

*      S. Martino in Rubicone;

*      S. Pietro in Solfrino;

*      S. Mauro in Valle;

*      S. Andrea in Ruffio;

*      S. Biagio in Bulgaria;

*      S. Stefano in Monteaguzzo;

*      S. Maria in Montereale.

Il Burchi annota prima dell’elenco che: ”La raccolta delle decime per il regno di Sicilia fu effettuata a Cesena dal preposto Giovanni e dal canonico Ugolino per incarico del vescovo di Vicenza Pietro, deputato pontificio, negli anni 1290-92. Oltre ai vescovi Americo e Leonardo pagarono le chiese che raggiungevano un certo reddito. Ma anche molte che non sono registrate”[431]. Viene inserito un altro lungo elenco dei preti che facevano da rettori ad 84 luoghi di culto menzionati. È specificato che “la cattedrale è servita dai canonici Alberico, Donato, che è anche rettore di S. Giovanni, Giovanni preposto, Guglielmo, che è anche arciprete di Bulgaria, Leonardo, che è anche arciprete del Rubicone e vescovo di Cesena, Michele, Ranucio e Ugolino. Presso le pievi di Monteaguzzo, Montereale, Ronta e S. Vittore appare, accanto all’arciprete, un canonico”. L’autore dunque non include la cattedrale, come pieve cittadina, così come lascia fuori dall’elenco le pievi di Pievesestina e di S. Angelo in Salute, aggiunte alla fine del secolo XVIII, perché facenti parte rispettivamente delle diocesi di Ravenna e Rimini. A proposito di S. Stefano di Monteaguzzo e di S. Maria di Montereale si parla la prima volta nel decimario[432]; delle altre pievi il Burchi[433] stesso afferma si hanno ricordi anteriori, di cui non è opportuno far cenno.

Continuando le ricerche, il Burchi lascia una grossa raccolta di schede riguardanti le antiche pievi e le chiese di Cesena, che verrà edita postuma[434]. In questo lavoro, purtroppo non completo per l’improvvisa scomparsa dell’autore, il discorso si amplia. Anche se mancano le conclusioni per una esatta definizione del numero e della ubicazione delle pievi, i richiami, le possibili identificazioni, i passaggi crescono per la consistenza del lavoro di ricerca, che deriva da una minuziosa consultazione delle grandi raccolte di fonti (edite dal ‘700 ad oggi), degli archivi Vescovile e Capitolare di Cesena di diverse cronache cesenati[435]. Così alle pievi di cui si è già parlato si aggiungono quelle di:

*      S. Agata in Venciglie;

*      S. Maria in Monte Leucadio;

*      S. Stefano in Pisignano (che i primi documenti attribuiscono al territorio di Cesena; passò a Ravenna nel corso del secolo XII e successivamente a Cervia);

Il Vasina[436] successivamente aggiunge alle fonti rese già note dal Burchi, quelle dell’Archivio Arcivescovile di Ravenna, in gran parte inedite e quindi sconosciute. Il quadro che ne deriva amplia notevolmente l’orizzonte della ricerca, ed è sintetizzato in maniera molto chiara dalla Carta tratta dalla Storia dell’Emilia-Romagna (Tav. XVIII) e dalla Carta n. 3 (Tav. XVII), già citata. Le pievi riconosciute e identificate sono tredici:

*      S. Johannes Baptista in Caesena;

*      S. Blasius de Bulgaria;

*      S. Johannes in Bulgaria nova (Bulgarnò);

*      S. Johannes in Ruffio;

*      S. Petrus in Cereto;

*      S. Stefanus in Pisiniano;

*      S. Maria in Ronta;

*      S. Maurus in Valle;

*      S. Bartholomeus de Tipano;

*      S. Victor in Valle;

*      S. Thomas in Domnicalia;

*      S. Martinus in Rubicone (Calisese);

*      S. Maria de Roversano;

*      S. Petrus in Sulfrino (Luzzena);

*      S. Stefanus in Monte Agucii;

 

Le chiese plebane non identificate sono:

*      S. Giovanni in Seperclo;

*      S. Maria in Monte Leucadio;

*      plebs Vicariatus (che alcuni identificano in S. Mauro in Valle);

*      S. Tommaso (distinta da s. Tommaso in Paterno. L’ipotesi di due pievi distinte dedicate a S. Tommaso, nasce dal fatto che oltre San Tommaso in Paterno, alcune antiche carte citano S. Tommaso in Donegallia);

Non è accertato infine il carattere plebano delle chiese di San Pietro in Roversano e di S. Bartolomeo in Tipano.

Il Vasina suddivide poi[437] a livello territoriale la posizione delle pievi tra collina e pianura, collocando nella parte pianeggiante della diocesi le pievi di: S. Vittore in valle, S. Mauro in Valle, S. Maria di Ronta, S. Stefano in Pisignano, S. Pietro in Cerreto, S. Agata (scomparsa), S. Giovanni in Ruffio, S. Maria in Bulgaria; in collina le pievi di: S. Martino in Rubicone, S. Tommaso Apostolo a Paterno, S. Maria in Monte Leucade, S. Stefano di Monte Aguzzo, S. Pietro in Solfrino.

Nel suo ulteriore studio sull’argomento[438], il Vasina indica un percorso (Tav. XIX) che, procedendo per la prima volta dall’individuazione anche in Cesena di strutture plebane urbane, e toccando una fascia periferica sud-occidentale della città, si sviluppa in senso orario, lungo linee di comunicazione terrestri e fluviali non trascurabili, da sud-ovest a nord-est, poi ad oriente e a sud-est, attorno a Cesena; secondo un reticolo, comprensivo di quindici pivieri, che tende quasi a sottolineare le linee confinarie del territorio cesenate si tratta delle plebes di:

*      S. Giovanni in Superclo (urbana);

*      Vicariatus (suburbana?);

*      S. Mauro in Valle;

*      S. Vittore in Valle;

*      S. Maria in Ronta;

*      S. Pietro in Cerreto;

*      S. Stefano in Pisignano;

*      S. Agata in Venciglie;

*      S. Giovanni in Ruffio;

*      S. Maria in Bulgaria;

*      S. Martino in Rubicone;

*      S. Thomè (a Paderno o in Domnicalia);

*      S. Maria in Montereale;

*      S. Pietro in Solferino[439];

Queste ultime, dalla plebs di S. Mauro, sono tutte battesimali rurali.

Di queste 15 plebes, testimoniate dalle fonti scritte, 4 battesimali sono completamente scomparse, lasciando tracce così labili da rendere assai problematica la loro precisa ubicazione[440]; una sola plebs (territorio Cessinate, plebe acto Vicariato) non solo è riferibile ad un edificio di culto, ma risulta pure di estensione territoriale assai incerta, come si vedrà poi[441]; inoltre 5 battesimali hanno subìto nei secoli tali e tanti restauri e rimaneggiamenti da compromettere in misura determinante le linee architettoniche primitive e la più antica facies artistica pittorico-scultorea[442]; di altre 5, infine, pur attraverso rimaneggiamenti e restauri o modifiche di sito e/o cambiamenti agiotoponomastici, sembra che abbiano conservato tracce abbastanza diffuse e significative della loro antica individualità artistico-monumentale[443].

A questo proposito il Vasina[444] inserisce qualche osservazione circa il modo di designare le plebes. Esse infatti, tranne che in pochi casi, sono indicate con un agionimo (il santo o la santa cui è dedicata la chiesa e sotto la cui tutela si pongono tutti i residenti del piviere con i loro beni) e con un toponimo di una località, nella quale o presso la quale è stata edificata la battesimale[445]. Se dalle dedicazioni non è prudente, in assenza di altri elementi o indizi, farsi neppure un’idea approssimativa dell’origine della plebs o della provenienza delle correnti culturali, santorali e missionarie che ne hanno promosso l’erezione; dai toponimi, invece, è dato spesso ricevere conferma dell’ubicazione esatta o dell’identificazione, in caso di dedicazioni omofone, delle chiese in questione. Ciò consente con sicurezza di distribuire nel territorio cesenate la dislocazione delle battesimali, spesso corrispondenti o prossime a insediamenti castrensi[446]; di ricostruirne con qualche approssimazione l’ambito distrettuale (il piviere) mediante il rilevamento della microtoponomastica prediale (fundi, masse, ville, ecc...) e degli insediamenti minori (cappelle o chiese succursali della battesimale); infine attraverso la ricomposizione della rete di plebes (battesimali con territorio dipendente), è dato rilevare ai confini del territorio municipale e di fare un nuovo passo avanti per identificare l’ambito diocesano, che quasi mai si sovrapponeva, come si riteneva con troppa facilità in passato, al territorio civile (municipale o comitale) e faceva a sua volta registrare di tempo in tempo mutamenti niente affatto trascurabili[447]. Anche in altri territori vicini e lontani, le chiese battesimali erano ubicate entro o presso centri di remota e persistente vitalità comunitaria e di qualche consistenza demica: quasi sempre villaggi di origine, cioè insediamenti aperti (le villae non protette da mura), divenuti poi non di rado, dopo una crescita non trascurabile, castelli (castra). Tali circostanze, assieme ad altre documentate in modo più preciso solo tardivamente, sia in queste terre che altrove, sembrano accreditare il centro plebano come luogo con funzioni di coordinamento di servizi pubblici e comunitari (manutenzione delle strade e dei ponti, attività di mercato, sedi di distretti notarili e giudiziari minori, loci credibiles per la conservazione di atti pubblici e privati, di pesi e misure, ecc..)[448]. Poiché il territorio cesenate, a differenza di altri romagnoli contigui, non si estendeva molto in profondità nella fascia collinare, per la presenza nell’alta valle del Savio del comitato appenninico di Sarsina, gran parte delle sue plebes erano ubicate in pianura e quasi tutte a nord della via Emilia, venendo a confinare ad ovest con il territorio di Forlimpopoli-Bertinoro, a nord-ovest con il territorio di Ravenna, a nord-est con il territorio cervese e con il litorale Adriatico, ad est infine con il territorio riminese[449]. Pertanto ben dieci plebes trovarono il loro sito e territorio nell’area della centuriazione e della bonifica dei Romani; altre 3 erano ubicate nella bassa collina; mentre 2 sole nella meda fascia collinare[450]. Dal territorio urbano e suburbano agli insediamenti battesimali della campagna cesenate occorre precisare che, rispetto ad altre testimonianze di diversa provenienza (vescovili e capitolari di questo centro) scarse sono quelle che si riferiscono a relazioni ecclesiali di livello intradiocesano (relazioni fra plebani e vescovo o canonica della cattedrale o monasteri urbani e rurali), alle dotazioni beneficiali e al profilo comunitario (clero e fedeli) di ogni battesimale e del proprio piviere. Predominano nella documentazione più antica, in prevalenza di provenienza ravennate, e pure successivamente, le realtà fondiarie e patrimoniali e i connessi rapporti contrattuali che ci richiamano di frequente a chiese, autorità religiose e a persone del mondo ravennate, lasciando quasi sempre in ombra nelle sue peculiarità quello cesenate, ad. es. i rapporti interplebani all’interno delle diocesi e quelli fra le battesimali e le loro succursali o cappelle. Tuttavia le non poche referenze di microtoponomastica prediale delle fonti scritte consentono il più delle volte con buona approssimazione di definire la territorialità dei pivieri nei loro confini interni all’ambito municipale-comitale cesenate ed esterni con altri ambiti cittadini e poi diocesani limitrofi.

Anche il Tabanelli[451], elabora un elenco delle pievi della diocesi di Cesena, secondo le Rationes Decimarum Italiae. Tale classificazione è stata in parte adottata anche dal Riva[452] e dalla Sternini[453]. Le pievi erano:

*      Pieve Sestina;

*      Pieve di Santa Maria di Ronta;

*      Pieve di San Vittore in Valle;

*      Pieve di San Mauro in Valle;

*      Pieve di San Pietro in Cerreto;

*      Pieve di Sant’Agata in Macerone;

*      Pieve di San Biagio in Bulgaria;

*      Pieve di San Tomaso in Paterno;

*      Pieve di Santa Maria in Calisese;

*      Pieve di Santo Stefano in Monte Aguzzo;

*      Pieve di Santa Maria Annunziata in Monte Reale;

*      Pieve di San Pietro in Sulfrino di Luzzena;

*      Pieve di San Giovanni o Sant’Andrea di Ruffio;

*      Pieve di San Cristoforo di Longiano;

*      Pieve di San Michele Arcangelo in Salute.

Vengono inserite nell’elenco anche quelle che, secondo il Rossetti[454], erano alla sua epoca elencate come parrocchie:

*      Parrocchia di Sant’Andrea di Bagnoli;

*      Parrocchia di Santa Maria (o di san Pietro) di Roversano;

*      Parrocchia di San Bartolomeo di Tipano;

*      Chiesa di San Rocco di Gatteo;

*      Pieve di San Michele Arcangelo in Salute.

Il Tabanelli inserisce anche la pieve di Santo Stefano in Pisignano, della diocesi di Cesena nei secoli XIII e XIV, che passò a Ravenna, poi alla diocesi di Cervia ed ora della diocesi di Ravenna-Cervia.

 

 

5.3 Le dedicazioni.

 

Di fronte a questo lungo elenco che, salvo alcune differenze, offre un quadro preciso della diffusione del sistema plebano in tutto il territorio della diocesi di Cesena, è interessante approfondire un aspetto significativo e suggestivo che riguarda queste pievi ed in generale tutte le chiese, la dedicazione, cercando, là dove è possibile, di capire i motivi che hanno portato a scegliere alcuni santi particolari nelle intitolazioni delle chiese. Il diffondersi del culto dei santi[455] è infatti un fenomeno nel quale incide una molteplicità di fattori (insicurezza dell’uomo, bisogno di rassicurazione, orgoglio cittadino, desiderio di valorizzare una chiesa attraverso il possesso di una reliquia), che meritano di essere studiati e analizzati.

Infatti già in un noto e non più recente studio del Delehaye[456], era stato messo in evidenza come la storia del culto legato ad un santo non solo spiegava il modificarsi, talvolta nei secoli, e l’arricchirsi della tradizione relativa alla sua vita, ma presentava a sua volta un problema del tutto particolare, un problema di ambiente: perché e da quando cioè quel culto fosse stato introdotto in una determinata regione e vi avesse preso particolare vigore. Necessario è stato fin da subito cercare di sfatare luoghi comuni che hanno legato un santo particolare ad un luogo.

Una prima dedicazione che mostra aver avuto nella storia una particolare importanza è quella legata al culto di S. Martino. Il culto di S. Martino era molto diffuso in Italia, secondo l’affrettata conclusione di alcuni storici, in seguito alla conquista dei Franchi, della cui nazione egli era protettore[457]; per il Bognetti[458] invece un elemento importante era stato anche il fatto che, secondo una testimonianza ben più antica[459], il santo fosse passato nell’Italia superiore, avesse avuto precoce popolarità e da quel momento ci fossero nel nostro paese altrettante chiese a lui dedicate come nella Gallia: S. Martino veniva infatti considerato e venerato come “malleus haereticorum”. Così nel mosaico della chiesa palatina di S. Apollinare Nuovo di Ravenna, tutto il corteo dei santi, di cui S. Martino è il capofila, ha sostituito il corteo regale di Teodorico, già fin da quando la basilica era stata tramutata da tempio ariano in chiesa cattolica. Molte chiese degli Ariani infatti vennero consacrate al culto cattolico soprattutto dal Vescovo Agnello, dopo che uscì il rescritto dell’imperatore Giustiniano mediante il quale omnes patrimonium quod arianorum ecclesiarum fuit passò alla Sancta Catholica Ecclesia huius Ravennatis civitatis[460]. Esisteva inoltre anche a Ravenna una chiesa intitolata a S. Martino “in coelo aureo[461]. Era una chiesa ariana edificata in Nomine Domini e che il Vescovo Agnello reconciliavit e denominò nella riconsacrazione a S. Martino proprio perchè considerato, come già detto, “malleus hereticorum”.

Nella diocesi di Cesena, era dedicata a S. Martino la pieve costruita a Calisese, sul Rubicone; tale dedicazione della chiesa venne modificata nel corso del Quattrocento a S. Maria, mentre esiste ancor oggi una chiesa intitolata a S. Martino, cappella della pieve di S. Maria in Ronta.

Interessante è notare come accanto all’edificio plebano di Ronta si sviluppò anche il centro curtense di S. Giorgio[462], presso cui, come si vedrà in seguito era ubicata la chiesa la pieve di S. Pietro in Cerreto. Insieme a S. Martino e a S. Michele, infatti anche S. Giorgio fu il santo tipico della monarchia cattolica Longobarda, nonché dei suoi fedeli[463]. In realtà il culto di S. Giorgio è ben più antico, infatti al santo era stata dedicata ad Argenta una chiesa di cui ci dà notizia per la prima volta lo scrittore ravennate Andrea Agnello nel suo Liber Ponficalis: la chiesa venne edificata per opera dell’arcivescovo Agnello negli ultimi anni del suo episcopato (ante 569)[464]. Anche a Ravenna una chiesa già ariana fu da Agnello intitolata a San Giorgio, venerato a Costantinopoli dal V secolo[465]: era sorta fuori le mura, nel Campo Coriandro, vicino al Mausoleo di Teodorico[466]. Nel VI secolo erano frequenti le dedicazioni del martire cavaliere di Cappadocia, là dove erano presenti presidi bizantini e minacce di conquista persiana; anche dopo la guerra greco-gotica, gli vennero dedicati numerosi templi e monasteri[467], perché è facile scorgere nella scelta del santo, l’influsso di quegli elementi ecclesiastici, di origine bizantina, che avevano aiutato nella riscossa e nella vittoria.

Si faceva cenno a S. Michele, protettore dei Longobardi e quindi santo particolarmente venerato insieme a Martino e a Giorgio. Anche in questo caso esisteva già a Ravenna una chiesa, intitolata a S. Michele in Africisco. La chiesa, costruita da Giuliano e Bacauda e consacrata da Massimiano, è un edificio che -come osserva il Deichmann-[468], potrebbe offrire in Ravenna un parallelismo con il santuario di origine che Giustiniano riedificò sul Bosforo[469]. Nella diocesi di Cesena esiste una sola pieve dedicata a S. Michele Arcangelo in Salute, passata dalla diocesi di Rimini a quella di Cesena solo nel 1777 e oggi di nuovo appartenente alla diocesi di Rimini. Il Tabanelli[470] cita un’epigrafe della pieve che ricorda le vicissitudini cui essa andò soggetta, fissando la sua fondazione a prima del secolo X.

Anche S. Pietro aveva speciale culto, presso le genti germaniche, come portinaio del Cielo, anche se la questione della dedicazione ha troppi aspetti perché si voglia accentuare in modo particolare quello relativo alla conversione dei Longobardi[471]. Nella diocesi di Cesena comunque è dedicata a s. Pietro la pieve collocata nel centro curtense di S. Giorgio, in una località chiamata Pieve Cerreto; tale pieve risulta ora scomparsa. Esiste un’altra pieve dedicata a s. Pietro, collocata questa volta in collina in Solferino. Anche in questo caso dell’antica pieve non rimane più nulla.

A proposito di queste pievi di collina, il Bognetti[472] osserva come spesse volte in Italia un monte o un colle portano il nome di un santo e come quasi sempre si accerta che sulla cima di quel monte o presso di essa esiste o esisteva una cappella di uguale dedicazione, e i resti archeologici ne comprovano la grande antichità. Nella nostra diocesi di Cesena è quello che è accaduto per esempio alla pieve di S. Stefano in Monteaguzzo, collocata in via S. Stefano, al numero civico 150.

Passando così alla dedicazione a s. Stefano protomartire, essa appare una delle più numerose[473]. Durante il regno di Galla Placidia e Valentiniano III, certamente in dipendenza da Costantinopoli, si riscontra[474] a Ravenna quel fenomeno, riproposto nella metropoli sotto Teodosio II, inteso, mediante la traslazione di reliquie della Terrasanta (i chiodi della crocifissione, i frammenti della Vera Croce..), alla sacralizzazione della capitale sì da trasformarla in una nuovo Gerusalemme; nel V secolo il fenomeno riguarda invece reliquie bibliche e di santi, giunte nella metropoli per la devota iniziativa di sovrane. Tra queste reliquie sono trasferite a Costantinopoli quelle di Santo Stefano, il cui culto a Ravenna è collegato ai regnanti nel monasterium di Cesarea, presso la basilica di San Lorenzo. In Ravenna l’antica chiesa di S. Stefano ad fundamenta era sita nell’area che forse era pertinente[475] al Palazzo di Valentiniano III. Il culto del protomartire S. Stefano si è così diffuso anche nei territori limitrofi a Ravenna e le dedicazioni delle pievi di Pisignano e Monte Aguzzo ne sono una testimonianza.

Un’altra dedicazione importante è sicuramente quella a S. Vittore. Il titolo di S. Vittore concorda con l’età preambrosiana, poiché il santo di quel nome fu, a quanto pare, il primo martire che ebbe culto in Milano[476]. Secondo un’antica leggenda, S. Vitttore era un veterano ucciso al tempo delle persecuzioni di Massimiano[477] ed in suo onore deve essere stata dedicata una chiesa fin dai tempi costantiniani; sappiamo infatti dai cataloghi che ad Sanctus Victorem fu sepolto S. Mirocle, il vescovo che intervenne nel 313 al concilio romano tenuto dal papa Milziade e nel 314 al concilio di Arles[478]. S. Vittore fu in realtà, fino alla fine del IV secolo, il santo cimiteriale più importante della metropoli milanese, tanto che in esso, entro un mausoleo annesso ed in un imperiale sarcofago in porfido, fu seppellito Valentiniano II (+392), come riporta S. Ambrogio. Il martirologio geronimiano (anteriore al 430 d.C.), secondo le congetture del Savio[479] avrebbe contenuto al 27 gennaio l’indicazione “Ravenna dedicatio basiliocae S. Victoris”. Anche secondo la Kirilova Kirova[480] la basilica era dedicata al solo S. Vittore, ed era una fondazione antichissima della chiesa, anticipando addirittura al IV secolo l’erezione stessa della chiesa, ciò per la priorità del culto del martire a Milano e, come si è detto, per la situazione dell’edificio cimiteriale fuori delle mura romane: è infatti noto che fino alla metà del V secolo si seppelliva sempre fuori dalle mura. In un secondo tempo, dopoché la piccola città romagnola fu creata capitale da Onorio, l’abitato fu ingrandito ed il S. Vittore fu rinchiuso entro la nuova cinta muraria onoriana. La basilica di S. Vittore in Ravenna divenne ben presto prototipo delle pievi di campagna del cesenate[481], fra cui naturalmente, S. Vittore in Valle.

Situazione analoga si è verificata anche per S. Agata, cui era stata dedicata una pieve presumibilmente sorta nella zona corrispondente all’odierna Macerone e scomparsa da molti secoli. Anche a Ravenna infatti esisteva, già dal V secolo, questo culto: importante è infatti la chiesa di S. Agata Maggiore. La dedicazione alla martire catanese va forse legata al patrimonio terriero che la chiesa di Ravenna aveva in Sicilia[482]; certo è che il culto di S. Agata nell’antichità è stato abbastanza diffuso a Ravenna, tanto che tra i Merita deposti dal arcivescovo Massimiano nella Basilica di S. Stefano Maggiore (circa l’anno 550), vi furono anche quelli della martire catanese[483]. La sua effigie è tra quelle delle Sante raffigurate di S. Martino in Coelo Aureo (S. Apollinare nuovo), immagini musive che, è noto, risalgono ai tempi della riconsacrazione cattolica dell’antica basilica teodoriciana operata da Agnello, il quale di S. Agata Maggiore era stato diacono[484]. Oggi nella diocesi di Cesena, non esiste però più traccia di questo culto.

Di derivazione orientale è l’origine del culto per S. Mamante (Mammolo, Mamas), martire di Cappadocia, venerato a Cesarea fin dalla metà del V secolo[485]; tale culto è diffuso nel ravennate[486]: a lui è dedicata una chiesa che è ubicata nelle vicinanze della zona relativa all’Ippodromo del Palazzo imperiale, nella Regio Circli[487]; e nel territorio cesenate cappella, munita di fortificazione, della pieve di S. Vittore[488].

Anche la venerazione di S. Giovanni Battista, cui è dedicata la Cattedrale[489] di Cesena, ha la sua origine a Ravenna ed è anch’essa legata al diffuso fenomeno del culto delle reliquie. Dubbia è la fondazione, a Ravenna, della chiesa di S. Giovanni Battista attribuita ad epoca placidiana, tesi sostenuta da Agnello[490], ma non sostenuta dal Deichmann[491]. Lo studioso infatti riconosce in Baduario, vissuto all’epoca di Pietro III (570-578) e non in Pier Crisologo, il genero dell’imperatore Giustiniano II che ricoprì la carica di patricius e curopalates e poi di prefectus praetorio, probabilmente inviato in Italia al comando dell’esercito bizantino contro i Longobardi. Con il riconoscimento della fondazione di San Giovanni Battista al VI secolo e all’iniziativa di Baduario, le reliquie del santo sarebbero giunte a Ravenna solo in epoca bizantina, mentre sappiamo[492] che il culto per San Giovanni Prodromo si afferma a Costantinopoli già con Teodosio il Grande che avrebbe fatto costruire, nel quartiere di Hebdomon, il santuario a lui dedicato. Sembra dunque strana una così tardiva recezione del culto per San Giovanni Battista a Ravenna[493], a meno che il nome Baduario non sia da collegarsi solo ad un periodo successivo all’edificio. Il culto di S. Giovanni Battista non tardò però a diffondersi oltre il territorio ravennate.

Stretti legami con il lavoro contadino aveva il culto e per S. Biagio (venerato nelle zone umide e paludose contro le malattie della gola[494]), cui venne intitolata alla fine del Medioevo[495], la pieve di s. Maria in Bulgaria[496].

Anche il culto di S. Andrea, il patrono di Costantinopoli, si afferma a Ravenna soprattutto grazie all’iniziativa dell’arcivescovo Massimiano[497]: egli che dedicò la prima chiesa all’apostolo Andrea a Ravenna[498] e lì poi si fece seppellire[499], a testimonianza di quanta importanza abbia avuto per lui questa chiesa. Secondo un’altra leggenda raccontata da Agnello, Massimiano si procurò a Costantinopoli le reliquie di S. Andrea per la chiesa[500]. La parte di verità dovrebbe riguardare l’acquisizione stessa delle reliquie a Costantinopoli, mentre invece la parte della leggendaria riguarderebbe il modo come Massimiano si procurò la barba dell’Apostolo contro il volere dell’imperatore Giustiniano[501]. Prima di Massimiano non c’erano probabilmente a Ravenna reliquie di S. Andrea. La consacrazione all’apostolo Andrea è un avvenimento altamente significativo nel campo agiografico per gli stretti legami con Costantinopoli dal VI all’VIII secolo: si dimostra così in maniera più chiara la liceità di parlare di una Ravenna bizantina[502].

Nel territorio cesenate è dedicata a S. Andrea solo la chiesa sorta a Ruffio.

Importante ricordare anche il culto della Vergine Maria: ricorda il Ropa[503] che la devozione alla Madonna è diffusa già in età tardoantica in vari centri della regione, un esempio è costituito da Ravenna, nella quale sorgevano fin dal VI secolo, almeno tre edifici dedicati a Maria. Ravenna deve le sue sollecite iniziative mariane al rapporto privilegiato con l’oriente. In particolare infatti, secondo lo storico A. Agnello[504], la basilica di S. Maria Maggiore fu fondata dal vescovo Ecclesio (+532) subito dopo il ritorno da Costantinopoli, dove aveva accompagnato il Papa Giovanni I.

Nella antica diocesi di Cesena in particolare c’erano tre pievi intitolate alla Vergine: S. Maria in Ronta, orientata verso Ravenna-Cervia, S. Maria in Bulgaria, posta in pianura, e S. Maria in Monte Reale in collina.

Infine aveva sicuramente origine locale la dedicazione della pieve di S. Mauro in Valle. È probabile infatti che la sua dedicazione sia da riferire alla tradizione episcopale cittadina, non però al primo San Mauro della serie dei presuli (sec. VII), ma al secondo che fu veramente Santo e visse, come si ritiene tra i più, nel IX sec.[505]


CAPITOLO 6

 

 

Le pievi nel territorio pianeggiante della antica diocesi di Cesena.

 

 

6.1 La pieve di S. Giovanni in Superclo. (Scomparsa)

 

Può apparire strano e ripetitivo, ma trova piena giustificazione il fatto che tra le plebes venga inserita anche S. Giovanni in Castro, di cui si è già parlato diffusamente (cfr. Capitolo 3); da alcune recenti ricerche del Vasina[506], emerge infatti che da una carta non del tutto ignorata, ma certamente trascurata e rimasta isolata, perché incompresa nei suoi contenuti e riferimenti, risulta che nel 1003 in castro Cesene in plebe S. Johannis in Superclo erano ubicati beni fatti oggetto di una transizione[507]. L’identificazione del piviere e della battesimale cui esso afferiva con la Cattedrale di S. Giovanni Battista è avvenuta in un secondo momento sulla base di una citazione erudita contenuta nelle Memoriae Caesenates sacrae et prophanae scritte nel Settecento dal cesenate J. B. Braschi: se ne ricava lo svolgimento significativo di in Superclo in Supercilio, riferito alla particolare posizione della ecclesia S. Johannis Baptiste sita in supercilio collis eminentis intra eam partem civitatis cui est nomen Muratae...[508], nella parte, cioè, sud-orientale del colle Garampo sul ciglio di un declivio scosceso e forse franoso, proprio dove la tradizione locale ha finora con una certa insistenza creduto di dover ubicare la primitiva cattedrale e l’antico episcopio. Data l’esiguità delle testimonianze al riguardo, fino al trasferimento dopo il rovinoso sacco dei Brettoni della cattedrale episcopio in pianura, nel sito attuale, non solo resta ovviamente sub judice l’esatta ubicazione dell’ecclesia matrix di Cesena, ma pure l’ambito della giurisdizione sacramentale che presumibilmente doveva estendersi, oltre che sull’area del Garampo e quindi sul castrum (su cui poi sarebbero stati elevati, dopo un castrum vetus, un castrum novum e una serie di chiese scomparse[509]), anche sul burgus circostante, cioè sulla parte bassa della città e del suo suburbio.

Nella rassegna delle plebes del territorio pianeggiante, risulta importante e innovativo quindi inserire la plebe urbana di S. Giovanni in Superclo, oggi scomparsa. Le fonti e la tradizione degli studi locali per Cesena si sono riferite, per lo più genericamente e tardivamente, solo alla chiesa Cattedrale antica di S. Giovanni Battista, ubicata sul colle Garampo, in castro, in un’area cioè non solo eminente, ma pure distinta dal burgus da un fossato e cintata da una cortina difensiva (di mura?), come risulta già da una carta ravennate della fine del IX sec.[510] Accanto alla ecclesia matrix, (forse già esistente dal VI-VII sec.[511]), risulta attestata anche la residenza del vescovo e nelle adiacenze doveva trovarsi pure la sede del publicum e dell’amministrazione civile della città e del territorio[512]. Fu nel clima di rinnovamento ecclesiale (clerico secolare e monastico) e di restaurazione urbanistica indotto, prima e dopo il Mille in particolare dalla presenza di chierici e prelati transalpini, durante i vescovadi di Sergio e Martinace, che presero finalmente luce nelle testimonianze superstiti centri di potere e di riferimento comunitario non solo sul colle Garampo, ma pure con la badia benedettina di S. Maria, sul vicino Monte Mauro[513]. Dopo l’introduzione della vita comune o canonicale del capitolo della Cattedrale voluta nel 1042 dal vescovo Giovanni[514], la nuova canonica divenne per l’ordinario diocesano lo strumento istituzionale più idoneo per rilanciare dalla città al territorio rurale nuovi indirizzi nella cura animarum, sorretti da una migliore disciplina clericale e da un controllo giurisdizionale più uniforme e generalizzato delle plebes. Questo rapporto fra vescovo e canonici di S. Giovanni Battista si realizzò attraverso l’attribuzione e la conferma ripetuta da parte dei presuli all’arciprete della cattedrale e all’ordo presbiterorum dipendente di copiosi beni patrimoniali non solo nel territorio cesenate (piviere di S. Vittore in Valle), ma pure nei pivieri di S. Maria Maggiore (Sarsina), S. Giovanni in Computo (Riminese), di S. Pietro in Cistino (Pievesistina, territorio ravennate). Aumentò così con il tempo, forse anche in controtendenza al delinearsi delle istituzioni parrocchiali urbane e rurali, il controllo accentrato dell’episcopio cattedrale su un numero crescente di plebes del territorio cesenate, dalla città alla periferia del contado, per il loro inquadramento in un ambito propriamente ecclesiale, cioè diocesano. Così la canonica di S. Giovanni Battista non solo riuscì a diffondere nelle campagne la vita in comune, ma venne a costituire, anche sotto il profilo culturale un indispensabile punto di riferimento per il clero plebano rurale; come fra l’altro è testimoniato per il Trecento (ma forse tale rapporto già preesisteva) negli Annales Caesenates[515] dall’assidua frequentazione dell’episcopio-cattedrale da parte del clero plebano rurale e dall’inserimento nella canonica di S. Giovanni Battista di alcuni archipresbiteri del contado. L’ambiente capitolare veniva così a funzionare da tramite tra clero urbano e rurale in un rapporto osmotico che continuamente tendeva a ristabilire l’ordine gerarchico di subordinazione del clero rurale da quello urbano, anche per frenare il processo di appiattimento tra antiche plebes e nuove parochiae e la concorrenza pastorale dei mendicanti, avviati dal crescente decentramento dell’organizzazione ecclesiastica.

 

Collegato al problema dell’identificazione della plebs civitatis come insediamento e territorio[516], si presenta, ma in termini pressochè opposti, quello della plebs Vicarriatus (o acto Vicariato) ubicata in territorio Cessinate[517], di cui diffusamente si è già trattato nel capitolo cinque.

 

Prendendo ora come riferimento la suddivisione che del lungo elenco delle pievi è stato fatto dal Vasina[518], per la vicinanza alla città e per la relativa antichità delle testimonianze superstiti, si può iniziare l’analisi delle pievi della pianura cesenate dalla pieve di San Vittore in Valle, il cui edificio di culto, pur essendo stato più volte restaurato nei secoli, conserva ancora strutture murarie e reperti che risalgono all’VIII secolo.

 

 

6.2 La pieve di San Vittore in Valle. (Tav. I)

 

La pieve di San Vittore in Valle si colloca al centro di un ampio terrazzo alluvionale a sud-ovest di Cesena, alla sinistra del fiume Savio, nel punto in cui la vallata, nella sua parte terminale, comincia ad allargarsi prima di confondersi definitivamente con la pianura; il suo piviere confinava ad ovest con il territorio-diocesi di Forlimpopoli (poi Bertinoro); a nord su una linea non ben definita, ma probabilmente a sud della via Emilia, con il plebato di S. Mauro in Valle; ad oriente, superando talora la linea del Savio, con il plebato di S. Maria in Monte Leucade (poi Montereale), fino a penetrare nell’ambito giurisdizionale del castello-corte arcivescovile di Roversano, il centro forse più importante nell’amministrazione fondiaria e pubblica della chiesa ravennate; verso sud confinava con il piviere di S. Pietro in Solferino. L’insediamento in questo territorio fertile, ricco e di rilevanza strategico-itineraria, è testimoniato fin dall’antichità dalla centuriazione messa in opera in epoca romana secondo maglie regolari di 710 metri di lato ed è ancora visibile, per alcuni tratti, ad ovest dell’attuale abitato di San Vittore. Inoltre scavi sporadici eseguiti a S. Mauro in Valle e presso la fornace Domeniconi hanno portato alla luce a grande profondità, data la mutevolezza geomorfologica del terreno, pochi ma significativi reperti. La toponomastica medioevale[519] dei nomi assegnati ad alcuni fondi (es. Salisano[520], Ustigliano[521]) e ad alcuni castelli (es. Granario[522]), mette bene in rilievo i caratteri della zona: acquitrinosa (Salisano deriva forse da sala: acquitrinoso[523]), occupata dalle coltivazioni (Granaio, dal latino granaius, significa terra da grano) e dalle stoppie (Ustigliano è probabilmente dal latino medioevale usta, ustus: stoppia) dopo la bonifica romana. Inoltre l’importante strada per Sarsina che metteva in comunicazione la Padania con l’Italia centrale non ha lasciato le tracce nella parte inferiore del Savio se non nel tratto ritrovato presso Cesena durante gli scavi alla fornace Domeniconi[524]. Si può pensare quindi che essa non si discostasse molto dalla medievale strada Montanara che risaliva la vallata lungo i terrazzi fluviali, e che andava a passare proprio accanto alla pieve di S. Vittore. Ai residenti presso la battesimale di S. Vittore giovarono quindi sia la vicinanza al Savio, sia, al di là del fiume, lo stretto rapporto di dipendenza dall’episcopio-cattedrale cesenate. Tanto i religiosi quanto i fedeli risultarono avvantaggiati dall’essere il loro centro rurale attraversato dalla via che da Ravenna, per Sarsina, collegava il versante romagnolo con quello toscano, fino ad Arezzo e oltre lungo la valle Tiberina, una linea di comunicazione assai praticata nel corso del Medioevo. Non risulta che questo centro sia stato sottoposto al processo di incastellamento: ancora nella Descriptio Romandiole[525] del 1371 viene infatti menzionata come villa con un numero di residenti, (almeno 150) contribuenti, numero non certo esiguo, e comunque superiore a quello della vicina S. Mauro.

Il documento più antico che si riferisce esplicitamente alla nostra pieve risale al 4 maggio 919: si tratta di un atto di vendita «in fundis Alphiano e Salisano Territ. Ces. Plebe S. Victoris in Valle»[526]. A conferma di un popolamento piuttosto denso e generalizzato si ha notizia, in documenti successivi, della presenza, nell’ambito giurisdizionale della pieve, di alcuni castelli e di numerose cappelle. Il castello di Granaio, nominato per al prima volta nel 964 in un documento di papa Leone VII[527], ricompare in un atto del 1212 in cui un certo Rigo di Roversano restituisce alla badessa del monastero di S. Andrea in Ravenna varie possessioni poste nella pieve di S. Vittore[528]. Del castello Cesubeo si ha notizia invece in una enfiteusi del 1047[529]. Le cappelle, la più antica delle quali è S. Bartolomeo di Tipano, ricordata fin dal 1106[530], sono nominate tutte in documenti in cui, a partire dall’assegnazione del 1042[531], la pieve di S. Vittore è confermata dal vescovo di Cesena al capitolo della Cattedrale[532]. Il Burchi[533] inserisce anche la notizia che nel 1122 il vescovo di Cesena conferma ai canonici la chiesa di S. Bartolomeo di Taipano. Sempre il Burchi[534] aggiunge pure, consultando le Rationes Decimarum Italiae[535], il nome del primo arciprete della pieve di San Vittore, don Martino, che paga la decima. Due volte paga la decima il prete Guido, canonico della pieve di San Vittore, a nome del suo arciprete[536].

Il territorio plebano, in un diploma del vescovo Letone datato 13 marzo 1186, appare molto ampio e si estende «a ponte Sapis ad usque Borelli flumen», cioè dal ponte sul fiume Savio presso Cesena fino al torrente Borello, presso la località omonima[537]. L’area ricalca presumibilmente le dimensioni dell’antico pagus romano, al centro del quale doveva trovarsi, forse proprio sul luogo dove ora sorge la pieve di S. Vittore, Vico Valle[538]. La pieve, dal punto di vista giurisdizionale, dipendeva direttamente dal Capitolo dei Canonici, anche se riconosceva la superiore autorità episcopale. L’attività pastorale e liturgica era però affidata ad un corepiscopo, ossia ad un vescovo di second’ordine con residenza in campagna, il quale aveva diritto, all’interno del suo distretto di “visitare le chiese e gli oratori, di correggere e punire i chierici... di ordinare i lettori, esorcisti e suddiaconi”[539]. Un collegio di preti che attuava la vita in comune, garantiva il normale funzionamento della chiesa battesimale e delle cappelle ad essa soggette; un certo numero di essi era preposto all’insegnamento ai giovani delle “belle lettere” e della “sacra teologia”[540].

 

L’edificio plebano si presenta[541], fin dall’origine, a tre navate (Tav. XX); (Figg. 1, 2, 3, 8), con l’abside rivolta ad oriente. La forma è poligonale a sette lati all’esterno (Fig. 5) e semicircolare all’interno (Fig. 10). Nell’abside sono presenti le tre monofore a tutto sesto, secondo la tradizione delle pievi del ravennate[542]. Nella chiesa attuale solo pochi sono gli elementi veramente originali. L’impianto generale, almeno dal punto di vista planimetrico, dev’essere rimasto lo stesso: sette pilastri in muratura (Fig. 9) con appendice a forma di T spartiscono fra di loro le tre navate che si concludono con un’abside semicircolare all’interno, come premesso e con testate piane alla fine delle navate minori (Fig. 5). Non così in alzato: la chiesa, nel corso della sua lunga storia, ha subito certamente una seppur leggera sopraelevazione, come attesta il frammento di mosaico pavimentale ritrovato (ora non più nella pieve) ad una ventina di centimetri di profondità rispetto al piano attuale[543]. Si devono considerare elementi sicuri, cioè riconducibili almeno stilisticamente alla primitiva edificazione le decorazioni in cotto a raggiera distribuite all’esterno lungo l’abside ed il muro terminale delle navate (Figg. 6 e 7); sono presenti inoltre mensoline doppie con sostegni, sotto il tetto dell’abside, come elemento ornamentale (Figg. 5 e 6); lungo l’abside ci sono le monofore a feritoia di forma allungata con la ghiera protettiva di mattoni nei tre lati centrali dell’abside (Fig. 5); sui fianchi della navata principale sono presenti invece coppie di arcate, con le strette monofore strombate (Figg. 2, 3); gli archi interni con il caratteristico bardellone in cotto[544] (Fig. 15a). Importante, come in parte già detto, è la caratteristica decorativa delle raggiere e semiraggiere, ampiamente diffusa in molti edifici tardoravennati (ad esempio, nella distrutta pieve di S. Pietro a Pievesestina), che il Gerola fa derivare da alcuni monumenti della Renania in modo specifico da Römerturm di Colonia, ma che si poteva già rilevare in edifici di epoca romana, ad esempio ad Ostia[545]; pur essendo noto infatti che a Pompei e a Roma si usò l’incrostazione policroma, questa sembra prendere un aspetto di esuberanza provinciale nella Römerturm di Colonia dei primi secoli dell’Impero, ad onta dell’opinione dello Haupt[546] che la datava nell’età merovingica. Comunque la torre di Colonia influì sull’architettura franca fino dall’epoca dei merovingi[547], e, secondo il Gerola[548] in monumenti tardi di Ravenna e del suo territorio (il che sarebbe giustificato dai rapporti di Carlomagno con quella città dove, consenziente papa Adriano I, il monarca franco spogliava il palazzo di Teodorico delle colonne, dei marmi, dei litostrati imperiali sul Reno, mentre architettava il duomo di Aquisgrana ispirandosi a S. Vitale); questa caratteristica a raggiera poi continuerà anche in età romanica come ad esempio a Pomposa[549], dove in particolare nella zona dell’atrio sono presenti numerosi elementi decorativi tra cui appunto raggiere ornamentali visibili con un timido giuoco bicromo (Fig. A).

I materiali usati per nella costruzione sono il cotto e il legno: il legno per tutte le strutture di copertura, e cioè, le capriate nella navata centrale e le travi dei tetti a spiovente; il cotto, nelle murature e nelle archeggiature, realizzate con grossi mattoni legati da un consistente spessore di calce e ghiaia. Molti di questi materiali provenivano, secondo una tradizione locale, da un «tempio ad un idolo», che doveva trovarsi nello stesso luogo, o nella vicina villa Ronco, sul fiume Savio[550]. Riguardo alla fondazione della chiesa, le ipotesi sono contrastanti: il Galassi[551] ed il Mazzotti[552] indicano il secolo VIII, il Gerola[553] sembra propendere per il IX, il Verzone[554] (che sposta la nascita di tutte le pievi dell’area ravennate all’XI secolo) propone il terzo quarto del secolo undicesimo. La presenza dei caratteri peculiari di quelle che abbiamo definito architettura tardoravennate, il documento del 919, ci fanno propendere, pur con molti dubbi, per il secolo VIII.

Al secolo VIII-IX, sono comunque da ricondurre, con molta probabilità i frammenti di affreschi, ancora visibili nella parte destra dell’arcone absidale (Fig. 10) e della navata centrale (Figg. 8 e 12), rappresentanti rispettivamente figure di santi (di cui si intravedono però solo le mani, in particolare due, appartenenti presumibilmente alla stessa persona, aperte e rivolte verso l’alto e in atteggiamento di preghiera e le parti mediane dei corpi, Fig. 11) e di un personaggio imprecisato (rimangono visibili solo gli arti inferiori, le gambe e i piedi scalzi di una stessa persona [555], Fig. 13).

Dal punto di vista costruttivo la chiesa presenta alcune particolarità: gli archi delle navate hanno un andamento degradante di sette centimetri (dello spessore cioè di un grosso mattone) verso il presbiterio e le finestrelle in alto si restringono gradualmente man mano che si avvicinano alle estremità della navata. La sensazione visiva, all’ingresso della chiesa, è dunque di un sua maggiore lunghezza, per effetto della convergenza di linee verso l’altare maggiore.

La storia della pieve di S. Vittore, nei suoi mille anni di vita, è naturalmente anche la storia delle sue trasformazioni, degli adeguamenti progressivi a sempre nuove esigenze. Il primo elemento di novità, è costituito dalla introduzione, sotto la parte absidale, della cripta, che viene ritenuta del X sec.[556] Il vano, che è stato ristrutturato in epoca recente, presenta oggi una forma semicircolare con una copertura a conchiglia (Figg. 18a e 18b), ai lati, due scalette di accesso; inoltre, perfettamente in asse con la finestrella centrale dell’abside, è presente anche in cripta una finestrella aperta e visibile anche all’esterno. Il presbiterio, naturalmente sopraelevato, è raccordato alla navata da un’ampia scala di sette gradini. Un secondo elemento, introdotto qualche secolo dopo la costruzione della chiesa, è presumibilmente la torre campanaria. Di essa non è restata traccia: un documento del 1690, però, parla di un “vecchia e rovinata torre” alta piedi ventiquattro e larga sette, in cima alla quale erano poste “due antichissime campane”, del 1322 la minore, del 1336 la maggiore[557]. In epoca imprecisata la chiesa, originariamente a tre navate, perde le sue navate laterali. I documenti, a questo proposito, sono muti. Alla fine del secolo XVII, comunque, secondo un inventario del parroco Don Mauro Verdoni l’antica pieve è già ridotta ad un “sola nave[558]Longa piedi 50 larga piedi 12 alta 24[559]” essa presenta sei finestre (“due nel choro...., quattro nella chiesa“), due porte e dieci altari; ed inoltre, un “portico” od atrio d’ingresso in facciata ed un “choro...di forma semicircolare” nell’area absidale[560].

Molte varianti introdotte su questa struttura durante il Settecento: il portichetto, ad esempio, viene demolito nel 1788, quando si costruisce la nuova facciata; una sistemazione generale dell’interno si attua, invece, nel 1724 per opera di Don Sante Gentili[561]. Nell’Ottocento l’originario volto della pieve sembra definitivamente scomparso. Il parroco Don Paolo Villani, in una sua ispezione nel 1846 riesce a malapena ad individuare «nella cantina posta al nord..., un arco d’antica forma costruito di grossi mattoni messi a calce e ghiaia», «ne’ muri della nave di mezzo ... gli archi ora chiusi che anticamente davano la comunicazione colle altre due navate»[562].

Il secolo presente è segnalato dai radicali restauri. Nel 1933 la chiesa, secondo le indicazioni della Regia Soprintendenza dell’Emilia-Romagna, riacquista la primitiva spartizione a tre navate: gli antichi archi sorretti da pilastri a stampella sono liberati, le archeggiature pensili abbinate delle fiancate principali e le navate laterali (di cui restava traccia nella estremità del fianco nord) vengono proseguite e completate. La tribuna esterna invece, e l’abside a sette lati, si presentavano ancora nel loro aspetto originale, subiscono solo un consolidamento di carattere strutturale. All’interno, con l’abbassamento per circa un metro della pavimentazione, si realizza l’apertura della cripta. (Fig. 17). La copertura viene sostituita da una soffittatura in legno a capriata (Fig. 16). Nel 1958, infine, con un intervento del tutto arbitrario, viene rifatta ex-novo la facciata; secondo gli stilemi del restauro storicistico ottocentesco essa assume i connotati tipici dell’architettura tardomedievale: lesene angolari, una bifora sopra la porta d’ingresso e due finestre allungate in corrispondenza delle navate laterali (Fig. 1).

L’abside è semicircolare e dotato di tre piccole finestre a tutto sesto. Al presbiterio si accede attraverso 7 gradini[563]; l’altare maggiore è in marmo di Carrara. Il fonte battesimale è situato sopra un capitello che lo si ritiene essere appartenuto ad un tempio pagano, situato nello stesso luogo dove ora si trova la pieve. Nella pieve si ammira un Cristo giottesco della scuola del Pisano.

Il campanile, alto metri 34, è stato ricostruito nell’anno 1837; le tre campane furono fuse nello stesso anno. Anticamente, presso la pieve vi era un ospedale per pellegrini, che, secondo alcuni, fu soppresso nel 1403, secondo altri (Rossi[564]), nel 1690.

La pieve di San Vittore aveva alle sue dipendenze due cappelle, munite almeno in parte di fortificazioni: S. Bartolomeo di Tipano, di cui resta ancora una chiesa relativamente antica, e S. Mamante di Rocca Granaria[565]. Nel suo ambito territoriale si comprendevano anche in profondità i beni fondiari delle chiese ravennati (S. Maria in Ceresco, S. Maria Rotonda, S. Severo e l’arcivescovado) con quelli dell’episcopio cesenate poi in parte concessi a partire dal 1042 ai canonici della cattedrale[566].

 

 


6.3 San Bartolomeo Apostolo in Tipano. (Tav. I)

 

L’antica chiesa di Tipano è situata in una località di origine assai remota: nel suo territorio sono stati rinvenuti infatti antichi manufatti risalenti al periodo paleolitico[567]. Quanto al significato del toponimo, non si conosce nulla di certo[568]. C’è solo una notizia piuttosto singolare, ma di dubbia attendibilità: pare che questa zona in passato fosse infestata da talpe. (Tav. XXI). E il vecchio nome “Taipano”, da cui deriva Tipano, sembra riferirsi alla presenza di questi piccoli mammiferi[569]. Il più antico documento relativo alla chiesa risale al 981: in esso, su istanza di Teofano, moglie dell’imperatore Ottone II, la chiesa di San Bartolomeo viene confirmata alle monache Benedettine[570]. Si può presumere che la fondazione della chiesa sia avvenuta tra VII e VIII secolo, interessata dall’edificazione di pievi e chiese collocate strategicamente per l’amministrazione e il controllo del territorio[571]. La stessa fonte attribuisce alle monache la podestà del castello di Tipano, assai antico. Di quest’ultimo si sono perse le tracce.

Questi pochi elementi fanno supporre che Tipano, in pieno Medioevo, dovesse essere un borgo agricolo di un certo interesse. Anche se non si conosce la reale importanza del monastero come centro religioso e culturale, le attività ad esso collegate, con le strutture di servizio annesse, e la presenza di un luogo fortificato, probabilmente destinato alla difesa dei raccolti, ne facevano un insieme articolato e vitale. Di quella antica organicità oggi rimane ben poco: la chiesa fu infatti oggetto, nel trascorrere dei secoli, di molteplici rimaneggiamenti, significativo l’ampliamento del XV secolo, e il rifacimento del 1775.

L’edificio plebano si presenta ad unica navata (Tav. XXII), a testimonianza di come anche nel territorio cesenate, così come ampiamente è accaduto nel territorio ravennate e Romagnolo, sono esistite pievi ad una unica navata[572]. (Figg. 1 e 5). Nella facciata (Fig. 1), ricostruita nel 1880, inglobando forse un portico o nartece[573] sono presenti due lesene angolari di diverse dimensioni (quella dell’angolo nord-ovest è decisamente più larga) e un’unica finestra di ampie dimensioni sopra il portale d’ingresso; nell’angolo sud-ovest della facciata si notano inoltre alcuni ricorsi lapidei fortemente inclinati e parzialmente diversi dalla muratura, posti alla base di un’antica struttura oggi scomparsa[574]. La copertura della facciata è con tetto a due spioventi, mentre nelle fiancate della chiesa è presente un motivo ad archetti (Figg. 2 e 3). Nella fiancata meridionale (Fig. 2) cinque lesene sono state poste a presidio della muratura fortemente spiombata verso l’esterno dopo la progressiva demolizione degli edifici che si addossavano alla chiesa e la muratura presenta suturata in più punti. Né le lesene, né le monofore (che in questa fiancata sono tre), seguono un ritmo regolare, rapportato alla dimensione totale dell’edificio e alla posizione delle capriate[575]. Tra la prima e la seconda lesena dalla facciata (cfr. Fig. 2), all’altezza delle monofore, si può notare un frammento di arco, visibile anche all’interno[576]. Nella facciata settentrionale (Fig. 4) invece le monofore sono soltanto due, mentre il numero delle lesene rimane invariato a cinque. Tra la prima e la seconda lesena, dalla parte dell’abside, è presente una porta secondaria di accesso alla chiesa che porta direttamente nel presbiterio. L’abside sia internamente che esternamente ha una forma semicircolare[577]; all’esterno sono evidenti le tracce di ammorsature sia verticali, sia orizzontali, innumerevoli tessiture murarie e la doppia serie di arcate cieche (Figg. 3, 4). Sotto di esse è presente la monofora centrale, a doppia strombatura, non in asse con il corpo della chiesa[578]. Le monofore presenti nell’abside sono tre. Internamente rimane evidente l’assimmetria della monofora centrale rispetto al trono (Fig. 5): lungo la curvatura dell’abside, al centro, è presente infatti il synthronon (Fig. 9), sopraelevato di uno scalino rispetto al coro.

L’interno della chiesa si presenta oggi spoglio, ad una unica navata (come già detto): l’attenzione del fedele che entra in chiesa è rivolta così all’arco trionfale, che determina l’inizio del presbiterio, e all’abside. Il soffitto dell’unica navata è a capriate.

Anche nella parte interna, i muri della pieve e il catino absidale, raccontano come è stata travagliata nel tempo la vita di questo edificio, dal 981 ad oggi, soprattutto perchè lungo i secoli fu più volte scelta come rifugio militare e ogni volta parzialmente distrutta.

Infine è proprio nel corso di lavori di restauro, negli anni Settanta, che al di sotto dell’intonaco, sia nell’abside, sia nelle due fiancate della chiesa, vennero alla luce i frammenti pittorici che sono stati successivamente consolidati e restaurati. Di questi frammenti pittorici, nell’abside è presente un trittico con al centro la Madonna col Bambino in trono, una Santa e San Bartolomeo (titolare della chiesa); nella parete sinistra San Sebastiano, legato al tronco e trafitto da frecce; nella parete opposta, una teoria di santi, anche se attualmente resta solo la parte superiore del viso di tre figure. Di queste la prima ci presenta un santo in età avanzata, con barba e torsura (sant’Antonio abate?), poi una santa dai capelli biondi, di seguito, molto più frammentario, un San Sebastiano (questo è quanto ci suggerisce la cima di un tronco che fuoriesce dall’aureola).

Gli affreschi, realizzati in epoche diverse, si scalano in un arco di tempo compreso fra i primi decenni del XV e la seconda metà del XVI secolo[579].

 

6.4 La pieve di San Mauro in Valle. (Tav I)

 

Il piviere di San Mauro in Valle è situato più vicino alla città, ma al di là della linea del Savio, in una fertile area alluvionale dell’alta pianura.

La prima fonte scritta che menziona il suo piviere è una carta ravennate del 1074[580]. Esso però già da tempo faceva capo alla rispettiva battesimale che dopo una serie di restauri conserva ancor oggi significative tracce archeologiche e artistico-monumentalli dei secoli VII-IX e seguenti[581], che denotano una sua presenza e funzionalità sacramentale relativamente antica, se non del tutto allineata alle origini e al primitivo sviluppo dell’organizzazione ecclesiastica rurale di Cesena; antichità peraltro motivata dalla sua notevole vicinanza al centro urbano e alla sua posizione itineraria senza dubbio favorevole. È probabile[582] che la sua dedicazione sia da riferire alla tradizione episcopale cittadina, non però al primo San Mauro della serie dei presuli (sec. VII), bensì al secondo che fu veramente santo e visse, come si ritiene dai più, nel IX sec[583]. Tale circostanza spiegherebbe meglio fra l’altro gli stretti rapporti in seguito intercorsi fra la nostra battesimale e vescovo-capitolo della Cattedrale di Cesena. Ritorna quindi il difficile dilemma della cronotassi dei vescovi di Cesena[584]: si chiamava sicuramente Mauro il vescovo nell’ottobre del 649 e lo dimostra il fatto che era presente come delegato dell’arcivescovo di Ravenna al concilio lateranense indetto da papa Martino I e lesse la professione di fede del metropolita ravennate contro la dottrina monofisita[585]. Nella cronotassi è presente anche un altro Mauro, il fondatore dell’abbazia di S. Maria del Monte, di cui parla ampiamente Pier Damiani[586], il cui episcopato risale forse[587] alla prima metà del sec. X e che fu, come detto, veramente santo.

Il piviere di San Mauro, che doveva presentare condizioni insediative ed ambientali analoghe a quello vicino di san Vittore[588], era di estensione assai ridotta (e a quanto risulta non articolato in succursali), schiacciato com’era ad est dal piviere di S. Giovanni in Superclo (cattedrale di san Giovanni Battista), con la quale la nostra battesimale intratteneva da lungo tempo rapporti assai stretti, sia sotto il profilo gerarchico-personale, sia sotto quello giurisdizionale e patrimoniale; sud e a ovest da quello di S. Vittore in Valle e a nord da quelli di S. Maria in Ronta e di S. Pietro in Cistino (Pievesistina, territorio diocesano di Ravenna)[589]. A tal centro, che doveva essere protetto da una struttura militare, come sembra testimoniato da un superstite torre malatestiana trecentesca (ma la Descriptio Romandiole la ricorda semplicemente come villa, con una settantina almeno di abitanti[590]), non risulta che facessero capo insediamenti di qualche rilevanza sia sotto il profilo ecclesiale che civile. Il centro abitato di S. Mauro e il suo distretto sembra non abbiano mai assunto una particolare rilevanza anche sotto il profilo demico-civile-sociale, neppure nel tardo medioevo[591]. Non è ricordato come pieve nei decimari papali della diocesi di Cesena per gli anni 1290-1292 (forse era esente, o rispondeva per essa la canonica della Cattedrale o il vescovo?), nelle Rationes Decimarum[592] viene annotata per la prima volta San Mauro in Valle nel 1196, il 10 novembre, quando ci fu la vendita all’abate di S. Apollinare Nuovo di terre nel territorio di Cesena, pieve di S. Mauro, fondo «Rusani»[593], viene menzionato nella Descriptio Romandiole, come villa con pochi residenti contribuenti[594]. Solo in epoca malatestiana (sec. XIV-XV) la battesimale e l’abitato dovettero essere protetti da un sistema di fortificazioni, di cui ci è rimasta solo la torre antistante la chiesa[595]. Nel suo territorio già dall’XI sec. è segnalata una consistente presenza di possessi, oltreché dell’episcopio cesenate e del capitolo della cattedrale, anche della chiesa arcivescovile di Ravenna e dei monasteri di S. Maria Rotonda e di S. Apollinare in Classe[596].

La pieve, fondata nell’VIII-IX secolo, è stata ricostruita sull’antico edificio nel XII ed era un luogo fortificato, poiché oltre ad una torre alta fortificata si trovarono cortine di mura[597]. La chiesa, danneggiata durante l’ultima guerra, ha subito importanti rifacimenti verso l’anno 1960.

 

La pieve di San Mauro in Valle, si presenta divisa in tre navate: (Tav. XXIII) la navata centrale termina con l’abside semicircolare (Fig. 4), mentre le navatelle hanno testate piane (Figg. 5a e 5b). La facciata non presenta lesene, ma è particolareggiata dal fatto che la parte in riferimento alla navata centrale è più sporgente rispetto alla facciata delle navate minori (Fig. 1). Sempre riguardo alla facciata essa presenta nella parte centrale, sopra al portone di ingresso, una rosone a doppia ghiera, privo di una vetrata particolarmente significativa, mentre le due parti relative alle navate minori presentano ognuna una monofora, a doppia strombatura. Sotto la copertura del tetto della facciata è presente un motivo ad archetti che impreziosisce anche tutti gli altri lati della pieve. Nel lato meridionale e settentrionale della pieve (Figg. 2 e 3), in corrispondenza delle navate minori, sono presenti sette lesene che, in maniera regolare suddividono lo spazio esterno di queste pareti laterali, e cinque monofore, a doppia strombatura. La parte più in alto, relativa alla navata centrale, presenta solamente due lesene angolari per lato all’inizio e alla fine della parete e cinque monofore. L’abside è rivolta ad oriente ed è esternamente (ed interiormente), semicircolare (Fig. 4); sotto la gronda del tetto presenta un motivo ad archetti, diverso da quello che si trova nel resto della pieve. Partono proprio da questi archetti due alte colonne addossate, conservate nella loro parte inferiore, che arrivano fino alla base della chiesa e che suddividono l’abside in tre parti uguali: al centro di ogni sezione così creata è presente una monofora a doppia strombatura; nella parte centrale, in asse con la monofora, è presente la finestrella che dà luce alla cripta. Nella parte più vicina al basamento delle colonne, che, come detto suddividono l’abside, sono rimasti due frammenti (alti circa m 0,80 compresa la base che risulta essere il particolare più significativo) (Figg. 6, 7a e 7b, particolare). Risulta molto evidente, proprio dalla presenza di un profondo basamento attorno all’abside, che la pieve era probabilmente più alta di quattro metri circa (di tanto è interrato il basamento dell’abside) del livello attuale (Fig. 8). Sempre in questo lato orientale, anche nelle terminazioni delle due navatelle sono presenti rispettivamente due monofore a doppia strombatura; sotto le monofore ed in asse con queste, ci sono due finestrelle della cripta (Figg. 5a e 5b). Ad illuminare ulteriormente la cripta sono presenti anche nelle facciate laterali, nello spazio circoscritto dalle ultime due lesene dal lato orientale (dall’abside), due finestrelle, anch’esse a doppia strombatura (Figg. 9a e 9b).

Al suo interno la pieve è divisa in tre navate da due file di quattro pilastri (Fig. 10). Rispetto al resto della chiesa, risulta sopraelevata di sette gradini non solo la parte del presbiterio, in corrispondenza della navata centrale, ma anche la parte terminale delle navate minori: proprio qui sono presenti gli scalini che, scendendo, portano alla cripta. Quest’ultima risulta così molto ampia, del tipo ad oratorio, suddivisa in tre navate da una due file di pilastri (Figg. 14, 15, 16). Solo la parte del presbiterio ha un copertura a conchiglia, sostenuta da quattro semicolonne. Al centro della parte absidale della cripta è presente una finestrella, visibile, come già detto, anche all’esterno dell’abside. All’interno della cripta sono presenti alcuni elementi di rilievo: il capitello della colonna centrale di destra (guardando l’altare) è sicuramente un elemento di reimpiego inserito nella cripta (Figg. 17a e 17b). Significativi sono anche due frammenti di pavimento musivo con disegno a scacchiera in bianco e nero: il primo (Fig. 18a), ora inserito nella parete con cui termina la navatella laterale, è di forma irregolare, trapezioidale (m 0,45 x m 0,60 x m 0,87 x m 0,30); il secondo frammento (Fig. 18b), ora murato a terra, nei pressi della colonna con il capitello di reimpiego, ha forma rettangolare. (m 1,05 x m 0,60). I frammenti, di costruzione pagana, sono forse originari del I secolo d. C.[598]

Il campanile che, a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale era divenuto instabile e costituiva un pericolo per l’abside, è stato demolito: sono state trovate in questo tracce di incendio, per la presenza di tegole affumicate. La torre che sorge di fronte alla chiesa è l’unico elemento rimasto di un sistema di fortificazione che in epoca malatestiana (sec. XIVex.-XV) doveva presumibilmente proteggere la battesimale e l’abitato[599]; è stata restaurata nel 1834[600].

 

 


6.5 La pieve di Santa Maria di Ronta. (Tav. I)

 

La pieve di S. Maria in Ronta sorge a nord di Cesena, in quella vasta area pianeggiante, compresa tra gli ultimi rilievi collinari e il mare, perfettamente bonificata in epoca romana. La colonizzazione dell’agro cesenate si deve far risalire, con tutta probabilità, al periodo compreso fra il 268 ed il 218 a.C. quando, con un intervento generalizzato, tutto il territorio compreso tra i fiumi Marecchia e Savio viene centuriato secondo una maglia di quadri di 170 metri di lato, rivolte, come di regola, a nord[601]. Particolarmente interessante è la posizione assunta, rispetto ai limiti centuriali cardo e decumanus dai singoli vici: nel territorio riferito all’ambito di Cesena, ad esempio si può notare la presenza delle borgate agricole di Ronta e S. Giorgio ad una distanza di dieci quadri dal decumano massimo e del nucleo di Bulgarnò ad una uguale distanza rispetto al cardo massimo che ha il suo punto di riferimento notevole nel corso del fiume Savio. Si può pensare, quindi, ad una distribuzione gerarchizzata del territorio, con i vici aventi funzione di riferimento per quel popolamento sparso nell’agro che non poteva avere, oltre una certa distanza (in genere le cinque quadre), come appoggio immediato il centro maggiore (castrum, forum). La nascita di un edificio plebano a Ronta è dunque riferibile, così come a S. Giorgio ed in altre località della pianura cesenate, ad un preesistente abitato romano. Indicativa è la persistenza nel medioevo di una toponomastica romana: in carte ravennati sono menzionati i fondi di Ariniano, Agnello e Ariano[602], Lucraciano e Cerrito[603] ecc. Numerosi reperti archeologici possono inoltre documentare l’insediamento in età romana.

La pieve di Ronta è ricordata per la prime volta in un documento del 27 giugno 942: è un contratto in cui la badessa di S. Martino di Ravenna dà in enfiteusi il fondo Bosseto, sito in «Territorio Cesinate Plebe S. Marie qv. In Ronta»[604]. Sempre il Fantuzzi[605] annota un altro contratto di enfiteusi datato 28 aprile 973. Nel 986 il plebato doveva avere già una sua rilevanza demografica e religiosa; in una concessione del vescovo di Ravenna all’arciprete Domenico si cita infatti: «capellam cui vocabulum est S. Appollinaris, ex corpore masse que v. Roda, constituita terri. Cesenate, pebe S. Marie in Ronta»[606]. In ambito distrettuale il centro preminente della colonizzazione ravennate doveva essere costituito quindi dalla vicina località di Roda, cui appunto facevano capo una massa (accorpamento consistente di terre da bonificare), una curtis ed una ecclesia dalla dedicazione assai significativa a S. Apollinare. Le cappelle sono destinate a crescere in seguito e nelle Rationes decimarum ne compaiono altre tre: S. Martino in Fiume[607], Martorano[608] e S. Damiano[609].

Dall’analisi della microtoponomastica locale risulta[610] che questo piviere confinava ad ovest con il territorio e diocesi di Ravenna; verso nord-est ed oriente con i plebati di S. Stefano in Pisignano e di S. Pietro in Cerreto (forse anche quello di S. Agata); a sud con il territorio di pertinenza della cattedrale cittadina. In tale ambito si caratterizzavano per la loro presenza massiccia i possessi fondiari delle chiese ravennati di S. Martino dietro la Cattedrale (poi confluiti nel monastero di S. Andrea maggiore), di S. Apollinare Nuovo, di S. Giovanni Evangelista, della Canonica Portuense, del monastero cistercense di S. Severo in Classe e soprattutto dell’arcivescovile e della Cattedrale[611].

L’ambito giurisdizionale della pieve si estendeva proprio ai confini della diocesi di Cesena, a contatto col territorio di Ravenna e per questo risultava quindi, in certi periodi, maggiormente esposto a sconfinamenti e scontri armati.

Dal punto di vista religioso ed amministrativo, la pieve e le cappelle da essa dipendenti erano rette da un capitolo di preti che praticavano la vita in comune. L’arciprete pievano veniva eletto dal capitolo stesso e secondo un uso ancora persistente a Ravenna nel XIII secolo aveva il titolo di cardinale, attribuito anticamente a tutti i canonici della Cattedrale metropolitana: a testimonianza di questo nel 1290 paga la decima «domino Paganello archipresbitero plebis Ronte et quondam cardinale ravenatense»[612]. Ronta dunque appartiene, almeno per un certo periodo, alla chiesa ravennate. Il 23 dicembre 1146 Eugenio III conferma al monastero di S. Giovanni Evangelista di Ravenna varie possessioni fra cui «plebem Sancte Marie in Ronta»[613]. Nel 1183 il monastero di S. Apollinare Nuovo si impegna a pagare ogni anno una pensione all’arcivescovo di Ravenna, «pro eccl. S. Apollinaris cum posses. suis. posit. in Ronta tt. Cesene e pro plebe S. Marie in Ronta»[614]. Nel 1209 l’imperatore Ottone confermava alla chiesa ravennate «villam Ronte»[615] conferma la rinnovata nel 1228[616]. Enfiteusi di terre nel plebano di Ronta da parte degli arcivescovi metropoliti compaiono inoltre in documenti a sette del 1199[617] e del 1265[618].

La chiesa, così come oggi ci appare[619], presenta una pianta basilicale a tre navate (Fig. 1), con la caratteristica abside a sette lati (l’abside però è solo esternamente poligonale, mentre, come si vedrà successivamente, è semicircolare nella parte interna), rivolta ad oriente. (Fig. 4); (Tav. XXIV). La facciata è chiaramente stata rifatta: sul battistero e sul tabernacolo, all’interno della chiesa, è presente la firma del sacerdote “Paulus Policianus” (Paolo da Montepulciano, nato nel secondo decennio del ‘400 e morto tra il 1510 e il 1520, più che centenario) archipresbyter della chiesa di Ronta che, con ogni probabilità[620], ha voluto la ricostruzione della facciata della pieve (compì anche nella chiesa di S. Martino in Fiume, non molto distante da Ronta, alcuni lavori di restauro nella veste di “rector” della chiesa), secondo lo stile del trionfante umanesimo.

Dal punto di vista stilistico essa si può assimilare alla pieve di S. Pietro in Sjlvis: gli stessi pilastri a forma di T, gli stessi archetti pensili appaiati, le stesse sporgenze agli angoli delle facciate[621]. Esternamente, ai fianchi della navata maggiore, la pieve è caratterizzata (Tav. XXV) dalla esatta disposizione delle otto monofore lunghe e strette sia nel lato sud (Fig. 2), sia nel lato nord (Fig. 3); ai fianchi delle navate minori, nel lato sud è invece caratterizzata da una serie progressiva di lesene (sei), che mancano invece nella navata nord (questa risulta chiaramente rifatta, anche solo dalla semplice osservazione della diversa tipologia dei laterizi usati).

La tecnica muraria è quella solita: grossi mattoni, quasi sempre di recupero, uniti da calce frammista ghiaia. Rimanendo sul lato sud (Fig. 2) è chiaramente visibile tra la prima e la seconda lesena dalla facciata la presenza di un apertura, probabilmente una porta laterale, di accesso alla chiesa, che risulta ora molto bassa, come testimonianza del fatto che l’intera pieve era sicuramente più alta in passato. Lungo le facciate e nell’abside, sotto la copertura del tetto, è presente una ghiera continua di mattoni disposti a dente di sega che costituisce un ulteriore elemento decorativo, con le lesene e le arcature. Nell’abside (Fig. 4) sono presenti tre monofore, mentre nelle pareti di fondo delle navi minori ci sono due finestrelle a doppia strombatura e diaframmate al centro (Fig. 6): queste ultime finestrelle in appaiono particolarmente basse (Fig. 5) rispetto all’attuale altezza della chiesa[622].

Internamente la chiesa è divisa in tre navate da due serie di otto arconi (Fig. 7). I restauri in questo ultimo dopoguerra hanno permesso di definire meglio una possibile collocazione cronologica della chiesa nei suoi primi secoli di vita. La sistemazione odierna appare sicuramente frutto di una terza fase costruttiva. A testimonianza di questo fatto sono sicuramente i pilastri che risultano ora a forma di T (Figg. 12 e 13). Questi risultano infatti rialzati due volte: in origine essi presentavano una doppia appendice, triangolare nei lati esterni, semicircolare nei lati interni. Una prima sopraelevazione dell’edificio vede l’interramento e la scalpellatura di questi pilastri e la formazione ad un livello superiore di nuovi pilastri a pianta cruciforme, cioè con semplice appendice rettangolare da ambo i lati (Figg. 12, 13). L’ultimo innalzamento[623], ad un livello superiore di due metri rispetto a quello originario, porta alla creazione di pilastri rettangolari con o senza l’appendice a T. È rimasto un solo pilastro (è il secondo dall’ingresso della chiesa, lungo la serie di archi che separa la navata ventrale da quella settentrionale) che può offrire a chiunque visiti la pieve un esempio di come originariamente fossero tutti i pilastri della chiesa (Figg. 14, 15, 16). Dall’osservazione diretta della colonna, essa risulta essere sotto il livello dell’attuale pavimento di m 2 circa, mentre la parte originaria rimasta ora visibile è alta m 2,5; immaginando una ipotetica sezione della colonna, essa risulta avere un diametro di circa m 0,70.

Negli ultimi due archi verso est, prime dell’abside, sono comparse tracce di colonne marmoree con capitelli superiori: questo fatto potrebbe spiegarsi con la presenza di una cripta nell’area sottostante il presbiterio[624]. In particolare ne risulta ancora ben conservata una, oggi inserita nel secondo pilastro dall’abside: la colonna, di marmo scuro, è alta m 1,08 circa, è oggi appoggiata, senza alcun basamento, sul primo dei tre gradini del presbiterio ed ha una base con diametro di m 0,23 circa; il capitello, di marmo chiaro, risulta molto semplice, è alto m 0,24 circa ed ha una base di m 0,40 circa[625]. Rimanendo nella zona del presbiterio, l’abside, come già detto, è semicircolare con tre monofore (Fig. 8). In asse con la finestrella centrale è il trono, al centro del coro da poco ricostruito La copertura del soffitto, in legno, è a capriate nella navata centrale (Fig. 11), mentre le navate laterali recano un sistema di travi che reggono i tetti a spiovente (Figg. 18a e 18b).

 

Gli studiosi meno recenti hanno formulato varie ipotesi circa la data di fondazione della chiesa: per il Calzecchi-Onesti[626] ed il Galassi[627] essa è da attribuirsi al VI secolo, per il Gerola[628] al IX-X secolo, mentre per il Verzone[629] essa va spostata alla fine dell’XI secolo.

I restauri messi in atto in questo ultimo dopoguerra, con il rilevamento di peculiarità fino ad ora ignote, hanno permesso di definire meglio una possibile collocazione cronologica della chiesa nei suoi primi secoli di vita. La sistemazione odierna appare sicuramente frutto di una terza fase costruttiva. In una zona poco distante dal fiume Savio e quindi facilmente soggetta ad inondazioni, questa serie di innalzamenti successivi non deve sembrare strana. Lo stesso toponimo di Ronta, derivante dal vocabolo latino (a)-ron (-i) -ta , sta a significare terra mossa, cioè facilmente impaludata[630]. La chiesa non ha subito variazioni di rilievo nelle sue tre fasi costruttive[631]: se sono certamente cambiati alcuni particolari decorativi, l'impianto generale, dal punto di vista tipologico, è rimasto nella sostanza sempre lo stesso. Come prima data di costruzione si può pensare quindi, con il Mazzotti[632], all’VIII secolo, mentre ad epoche successive, ma non troppo distanziate fra di loro, si devono riferire le due sopraelevazioni. Di una antichità maggiore della pieve resta invece traccia nella tradizione popolare, che la fa risalire a Galla Placidia[633]: si tratta di un evidente errore di retrodatazione, molto diffuso fino al secolo scorso per tutte quelle chiese che nell’agro ravennate dimostravano una certa vetustà.

Il primo elemento da aggiungersi in ordine di tempo all’originario impianto basilicale è la cripta: di essa non rimane traccia nella sistemazione attuale, ma la maggiore altezza della zona absidale e preabsidale rispetto al piano della chiesa ne indica inequivocabilmente la presenza. Secondo testimonianze concordi[634], durante l’ultima guerra mondiale, una parte della cripta era ancora accessibile e servì addirittura da rifugio antiaereo; essa venne interrata, quindi, forse per ragioni statiche, nell’ultimo dopoguerra.

Un altro elemento importante, successivo alla costruzione della chiesa, è la torre campanaria: la sua forma era originariamente cilindrica, individuata a pochi metri a nord-ovest dalla sua facciata[635]. Le fondamenta di un quadriportico sono inoltre venute alla luce proprio dinanzi alla parte mediana della facciata, a due metri circa di profondità[636]. Un restauro generale della chiesa è documentato nel 1508, da Paolo da Poliziano. Nel corso dei secoli la pieve ha subito notevoli restauri, in particolare quello seguito alla seconda guerra mondiale: durante l’ultimo conflitto infatti venne fatto saltare con una carica di dinamite il campanile, che si rovesciò subito sull’abside e sulla canonica demolendole quasi completamente. I danni vennero riparati nell’immediato dopoguerra e venero riportati in vista molti elementi originali dell’antica pieve.

 

 

6.6 La pieve di Santo Stefano in Pisignano. (Tav. I)

 

Più a valle, lungo il corso del Savio, confinante a sud con i pivieri di Ronta e di Cerreto, a nord-ovest e a nord-est rispettivamente con le diocesi di Ravenna e di Cervia, si sviluppa il territorio plebano facente capo alla battesimale di S. Stefano in Pisignano, posizione di incontro di vie di comunicazioni che procedevano da Ravenna per raggiungere Rimini e Cesena, e insieme linee confinarie dei territori municipali di Ravenna, Cervia, Cesena[637]; area fertile di antico insediamento e di molteplici attività produttive, il suo territorio è stato quindi sempre particolarmente conteso per la sua rilevanza strategico-itineraria, soprattutto in età comunale[638]. Pisignano è documentata anche come centro romano per numerosi ritrovamenti[639]. Lo stesso toponimo è di per sè significativo: il nome Pisignano deriva infatti da un “Fundus Pisonianus”, dal proprietario Pisone, oppure dal latino medioevale “Pisina”, cioè luogo paludoso. Prova del fatto che Pisignano è un insediamento romano, sono alcuni tratti di mura, due pavimenti ad «opus spicatum», un grande dolio, mattoni e tegole, portati alla luce nel 1921 di fronte al luogo dove sorge la pieve[640].

Di S. Stefano a Pisignano[641], una delle tante pievi dell’agro romagnolo documentate intorno al Mille, è ignota la fondazione, ma le fonti scritte, in prevalenza anche in questo caso ravennate, ci attestano la prima volta l’esistenza del piviere nel 977[642] quando ci si riferisce ad alcune terre situate nella «plebe sancti Stephani in Pisignano»; nello stesso Regesto[643] del 6/8/983, troviamo che il suddiacono Umberto di Ravenna lascia in enfiteusi perpetua terre... “...sitas in territorio cessinate, plebe Sancti Stephani in Pisignano”. Inquadrata il più delle volte e quasi senza soluzione di continuità fino al Medioevo nel territorio civile di Cesena, le memorie riguardanti espressamente la chiesa battesimale di riferimento sono affidate alle superstiti consistenti tracce archeologiche e artistico-monumentali del relativo edificio di culto che ci consentono di risalire ad una facies architettonica altomedievale di tardo X sec, ma con ascendenze di culti precristiani di origine orientale[644]. Certo è che, pur facendo parte del territorio ficoclense, non è mai appartenuta alla diocesi di Cervia, bensì a quella di Cesena[645]. Pur essendo l’estensione fondiaria e patrimoniale di questo distretto minore articolata nei centri municipali di Cesena, Cervia e Ravenna, prima e soprattutto dopo il Mille per un lunga durata, essa doveva far parte unitariamente nel 1291, al tempo cioè della composizione dei decimari papali[646]: altro esempio questo a conferma della non perfetta corrispondenza fra circoscrizioni civili ed ecclesiastiche di pari livello urbano nel corso dei secoli intermedi[647]. La struttura plebana, territoriale ed insediativa, articolata almeno nelle due cappelle dipendenti di S. Andrea e di S. Gervasio, dovette restare anche in seguito e senza soluzione di continuità funzionale sotto il profilo religioso e sacramentale[648]. Questo fra l’altro pare testimoniato da una radicale ricostruzione cinquecentesca e da successivi parziali restauri dell’edificio di culto, che, presumibilmente come anche oggi, si trovava ubicato a distanza dal centro abitato, la villa di Pisignano forse menzionata nel 1371 dalla Descriptio Romandiole[649] come villa S. Stefani nella parte pianeggiante del comitato cesenate.

La chiesa[650], aggregata nella seconda metà del XV secolo, durante il dominio della Serenissima, al monastero di S. Lucia a Venezia, nel 1512, come recita l’epigrafe sopra il portale d’ingresso, poiché era stata “ruinata dai Gotti”, fu ricostruita sulle precedenti strutture in forme ridotte e con abside semicircolare anche all’esterno. Successivi lavori, inclusa la costruzione dell’attuale campanile, hanno preceduto gli ultimi restauri del 1911-1912, voluti dal benemerito pievano Don Romualdo Turchetti e diretti da Giuseppe Gerola[651], che hanno conferito alla pieve l’aspetto odierno.

Nel suo ambito si trovano densamente costituiti già nei secoli centrali del medioevo, i patrimoni di diverse chiese ravennati: da quella arcivescovile alle monastiche di S. Apollinare Nuovo, di S. Giovanni Evangelista e di S. Severo in Classe; dalla chiesa di S. Salvatore in Calchi alle canoniche Portuense e di S. Giacomo in Cella Volana[652]. Costruita secondo i canoni della tradizione edilizia ravennate a pianta basilicale, a navate scandite da pilastri nella caratteristica forma a T ed abside semicircolare all’interno e poligonale all’esterno, è stata comunque oggetto, nel corso del tempo, come già detto, di trasformazione e rimaneggiamenti (Tav. XXVI).

 

Attualmente la pieve presenta tre navate divise da archi, sostenuti da pilastri. La facciata (Figg. 1a e 1b) presenta quattro lesene regolari, che evidenziano la tripartizione delle navate. Sopra il portale d’ingresso, nella parte della navata centrale (Fig. 3), è presente una piccola lapide murata, in cui, come è già stato ricordato sopra, viene brevemente raccontata la vicenda della riedificazione per opera delle monache di santa Lucia di Venezia; sopra questa lapide è presente invece una apertura circolare che porta luce alla navata centrale. Sotto la gronda del tetto, in corrispondenza della facciata e della navata centrale, è presente, posta come elemento decorativo, una cornice costituita da una ghiera continua di mattoni disposti a dente di sega. Nella prima lesena a sinistra del portale è murato un frammento di pilastrino: mostra i segni evidenti di un riutilizzo intermedio prima dell’odierna collocazione, perchè reca nella parte centrale un foro per il fissaggio di un perno di marmo o di metallo[653] (Figg. 4a e 4b). Un confronto può essere fatto tra questi frammenti di pilastrini e quelli conservati al Museo Nazionale di Ravenna[654] (Fig. C). Gli incassi presenti su una delle facce di frammenti indicano che i nostri esemplari dovevano in origine accogliere plutei o transenne e fare quindi parte di un sistema di recinzione sacra, forse una balaustra presbiterale o una pergula[655] (Figg. 5a e 5b; il frammento ha una base quadrata m 0,20 x m 0,20, l’altezza è di m 1). Sulla facciata, tra le due lesene nella parte destra, in basso, si segnalano inoltre un resto marmoreo di scultura architettonica (misura m 0,48 x m 0,10) ornato con una crocetta patente e tre elementi gigliati entro un listello tondeggiante[656] (Fig. 6) ed un frammento, decisamente più ampio, anch’esso in marmo e di forma irregolare con tracce di due incavi per l’alloggiamento di elementi di forma quadrata (m 0,12 x m 0,12 circa), riferibile forse ad una base d’altare[657] (Figg. 7a e 7b).

Tutta la cortina muraria dell’edificio, a partire della facciata di cui si è già parlato, è costellata di frammenti lapidei scolpiti o iscritti di varie epoche, per la maggior parte segnalati[658], ma non tutti appartengono ab antiquo all’edificio plebano, anche se ormai sono parte integrante della sua fisionomia e della sua storia (es. Figg. 8a e 8b, frammento presente sempre nella facciata tra le due lesene a destra del portone; es. Frammento della Fig. 11, presente nel fianco nord). Alcuni infatti provengono dai dintorni, come anche il miliario[659] accanto alla facciata, portato dalla non lontana chiesa di Vado (Fig. 2), altri dai terreni circostanti, nell’antichità densamente popolati, come si è notato a proposito della fibula a forma di colomba, altri ancora sono stati acquisiti in tempi moderni, ma in ogni caso, essendo avulsi dal contesto originario, la struttura di appartenenza è solo ipotizzabile[660]. Nel fianco nord (Fig. 9), la parte relativa alla navata centrale, è suddivisa da nove lesene, in particolare tra la terza e la quarta lesena (dall’abside), è presente una apertura circolare a doppia strombatura. Sotto la copertura del tetto, sempre in questa parte più alta, è presente il motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. La parte relativa alla navata laterale non presenta lesene, se non all’inizio (verso l’abside) e alla fine (dalla parte della facciata); si aprono però due monofore (Fig. 10) nelle quali sono stati impiegati come pseudoarchitravi frammenti di pilastrini di marmo (Fig. 10a, relativa alla monofora più vicina all’abside e Fig. 10b), di buona fattura[661], nei quali per la tipologia e per l’ornato, moda- nature che inquadrano il campo centrale e formano sui lati corti un motivo inflesso, si riconoscono elementi architettonici di recinzione (Fig. C) liturgica di impiego comune nelle chiese paleocristiane dell’Oriente e dell’Occidente, da Costantinopoli, a Ravenna, alle località gravitanti nella sua orbita culturale ed alle sponde orientali adriatiche[662]. Passando al lato sud della pieve (Figg. 12a e 12b), sono presenti nella parte relativa alla navata centrale nove lesene e due finestrelle tonde, a doppia strombatura, tra la quinta e la sesta lesena e tra la settima e l’ottava lesena, dalla facciata. Sempre e solo in questa parte relativa alla navata centrale, è presente la cornice a ghiera continua di mattoni a dente di sega; sono presenti inoltre una monofora, molto vicina alla canonica che non presenta però un architrave particolareggiato come nel fianco nord e, in prossimità della lesena della facciata, un portone, attraverso il quale si accede alla chiesa. Proprio poco più in alto del portone, risaltano chiaramente[663] in laterizio alcune marmette policrome (rosa, bianco, azzurro) romboidali e triangolari che fecero probabilmente parte di un pavimento ad opus sectile (Figg. 13 e 14); una porzione di colonnina appartenuta alla decorazione di un sarcofago di tipo architettonico (Fig. 15, la porzione di colonnina, vicinissima al portone, misura m 0,33 in altezza, e la larghezza massima è m 0,25); due altri frammenti, anch’essi di modeste dimensioni: uno apparteneva ad cornice di lastra scolpita o di una parte di pilastrino (Fig. 16, il frammento misura m 0,20 x m 0,20), l’altro, che è stato trovato nel corso dei lavori eseguiti dal Gerola agli inizi del secolo, è singolare perchè reca scolpita una mano che compie il tipico, antico gesto della benedizione [664] (Fig. 17, il frammento, di forma irregolare, misura m 0,15 x m 0,25)[665]. Il particolare della mano divina in quella che sembra la parte centrale della composizione permette di riferire il frammento ad una croce scolpita con la mano benedicente all’incrocio dei bracci, perchè l’iconografia è ricorrente nei molti esemplari di croci lapidee di età medioevale[666]. Dato che il rilievo è modesto ed inserito nella parete, non si può dire se appartenesse originariamente ad una delle croci monumentali che nel Medioevo, nei territori dell’antico Esarcato, da Ravenna fino almeno a Bologna furono innalzate in corrispondenza di luoghi emergenti della città o del contado (chiese, piazze, crocicchi, istituzioni religioso-caritatevoli)[667], oppure ad una croce destinata ad occupare il culmine del tetto dell’edificio o ad ornare la facciata, con una funzione al tempo stesso apotropaica e decorativa che trova ben più famose rispondenze negli ornati dell’abbazia di Pomposa e del l’edilizia sacra e civile lagunare, di cui si è parlato in precedenza[668]. Anche nella parete sud sono presenti molti altri frammenti lapidei inseriti (Fig. 18, forse un frammento di marmo a forma presumibilmente circolare, con diametro m 0,20 circa, con una evidente traccia di un incavo per l’alloggiamento di un elemento di forma quadrata, m 0,12 x m 0,12 circa e Fig. 19).

L’abside è sia internamente, sia esternamente, semicircolare, a seguito della ricostruzione che terminò nell’anno 1527, quando venne riconsacrata (come conferma la lapide sopra il portone d’ingresso), ed è dotata di due monofore rettangolari[669] (Fig. 20). Sotto la copertura del tetto è presente lungo tutta l’abside una cornice a T, mentre il motivo a ghiera continua sopra l’abside, nella parte riferita alla navata centrale. Le navate laterali hanno testate piane e non sono presenti finestre (Figg. 21 e 22). Adiacente alla navatella settentrionale è la torre campanaria, di pianta quadrata.

L’interno è diviso in tre navate, la maggiore al centro, le minori più basse ai lati (Figg. 23 e 24). Le navate sono divise da quattro archi a tutto sesto (Fig. 25), poggianti su tre caratteristici pilastri a forma di T (Fig. 26). Adiacente alla navata destra, all’altezza dell’abside, è inserita la torre campanaria cui si accede attraverso una porta (Figg. 27 e 28). La zona del presbiterio è rialzata di uno scalino e l’abside (Fig. 29), come è già stato detto, è semicircolare ed è tutta ornata da pregevoli affreschi del 1500, ritornati alla luce negli anni 1911-1912, con i restauri voluti dal Pievano don R. Turchetti. Nella parte centrale, in particolare, si vede la Madonna in trono col Bimbo Gesù. Il soffitto è a capriata nella navata centrale, mentre le navate laterali hanno semplici travi relativi agli spioventi.

All’interno della pieve, inserito nella facciata (Fig. 24), si conservano in frammentino di cornice di cotto con tre fiori crociati (misura m 0,28 x m 0,12), di età medioevale[670] (Figg. 30 e 31), e due capitelli incompleti in marmo, di tipo corinzio composito e di piccole dimensioni (Figg. 32 e 33), misurano m 0,40 x m 0,40 circa entrambi, con un profondità massima di m 0,26), posti alla destra e alla sinistra del portone principale d’ingresso. Sono riconoscibili[671] l’echino ornato dalla consueta cornice ad ovuli, l’abaco sottostante, piatto e privo di ornati, e una corona di grandi foglie d’acanto, distanziate, appiattite contro il corpo del capitello con punte appena ripiegate sotto l’abaco, ed incomplete nella parte inferiore. La particolare resa a “foglia di quercia” dell’elemento fitomorfo e l’abaco sottoposto all’echino e viceversa come si verifica di norma in questa categoria di capitelli, non esclude una datazione diversa da quella recentemente proposta, tra la seconda metà del V e la prima metà del VI secolo[672]. Sicuramente riferibili all’arredo liturgico di un edificio sacro di età paleocristiana sono[673] solo i frammenti di pilastrini, ma trattandosi di materiali di recupero di provenienza sconosciuta, non sono purtroppo motivo sufficiente per provare che la pieve esistesse già molto prima del Mille.

Entro la pieve sono stati segnalati, dal Gerola e studiati dal Susini e dalla Santoro Bianchi[674] alcuni monumenti romani, oggi conservati nel Museo arcivescovile di Ravenna. Il più importante è un’ara del dio Mitra con sovrastante la pila dell’acqua santa; è alta 80 centimetri e larga 29 centimetri. Il bassorilievo rappresenta il dio orientale Mitra, che poggia il ginocchio sinistro su un toro, mentre lo tiene fermo con la mano sinistra e con la destra gli infligge un coltello nel collo. Sono presenti ben quattro bestie: il cane, lo scorpione, il serpente, il corvo. Il culto di questa divinità fu portato in Romagna dai marinai del porto di Classe, proveniente dall’oriente, questo a riprova di quanto affermato; rimane il dubbio se esistesse un secello destinato a questo Dio[675]. Il bassorilievo è stato, nel 1975, depositato presso il museo arcivescovile di Ravenna. Esistono inoltre due capitelli posti sul muro interno della facciata, una piccola stele della seconda metà del II secolo, nella quale si può leggere l’iscrizione: «Faventinae, coniugi, in fronte pedes XXI; in agro pedes LX, locus libertorum». Ed ancora su un pilastro in una bifora del campanile: «Marci Noni Flaviani senioris»; il nome Nonio era molto conosciuto. Accanto alla pieve è posta un miliario romano, molto deteriorata attualmente ed ivi portata nella seconda metà del secolo scorso.

 

 

6.7 La pieve di San Pietro in Cerreto. (Scomparsa)

 

Il piviere di S. Pietro in Cerreto (Pieve Cerreto), da non confondersi con i pivieri omonimi delle vicine diocesi di Forlimpopoli e di Forlì, risulta scomparso già da tempo[676], ma la sua ubicazione è ancor oggi definibile nella località Pieve Cerreto, presso il Ponte del Cucco (quindi in una zona di qualche importanza itineraria). Secondo il Vasina[677], la pieve sorgeva probabilmente non lontano verso nord da una curtis (o castello) presumibilmente di derivazione monastica ravennate, detto di S. Giorgio, un tempo protetta da un castrum andato distrutto già prima del Mille[678], ma che nel tardo medioevo sarebbe divenuta l’insediamento più importante in questa circoscrizione minore. (Tav. XXVII). Un’area dunque di remoto insediamento ravennate, ma di difficile riacculturazione, dopo gli appoderamenti della centuriazione romana, per il ritorno di queste terre a condizioni silvestri e acquitrinose.

Il nome della località è stato forse dato[679] da una grande quantità di cerri (o querce) che arricchivano la vegetazione della zona. Oggi rimane il ricordo della pieve a livello topografico: esiste infatti una strada “via pieve di S. Pietro”, probabilmente proprio dove la pieve sorgeva (Figg. 1a e 1b).

Il piviere di S. Pietro confinava[680] probabilmente ad ovest con quello di Ronta, a nord con quello di Pisignano, ad est con il territorio e diocesi di Cervia, a sud con i plebati di S. Agata e di Ruffio e presentava una condizione per più aspetti analoga al piviere di S. Maria in Ronta[681]. A conferma di queste analogie con la vicina pieve di Ronta, va rilevato che in tale ambito distrettuale minore, a fronte di una patrimonialità non rilevante dell’episcopio-cattedrale cesenate, erano invece assai numerosi e densamente articolati possessi e proprietà fondiari e immobiliari degli enti ecclesiastici ravennati: oltreché il monastero di S. Apollinare Nuovo, la stessa chiesa arcivescovile, le abbazie di S. Andrea Maggiore, di S. Giovanni Evangelista, di S. Severo in Classe e della Canonica Portuense[682].

La sua prima attestazione risale al 973[683], in un documento dell’11 maggio viene ricordata così: «Pietro duca e Conte di Severo conte di Ravenna donano al Monastero di S. Apollinare Nuovo molti beni siti nel territorio di Cesena, nella pieve di S. Pietro in Cerreto»; nello stesso anno 973 l’arcivescovo ravennate Honesto, concede in enfiteusi diversi fondi, posti nella pieve di San Pietro in Cerreto e di Ronta. Non è possibile[684], a parte quindi questa testimonianza, affiancare e confrontare referenze cronologiche di diversa provenienza, ad es. quelle di natura archeologica o artistico-monumentale, data la totale e remota scomparsa dell’edificio di culto il cui pievato afferiva[685]. Il centro curtense di S. Giorgio, presso cui, come detto, doveva essere ubicata la nostra pieve, ebbe nel pieno Medioevo una qualche importanza perchè funzionò come tramite e punto di raccordo fra la nobiltà ravennate e il mondo cesenate nell’ambito di un piano di bonifica di queste terre: infatti proprio nello stesso 973 il ravennate Pietro, duca e conte di Severo, probabile ascendente della dinastia comitale cesenate, con il consenso del figlio Onesto, arcivescovo di Ravenna, concesse alla basilica di S. Apollinare Nuovo, per farne un cenobio secondo la regola benedettina, la «corte interna di S. Giorgio con fondi, casali e pertinenze»[686]. La battesimale di S. Pietro, diversamente dal piviere, viene ricordata raramente: forse una delle ultime volte in cui viene menzionata come appartenente alla diocesi di Cesena e ancora datata delle sue funzioni sacramentali si dà in occasione della composizione dei decimari papali nel 1290: Paga la decima «Dompnus Guido, prior plebis S. Petri in Cereto»[687]. Il 13 febbraio 1294[688] l’abate di S. Apollinare Nuovo concede terre nel territorio di Cesena, plebato di S. Pietro in Cerreto, ”in fundo Bagnoli”. Poi l’insediamento religioso, distinto da quello civile, dovette entrare in una inarrestabile fase di declino, mentre sopravvissero, anzi crebbero in vitalità, le cappelle dipendenti di S. Giorgio, S. Biagio di Bagnile e di Masera. Anzi la curtis poi villa S. Giorgii fu di nuovo sottoposta da parte dei Malatesti, nel corso del Quattrocento, ad un processo di incastellamento[689], ma non risulta censita nel 1371 dalla Descriptio Romandiole, forse perchè esente dal fisco pontificio.

Verso il 1520 la pieve sarà smembrata, quando saranno istituiti due fonti battesimali, a San Giorgio ed a Bagnile e già il 20 settembre 1574, don Stefano Moroni, chierico cesenate, promette di pagare l’annata alla Santa Sede per la Chiesa rurale dei Santi Michele e Andrea di Bagnile[690]. Sembra che in quest’ultima chiesa venisse trasferito il fonte battesimale di San Pietro in Cerreto ed ivi verrà fissata la parrocchia.

All’inizio del 1600[691], della pieve restava solo il ricordo. Il 10 giugno 1694 infatti[692] viene fatto parroco di S. Giorgio in Piano, vacante per la morte di D. Ubertino Ubertini, avvenuta il 13 maggio, D. Domenico Antonio Bruni, ma la pieve di S. Pietro non viene neppure più menzionata. Nei primi anni del 1900 era menzionato[693] ancora un piccolo oratorio sorto in suo luogo; aveva una campana appesa ai rami di un gelso.

 

 

6.8 La pieve di Sant’Agata. (Scomparsa)

 

La pieve di S. Agata, così come quella di S. Pietro in Cerreto, risulta scomparsa. Nonostante le ricerche degli ultimi anni[694] e che sia stato esaminato e registrato materiale documentario inedito riguardante in particolare contratti agrari, le fonti che si riferiscono alla pieve sono molto scarse e documentate solo dopo il Mille, per la precisione nel 1155[695]; successive prime attestazioni risalgono al 1175 e al 1186[696], quando i vescovi di Cesena confermarono ai canonici della Cattedrale vari beni tra cui alcuni possedimenti, ubicati nel pievato. Non si può escludere che la pieve sia sorta in precedenza, nonostante manchino a prova di ciò le testimonianze documentarie ed archeologiche: la chiesa di S. Agata non si è conservata infatti, sia per la decadenza del centro plebano che avvenne ancora in età medioevale, sia per le condizioni del terreno. Come più volte accennato, siamo alla destra del Pisciatello, nell’area dell’antica centuriazione romana; il popolamento doveva essere abbastanza rilevante nelle vicinanze della via Emilia, ma di una certa difficoltà a causa delle vicende morfologiche del terreno: alluvioni frequenti e spostamenti del Pisciatello si verificarono infatti per tutto il Medioevo. A questo proposito è necessario sottolineare come il Pisciatello abbia cambiato il suo corso più d’una volta: si chiamava Pissatellus vetus il tratto dell’alveo che prima del Mille percorreva un tratto della odierna strada statale Cesena-Cesenatico, per gettarsi, dopo qualche centinaia di metri nella Mesola, questo percorso potrebbe essere oggi individuato nella vicinale Rubicone di S. Pietro e nello scolo del Fossatore[697]; dopo un nuovo processo climatico negativo dell’XI-XII secolo, il Pisciatello riprese il percorso romano fino a Bagnarola per poi aprirsi un nuovo alveo più a sud in direzione di Ponte Rosso e via Canale di Bonificazione, nei documenti questo Pisciatello è detto Pissatellus novum[698]. L’antico nome della località in cui sorgeva la pieve era Le Vanziglie (o meglio[699] Valles Vencigliarum), usata in epoca posteriore in riferimento al sito dove sorse il castello del Pisciatello, era dovuto alla crescita di giunchi e canne palustri, nome che si riportava ai mazzi di rami di salice, che servivano per legare fasci e fare ceste[700]. Un traccia di questa caratteristica rimane nel toponimo di Cannucceto, località nelle vicinanze di Cesenatico. I fondi confinari alla pieve erano il Corisolo e il Noceto che facevano parte del territorio di Bulgaria: esse costituivano le estreme propaggini di una grande selva; sempre a questi luoghi fa riferimento il Codice Bavaro[701] nell’attestare una Silva S. Agathe[702]. Detta selva figurava come elemento di confine d’una terra e selva detta di S. Teodoro, che un certo Tepaldo di Leone del duca Urso chiede di ottenere in enfiteusi (unitamente ad altre terre), dal Vescovo di Ravenna[703]. Ad est la zona boschiva si diradava per lasciare posto ad un terreno paludoso con acquitrini e stagni. Il fondo Sallachone potrebbe essere stato in questa zona, se si fa derivare il suo nome da Sala, acquitrinoso[704]. La pieve doveva sorgere in quella località che dal 1800 si chiama Macerone, cioè grande macero, mentre precedentemente si chiamava Venziglie nuove. L’ubicazione della pieve nella zona compresa[705] tra Ruffio e Macerone appunto, assieme all’identificazione della circoscrizione plebana sono rese possibili grazie ad un importante indicazione topografica, il locus castri Pissatelli e il fundus castri Pissatelli Vecli[706], unitamente a pochi altri toponimi. (Tav. XXVIII e Tav. XXIX). Compare[707] quindi a partire dal 1037 un castrum Pissatelli, con tutta probabilità una torre inserita o circondata da una cinta muraria, eretta a difesa di un luogo sopraelevato rispetto alle acque circostanti su cui era stata impiantata una curtis. Questa interpretazione si è ulteriormente confermata verificando che nell’elenco riassuntivo delle pievi delle diocesi cesenate[708] viene seguito un criterio di ordine topografico. Infatti, partendo dal confine con la diocesi di Rimini si elencano prima le località plebane ad est della città, poi quelle collinari a sud ed infine i centri situati a nord, in pianura: S. Agata viene menzionata per ultima dopo la pieve di S. Pietro in Cerreto. Un altro elenco di conferma è fornito dall’odierna toponomastica: nella zona indicata come possibile ubicazione della pieve l’agiotoponimo plebano è conservato nella denominazione “S. Agà”, con cui sono designati una via e un vicolo in prossimità della località di Gattolino (Fig. 1 e Tav. XXX)

 

L’edificio era intitolato a S. Agata, martire catanese[709]. Anche di questo culto di origine siciliana, ma che apparteneva alla chiesa di Ravenna già nel V secolo, non rimane più traccia. Infatti non esistono nella zona indicata, chiese parrocchiali né altri edifici di culto con tale dedicazione. Anche la remota dedicazione lascerebbe intendere[710] quindi che la chiesa avesse presenza funzionale in tempi molto precoci e prematuramente, rispetto alle vicine plebane, dovette essere il suo declino. Tuttavia la sua presenza di battesimale appartenente alla diocesi cesenate risulta ancora registrata nei decimari papali di fine duecento e primi Trecento[711]: la pieve nella persona dell’arciprete Guido, versa regolarmente le decime negli anni 1290-3. Come tutte le pievi, anche S. Agata doveva avere delle cappelle dipendenti[712], di cui però conosciamo pochissimo: non ne risultano dal decimario della fine del XII secolo, ne compaiono due nel corso del XV secolo: l’una a Gattolino[713] e l’altra a Redichiaro[714]. In seguito decade fino a scomparire: alla fine del Trecento non risulta per S. Agata alcuna forma di insediamento, nel territorio si erano invece costituiti altri centri abitativi tra i quali le ville di Bagnarola e Gattolino con la rispettiva popolazione di 21 fuochi e 19 fuochi. L’ultima testimonianza relativa alla pieve sembra risalire al 1414, allorché la stessa figura nella lista delle chiese soggette ai tributi per la ricostruzione delle mura di Cesena, provvedimento per il quale Andrea Malatesti aveva richiesto ed ottenuto dal papa anche il concorso degli ecclesiastici[715]. Quel che sorprende è che pagò la decima l’abate di S. Maria del Monte, il che porta a pensare che la pieve di S. Agata fosse in qualche modo dipendente dall’abbazia benedettina[716]. Nel piviere di S. Agata, che confinava quindi a nord con quello di S. Pietro in Cerreto e con la diocesi di Cervia, a sud con la diocesi riminese e con il plebato di S. Giovanni in Ruffio e ad ovest con quelli urbano e di S. Maria in Ronta, si estendevano in misura non rilevante i beni della chiesa arcivescovile ravennate, di S. Apollinare Nuovo e della Canonica Portuense; ma si addensavano diffusamente possessi, diritti giurisdizionali e patrimoniali delle chiese cesenati: episcopio, capitolo della cattedrale, canonica di S. Croce e infine soprattutto, come già visto, la Badia Benedettina di S. Maria del Monte[717].

 

 

6.9 La pieve dei Ss. Andrea e Giovanni in Ruffio. (Tav. I)

 

In un’area non meno selvosa e paludosa, a sud est di S. Agata era localizzabile il piviere di Ruffio che faceva capo alla battesimale dedicata ai Ss. Giovanni e Andrea (nel Medioevo è prevalente il titolo di S. Giovanni, mentre in età moderna sempre in riferimento allo stesso edificio di culto, diviene di uso pressochè esclusivo il titolo di S. Andrea)[718]. Scarsa è la documentazione scritta che la riguarda, mentre dall’edificio superstite, ampiamente rimaneggiato nei secoli, non si ricavano tracce significative di ordine archeologico e artistico-monumentale utili per ricostruire la tipologia funzionale specifica della chiesa e la relativa cronologia[719] (Fig. 1). In particolare radicale è stato l’ultimo restauro: la chiesa agli inizi del Novecento aveva il campanile pericolante e la canonica che faceva acqua da tutte le parti; nel 1915 venne addirittura chiesta la chiusura[720]. Nel 1916 così iniziarono i lavori di ricostruzione, durante i quali vennero modificati progetti della chiesa invertendo l’abside con la facciata e ampliando l’edificio (Tav. XXXI).

Il piviere, sin dalla prima attestazione scritta superstite di provenienza ravennate, risulta appartenere costantemente al territorio civile di Cesena: se ne ha notizia per la prima volta del piviere nel 1039[721], ma doveva essere di estensione ridotta, schiacciato come sembrava, tra il Pisciatello e confinante del territorio riminese (a nord-est dal piviere di S. Agata, a sud-est dal plebato di S. Maria in Bulgaria e poi a sud-ovest dalla circoscrizione parrocchiale di S. Pietro in Strada). Nell’impossibilità di definire le origini di questa battesimale, ci si limiterà ad osservare che la valorizzazione del sito di Ruffio, dove era ubicato l’edificio di culto di S. Giovanni (Battista?), fu promossa con ogni probabilità dalla concessione dell’attigua Massa Ruffiensis che l’imperatore Corrado II aveva fatto nel 1037 al monastero di S. Apollinare in Classe[722]; di qui l’avvio di un’opera di bonifica, di cui la carta del 1039 potrebbe costituire la prima o una delle prime testimonianze. Ma già nel secolo XII alla colonizzazione di matrice ravennate dovette affiancarsi con crescente intensità quella cesenate promossa dalle principali chiese cittadine. Come per molte altre chiese plebane, anche per quella di Ruffio la sicura appartenenza alla diocesi di Cesena risulta attestata solo dai decimari papali degli anni 1290-92[723]. Modeste dovettero essere le fortune di S. Giovanni fra il Tardo Medioevo e l’età moderna: risulta fra l’altro che abbia perduto temporaneamente anche le sue funzioni plebane, mentre le fonti scritte non attestano esplicitamente l’esistenza di cappelle dipendenti. Ciò sembra doversi ricondurre[724] non solo allo scarso sviluppo territoriale del piviere, ma pure al fatto che la battesimale si trovò a condividere le sorti di un piccolo centro rurale come Ruffio, incapace nella sua scarsa vitalità di decollare, se ancora nel 1371 viene ricordato come villa nella Descriptio Romandiole, con ben pochi contribuenti[725].

Nell’ambito del suo distretto, se in un primo momento sembravano rilevanti le posizioni patrimoniali della Canonica Portuense del monastero di S. Apollinare in Classe e di S. Giorgio di Ravenna, a partire invece dal 1155 emersero e vi si diffusero possessi e diritti (patrimoniali ed ecclesiastici) dell’episcopio cesenate e delle canoniche della cattedrale e di S. Croce[726].

 

 

6.10 La pieve di Santa Maria in Bulgaria. (Tav. I)

 

Considerazioni per più aspetti analoghe a quelle fatte per il piviere e la chiesa di Ruffio, possono essere fatte pure per il vicino plebato e la battesimale di afferenza dedicata a S. Maria e a S. Biagio in Bulgaria (come si vedrà di seguito il primo titolo risulta di uso pressochè esclusivo nel corso del medioevo; il secondo invece in età medioevale, fino al presente).[727]

Le fonti in nostro possesso rimangono scarse e di tarda epoca: il primo documento che riguarda la pieve risale infatti al 1136[728]; non è da escludere che sia sorta in precedenza, anche in rapporto alla storia così particolare del territorio della pieve. In passato si sono presentati alcuni dubbi per quanto riguarda l’agiotoponimo: la pieve venne indicata sulla base delle ricerche del Burchi[729], come intitolata a S. Biagio che, invece, costituisce la dedicazione attuale. In verità[730] nei contratti di tipo agrario la pieve e il suo distretto sono menzionati con il solo toponimo, mentre nei privilegi vescovili del 1155, 1175 e del 1186 si parla di una pieve di S. Maria in Bulgaria[731] da attribuire alla diocesi cesenate (Tav. XXXII). Il primo nucleo territoriale che fa riferimento ad una parte della circoscrizione plebana determinatasi in seguito, è costituito da una terra Bulgarorum appartenente ai territori di Cesena e Rimini ed elencata fra i possedimenti arcivescovili a partire dal VII secolo nel Codex Traditionum ecclesiae ravennatensis[732]. Questa è la prima testimonianza della presenza della chiesa ravennate in questi luoghi, confinanti con i possedimenti della chiesa romana. La denominazione di tale proprietà potrebbe far pensare al ripopolamento avvenuto nel VII secolo, nelle campagne dell’Esarcato e della Pentapoli, per opera di gruppi di immigrati, in questo caso Bulgari[733]. Verso la fine del VI secolo infatti, la struttura economica e sociale dell’Esarcato era alquanto cambiata sia in seguito all’invasione Longobarda che al declino demografico dovuto alle guerre, alle carestie, alla peste, alle inondazioni, e

ad altre sciagure naturali[734]; l’espansione longobarda aveva causato un’ondata di profughi che erano passati nell’Esarcato, principalmente nelle città, cambiata era anche in parte la struttura della grande proprietà in seguito al passaggio dalla produzione agricola alla pastorizia e la politica difensiva bizantina aveva portato alla formazione di un ceto di piccoli e medi proprietari tenuti al servizio militare. La situazione demografica migliorò però nel VII e nell’VIII secolo non solo in seguito allo sviluppo interno, ma anche grazie all’immigrazione di elementi orientali relativamente benestanti e all’insediamento di gruppi di Slavi, Avari e Bulgari nell’Esarcato e nella Pentapoli[735]. È anche probabile però che questi costituissero una presenza militare, in una zona confinaria al servizio dei Bizantini impegnati nella lotta contro i Longobardi[736]. Di tali insediamenti rimane traccia nel toponimo Bulgaria, ricordato come tale nel 1001[737] e come toponimo plebano a distanza di più di un secolo, nel 1136[738]: questa popolazione, come ricorda il Burchi[739] introducendo S. Biagio, scese in Italia nel 568, occupando terre che presero il nome da loro. Nella tarda primavera di quell’anno infatti, i Longobardi, condotti da re Alboino, abbandonarono le loro sedi in Pannonia, e attraverso i valichi delle Alpi orientali invasero l’Italia. Già in questo primo momento è possibile osservare come, oltre ai Longobardi, giunsero in Italia anche altre forze[740]: l’esercito con cui il re Alboino mosse dalla Pannonia non si componeva infatti esclusivamente di Longobardi. Alboino stesso sembrerebbe avere chiamato in aiuto i Sassoni, che gli avrebbero inviato un contingente di oltre 20000 uomini, ma anche Gepidi, Bulgari, Sarmati e Svevi erano ampiamente rappresentati nell’esercito longobardo[741]. Sempre nell’XI e XII secolo appaiono i toponimi Bulgaria nova[742] e Bulgaria vetula[743]. I territori posti nella pieve di Bulgaria unitamente a località situate nei contigui pievati di Ruffio e S. Agata furono oggetto di numerose concessioni imperiali e papali in favore del Monastero di S. Apollinare in Classe. Fin dal 1001 (il documento ricorda che era il 26 aprile), Ottone III cedette tutti i diritti regali su Castaneto, Bulgaria e Branchise[744], concessione rinnovata pochi anni dopo, nel 1009 da Enrico II[745] e da Corrado II nel 1037[746].

Probabilmente la pieve aveva delle chiese succursali in territorio riminese, essendo posta sul confine orientale, ma non si hanno notizie precise di dipendenze. Poteva essere soggetta alla chiesa di S. Egidio del Bosco, ricordata nel 1098[747] e ubicate nell’odierna Gambettola, come pure la chiesa di S. Giovanni in Bulgaria Nuova[748]. L’intero pievato confinava a nord e a nord-est con il pievato di S. Agata e con la diocesi di Rimini, più precisamente con i pievati di S. Pietro in Compito e di S. Angelo in Salute, ad ovest e nord-ovest con il pievato di Ruffio, a sud non oltrepassava la via Emilia, oltre la quale vi era il plebato del Rubicone. Gli insediamenti di tipo civile assunsero la tipologia della villa, come viene menzionata nel 1371 nella Descriptio Romandiole, con un numero non elevato di residenti-contribuenrti[749].

Nell’anno 1387 Bulgaria è devastata dalle milizie del duca di Milano, ed è molto probabile che la pieve fosse danneggiata: venne così ricostruita con il titolo di S. Biagio. Nel 1785, secondo il Rosetti[750], fu demolita la chiesa antica e ne fu costruita una nuova a navata unica, con due cappelle; durante l’ultimo conflitto mondiale, nell’ottobre del 1944, la pieve subì molti danni, il tetto ed la torre campanaria crollarono [751]; la pieve venne successivamente ricostruita e risulta così spoglia di tutti quegli elementi artistico monumentali che l’avevano caratterizzata nell’età di mezzo[752].

La pieve, che si presenta infatti interamente rifatta già dalla facciata (Figg. 1a e 1b), è a navata unica. Lungo i due lati (Figg. 2a e 2b) della chiesa sono presenti rispettivamente due cappelle; sopra le cappelle sono presenti due ampie finestre, oggi adorne con vetrate. L’antica abside è stata eliminata. Oggi la parete est si presenta con un muro continuo moderno, che reca però traccia di un arcone che verosimilmente era quello trionfale (Figg. 3a, 3b, 3c). Internamente invece è stata rifatta un’abside semicircolare moderna (Fig. 4).

 


 

 

 


CAPITOLO 7

 

 

Le pievi della fascia collinare.

 

Dai pivieri e dalle battesimali di pianura si procede ora a considerare, a sud della via Emilia, i plebati e le pievi della fascia collinare.

 

 

7.1 La pieve di S. Maria / S. Martino in Calisese. (Tav. I)

 

In un itinerario a raggiera attorno a Cesena, la prima distrettuazione minore che si incontra[753] è costituita dal pleberium di S. Martino in Rubigone, dal corso fluviale del Rubigo, oggi Pisciatello, che scorreva nelle sue vicinanze e ne attraversa va il territorio, presidiato già per tempo, data la sua importanza strategica sul confine fra i territori civili di Cesena e Rimini, da alcuni centri fortificati. La chiesa non presenta, come potrebbe sembrare, una doppia dedicazione, ma, come si approfondirà in seguito, era dedicata a S. Martino fino al Quattrocento.

Il piviere di Rubicone-Calisese, che si estendeva notevolmente a sud della via Emilia[754], confinava a nord con quello di S. Maria in Bulgaria, ad est con il territorio civile e con la diocesi di Rimini (plebati di S. Pietro e S. Giovanni in Compito e verso sud-est con il distretto di S. Paola di Roncofreddo), a sud con il piviere di S. Maria di Montereale ed ovest con quelli di S. Tommaso a Paderno e della Cattedrale; nel suo ambito spaziale la proprietà delle chiese ravennati (e soprattutto quella degli arcivescovi e del monastero di S. Apollinare Nuovo) coesisteva con possessi e diritti dell’episcopio e del capitolo canonicale della Cattedrale di Cesena[755]. La pieve, oggi come ieri, dimostra che Calisese è il punto nodale tra la vallata e la pianura alluvionale del Rubicone[756].

La prima testimonianza scritta dell’esistenza del piviere è costituita da una carta ravennate risalente al 963[757]; la battesimale di riferimento di S. Martino, pur avendo subito molteplici rifacimenti, non solo conserva matrici stilistiche e monumentali di influsso ravennate e ci offre indici cronologici che si allineano sul x sec. con quelli ricavati dalle più antiche fonti scritte, ma pure ci accerta della maggiore antichità e della notevole durata della sua presenza funzionale-sacramentale misurabile dal VII all’XI sec.[758]

Il realtà il monastero di S. Apollinare di Ravenna già dal 744-69 era proprietario di molti terreni della valle del Rubicone. Un documento[759], risalente appunto al 744-769, riporta una concessione fatta dall’arcivescovo Sergio di Ravenna che dà in enfiteusi i fondi Alfiano, Serbagliano e Capriglia, confinanti con i fondi Sidiciano, Cella Mariana, Asigliano e il fiume Rubicone (« et fluvio Rubigone»), nel territorio di Cesena[760]. In una pergamena del 7 settembre 1042[761] viene nuovamente ricordata la nostra pieve a proposito di una vendita di terre nei fondi Alfiano e Capriglia, nel territorio di Cesena, Pieve di S. Martino in Rubicone («territorio cesinate, plebe S. Martini q. v. in Robigone»).

La circoscrizione di S. Martino aveva un’indubbia rilevanza strategica, ponendosi nel medio corso del Rubicone (e significativo è a questo riguardo l’antico toponimo plebano) come fascia confinaria tra Esarcato e Pentapoli e area di penetrazione oltre al linea fluviale nel terreno municipale riminese[762]; funzioni che questo piviere dovette esercitare già nell’alto medioevo a presidio fra l’altro dei patrimoni e diritti della chiesa ravennate che si erano addensati da tempi assai lontani, come sembrerebbe essere testimoniato anche dalla relativa antichità della prima attestazione nel piviere di beni arcivescovile soprattutto dalle superstiti strutture artistico-monumentali della plebana che ci richiamano ad una costante influenza architettonica ravennate tra VII e XI secolo[763]. Il plebato sarà menzionato nei secoli posteriori al Mille senza vistose soluzioni di continuità ed assieme alla battesimale figurerà poi in un rapporto istituzionale e sociale sempre più stretto con il mondo cittadino cesenate. Come altre pievi vicine, l’appartenenza di S. Martino alla diocesi di Cesena troverà esplicita conferma nei decimali papali degli a.a. 1290-92[764]. Poi per l’antica chiesa dovette iniziare una lunga fase di declino, a seguito anche della fatiscenza delle strutture murarie. Particolarmente significativo dell’importanza militare di questo distretto fu anche l’addensarvisi di vari castelli: Sorrivoli, Casalecchio, Flaibano, Diolaguardia e Montecrepato, tutti dipendenti, per rinnovati riconoscimenti sovrani, dalla chiesa ravennate[765], mentre le rispettive chiese risultavano cappelle succursali della plebana di S. Martino. Il centro Calisidium (Calisese distinto dal luogo detto Rubicone), nei pressi era ubicata la battesimale, venne incastellato: come tale figura dal XII secolo; anche se più tardi, nella Descriptio Romandiole, appare semplicemente come villa, con oltre 260[766].

Questo territorio dovette essere teatro di confronto fra Bizantini e Langobardi ed anche fra la chiesa romana e chiesa ravennate[767]. Forse già nell’età comunale gravitò costantemente sulla città di Cesena, contribuendo a formare il nerbo dell’aristocrazia vescovile e poi comunale con l’episcopio e con il capitolo della cattedrale che avevano possessi e diritti nel suo piviere[768]. Solo presumibilmente agli inizi del Cinquecento la battesimale sorse a nuova vita a seguito di una ristrutturazione edilizia; per l’occasione ragioni contingenti di ordine culturale furono alla base di un radicale mutamento della toponomastica plebana: infatti la dedicazione a S. Martino fu convertita in quella di S. Maria e il toponimo Rubicone (ormai non più attuale) fu sostituito da quello dell’adiacente località di Calisese (il castrum Callisidii) che più di prima aveva funzionato come centro di attrazione della battesimale[769].

 

La pieve si presenta oggi a tre navate (Fig. 1), anche se esiste una tradizione[770] non suffragata per cui la pieve primitiva avesse due navate: quella centrale e quella nord, mentre una terza navata serviva infatti ad uso di abitazione[771] (Tav. XXXIII). Questa odierna tripartizione è evidenziata, nella facciata, dalla presenza (Fig. 2) di due lesene uguali e sporgenti, poste a destra e a sinistra del portale. La facciata è stata chiaramente rifatta nel corso dei vari restauri, in particolare nel 1934. Essa presenta, sopra la lunetta del portale che rappresenta S. Martino, una apertura circolare. Nelle navatelle (Figg. 3a e 3b) ci sono tracce evidenti di frammenti di arcate, ad un’altezza inferiore dell’attuale portale. Sotto la copertura del tetto è presente lungo tutta la facciata un motivo decorativo in cotto. Il lato meridionale (Fig. 4) della pieve presenta altre due lesene (oltre a quella della facciata e della testata piatta): tutto il fianco risulta così diviso in tre parte uguali, in ognuna delle quali è presente una monofora. Nella parte vicino alla facciata, poco dopo la lesena è presente una porta laterale, oggi murata, mentre ancora aperto ed utilizzato è il portale presente nella terza parte di questa fiancata. Sotto la copertura del tetto, sia in corrispondenza della navata laterale destra, sia della navata centrale, è presente il motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. Tutta la parete meridionale è costellata di mattoni che, soprattutto attorno al portale chiuso, sono differenti dal quelli del resto della parete. Le due navate minori terminano con due vani trasversali, che sporgono dal perimetro della chiesa e che si collegano ai pastophoria dell’edilizia sacra ravennate. Il vano di destra (Fig. 5a) oggi, a seguito dei restauri del 1934, funge da cripta (Fig. 20) cui si accede tramite una scala; in questo vano, illuminato da due piccole monofore (chiuse da lastre in alabastro) che si aprono, una verso il lato meridionale della pieve, l’altra dalla parte dell’abside (sempre in questo lato era presente un’altra monofora ora chiusa) si apre anche la porta per la torre campanaria. Il vano di sinistra oggi risulta utilizzato come sacrestia e vi si accede solo dal presbiterio. Nella parte est (Fig. 8) tale ambiente è illuminato da due monofore. Alla base di questo vano (Figg. 9a e 9b), nel lato nord, è evidente la presenza di un arco: rimane però visibile solo la parte più alta (il frammento è alto m 1,93 e sporge di circa m 0,20). Sotto la copertura del tetto è presente il motivo decorativo a mensoline doppie con sostegni. La torre campanaria, quadrata, si imposta su una base rotonda che risulta essere sicuramente la parte più antica e che farebbe pensare che il primitivo stile fosse ravennate[772], mentre la parte superiore presenta in ogni facciata una lesena centrale.

Il lato nord è suddiviso in tre parti da quattro lesene, ed in ognuna della quali è presente una monofora (Fig. 7). Attorno a queste finestre risultano inoltre tracce di numerosi rimaneggiamenti dovuti ai restauri susseguitesi nei secoli. Anche sotto la copertura del tetto del fianco settentrionale, sia in corrispondenza della navata laterale sia della centrale, è presente un motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. Sotto la copertura del tetto sono invece presenti come motivo ornamentale mensoline doppie con sostegni.

La pieve ha, come tutte le antiche chiese ravennati, l’abside rivolta ad est. (Figg. 8 e 11) Essa è esternamente poligonale, mentre come si vedrà inseguito internamente è semicircolare ed è illuminata da due sole monofore poste nella parte più laterale dell’abside. Sotto la copertura del tetto, esternamente, è presente il motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. Nel timpano est, in corrispondenza della navata centrale è presente una piccolissima monofora.

Internamente la chiesa è divisa in tre navate (Fig. 12) da due arcate composte ognuna da due pilastri a forma di T (Figg. 13a, 13b, 13c).

La zona del presbiterio risulta oggi sopraelevata di due gradini e preceduta da un arco trionfale a sesto acuto che la mette in comunicazione con la navata (Fig. 14).

Come è già stato detto, l’abside è internamente semicircolare, con la volta di raccordo con spicchi impostati su otto archetti ogivali ed illuminata da due monofore, dichiaratamente di età gotica.

La navata di sinistra termina (Fig. 12) non a testa piana, ma con un vano che oggi è adibito a sacrestia. Non ci sono però porte o varchi di collegamento tra la navata e questo ambiente, cui si accede quindi solo da una porta aperta nel presbiterio. La navata destra termina invece con un ambiente a quota inferiore considerato come cripta (Fig. 15).

Sempre nella zona del presbiterio sia a sinistra che a destra sono presenti tracce di due archi che hanno inizio a circa m 1 da terra. Sotto a questi archetti sono presenti due finestrelle che collegano con la sacrestia a sinistra e con la cripta a destra (Figg. 16a, 16b). Una ulteriore traccia di arcata è presente in fondo alla chiesa, accanto alla finestrella aperta nella navata destra, vicino al portale (Fig. 17).

La copertura della chiesa risulta a capriata nella navata centrale (Fig. 18) e a falde su un sistema di travi semplici in quelle laterali. Infine sempre nella navata centrale, sopra le arcate sono presenti della finestrelle (quattro per ogni lato) “aperte” sulle navate laterali (Fig. 19). Sempre in questa navata è presente nel timpano di chiusura un’altra finestrella, perfettamente in asse con l’abside e rivolta quinti ad oriente.

La cripta è stata completamente restaurata e riportata a luogo di preghiera dopo degli ultimi restauri, conclusi nel novembre 1999. Essa (Fig. 20) risulta suddivisa in due parti (Figg. 21a, 21b, 21c) dalla presenza di un massiccio pilastro (Fig. 22) (la parte costituita da mattone a vista è alta circa m 1,50) che diviene anche un raccordo per le arcate che costituiscono il soffitto della cripta. Il primo vano, collegato al presbiterio dalla finestrella, oggi presenta un piccolo altare a parete su cui è stato posto il tabernacolo: proprio in questa parete era presente la piccola monofora oggi murata, visibile nella parte est (Fig. 8). La seconda parte della cripta è quasi una zona di passaggio ed è collegata tramite una porta alla torre campanaria. È illuminata dalle due finestrelle chiuse da lastre in alabastro (Fig. 23 rivolta ad est e Fig. 24 si affaccia sul fianco meridionale della pieve; esternamente Figg. 5, 5a e 8).

Proprio in cripta, al termine dei restauri, sarà posta, sopra l’altare, l’antica icona della Vergine Galaktotrophousa, cui i fedeli sono particolarmente legati. Secondo la tradizione infatti nel 1470 nella pieve di S. Martino sul Rubicone la Madonna dipinta sulla tempera si mise a lacrimare, e in quel momento “la madonnina cominciò ad operare infiniti miraculi”[773]; per rendere onore alla Vergine da fu proprio in questa occasione che verrà cambiato il nome della dedicazione della chiesa da S. Martino a Santa Maria.

L’anno 1470 potrebbe costituire[774] un termine “ante quem” per la realizzazione della tavola che potrebbe essere assegnata alla prima metà del XV secolo ed attribuita alla mano di un artista locale. La tavola, a fondo aureo, presenta la Vergine secondo la tipologia della Galaktotrophousa. L’opera fu restaurata nel 1974 a cura della Sovrintendenza alle Gallerie di Bologna per riparare le scalfitture apportate alla parte inferiore di essa a seguito di un furto di cui fu oggetto nel 1973[775]. Dopo il 1974 sono state sostituite anche le corone applicate ai capi della Vergine e del Bambino e la catenina al collo della Vergine asportata durante il furto. Ora è in corso il restauro della cornice della tavola.

Come è già stato più volte accennato, la pieve ha subito nel corso dei secoli numerosi rimaneggiamenti ben esemplificati, tra l’altro, dalle linee gotiche della zona absidale. Secondo quanto riporta il Tabanelli[776] “nel 1576 la pieve aveva tre altari la sua facciata presentava una porta ad arco; nel 1471 erano presenti alcune pitture, ricordate in numero di tre nel 1541. L’abside presentava all’esterno 8 lati, ed era all’interno dipinto con angeli, santi e misteri della Vergine”. “Il campanile, sempre secondo il Tabanelli[777], aveva un piede rotondo con 6 teste; il resto era quadrato a 4 teste. Il suo coperto era a volta. Nel 1600 la chiesa fu portata a 3 navate; furono ampliate le finestre dell’abside e chiuse le piccole finestre del battistero[778]. Nel 1934 vennero fatti ampi restauri: il piano della chiesa venne sopraelevato, fu rifatto il tetto a capriate, furono sostituite le finestre dell’abside, ad imitazione di quelle originali; fu riaperta l’antica cripta”.

Come già detto si sono da poco conclusi gli ultimi lavori di restauro in seguito ai quali è stato rifatto il pavimento (sotto al quale è stato inserito un nuovo impianti di riscaldamento) e risistemato l’ambiante definito erroneamente cripta.

Durante questi lavori di restauro sono state compiute accurate indagini per “ritrovare” la spada che, secondo una leggenda che da secoli si tramanda tra gli abitanti di Calisese, appartenne a Giulio Cesare che nel 49 a.C., disubbidendo al Senato, oltrepassò il Rubicone. Nonostante l’esito negativo di queste ricerche, sembra però non essere diminuito il fascino di questo leggendario racconto.

 

 


7.2 La pieve di San Tommaso a Paterno o in Domnicalia.
(Tav. I)

 

Il distretto plebato di S. Tommaso Apostolo si estendeva sulle prime propaggini collinari adiacenti alla città e fertili di cereali, vigneti ed alberi da frutta; il piviere sorgeva quindi lungo percorsi che, procedendo dalla pianura romagnola, collegavano tra loro i centri plebani fino ad attraversare il Sarsinate e scollinare nel versante toscano[779]. Il piviere di S. Tommaso o Tomaso apostolo, veniva detto in Monte Paterno o in Domnicalia, con riferimento alle condizioni orografiche ed idrografiche del sito della battesimale[780] ed era confinante ad est con il piviere di S. Martino in Rubigone, a sud con quello di Montereale, a nord-ovest con il corso del Savio e l’area della pertinenza della cattedrale urbana e a nord-est con al via Emilia.

Il distretto di S. Tommaso è ricordato nelle fonti scritte, soprattutto dalle carte ecclesiastiche ravennati a partire almeno dal 929[781], anche se, come ricorda il Burchi[782], già nel 715-31, Gregorio II affitta a Costantina il fondo Sagliano, sito nel territorio cesenate “ad montem q. v. Lucati, ex corpore patrimonii ravennatis iuris romanae ecclesiae[783]”. Infatti il distretto non annoverava centri di appartenente rilevanza demico-insediativa[784], se si esclude forse il castello Saiano (il nostro “fundo Sagliano”), ma più modeste posizioni di guardia a ridosso della città: queste, come Celincordia[785], sorvegliano i traffico lungo le dorsali collinari che, mettendo in comunicazione il nostro centro con l’alto Cesenate, venivano a costruirne, come del resto il corso del Cesuola, dei veri cordoni ombelicali.

Tale distretto risulta testimoniato quasi senza soluzioni di continuità fino al Trecento e persino oltre. Diverso è invece lo stato di documentazione dell’insediamento battesimale di S. Tommaso, ubicato in un’area che va restituendo reperti archeologici di alta antichità[786]: l’edificio di culto è pervenuto a noi dopo che la sua facies primitiva è stata pressochè obliterata da ripetute distruzioni e restauri radicali anche recenti e pertanto non conserva tracce significative e consistenti di una sua presenza funzionale in senso specificatamente sacramentale nel corso del Medioevo[787]. Il sito e i dintorni, come già detto, rappresentarono a lungo un’area di addensamento fondiario e di sviluppo di culture cerealicole e viticole degli arcivescovi della capitale esarcale, che facevano capo a centri aziendali agricoli (domnicalia)[788]. La chiesa di s. Tommaso, rimasta forse isolata dal contesto edilizi e abitativo della omonima, risulta aver intensificato i suoi rapporti con il mondo cittadino e in particolare l’episcopio e la cattedrale di Cesena almeno dal XII sec.: nei decimari pontifici degli a.a. 1290-1292 è confermata la sua appartenenza alla diocesi cesenate[789], quasi a conclusione di un processo che vede il locale clero plebato in un rapporto sempre più stretto con gli ambienti episcopali della città[790]. Non sembra[791] che l’insediamento plebano sia stato mai soggetto al processo di incastellamento, ma la comunità locale, articolata nelle ville di S. Thomè, di Paderno e Donigaglia, manteneva ancora una vitalità demica complessivamente non trascurabile nella Descriptio Romandiole del 1371[792]. Centri minori di questo distretto, come Sajano, Celincordia e Donigaglia, si caratterizzarono[793] nel tardo Medioevo come cappelle dipendenti da S. Tommaso per rivendicare poi una loro autonomia sacramentale come parrocchie. In questo piviere si intersecano in profondità i patrimoni della chiesa arcivescovile ravennate, dei monasteri di S. Maria in Palazzolo, S. Vitale e di S. Severo, e i beni e diritti dell’episcopio e della cattedrale di Cesena[794].

 

Oggi la pieve di S. Tommaso è un edificio di culto che ha perduto per una lunga serie di distruzioni e rifacimenti buona parte delle caratteristiche strutturali primitive e comunque medioevali, in particolare, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati fatti lavori di ricostruzione e di restauro; inoltre accanto alla chiesa, sia nel lato destro, sia sinistro, sono stati costruiti due edifici che hanno in parte contribuito a modificare ulteriormente la struttura originaria della pieve. Essa inoltre, a differenza di quanto è stato possibile notare riguardo le pievi nel territorio pianeggiante, è attorniata da numerosi grandi alberi ed è isolata dalle case abitate della zona; essendo posta in collina, si giunge alla pieve dopo un breve tratto in salita e si accede al portale d’ingresso salendo otto gradini.

La pieve si presenta a tre navate, volta ad oriente, e la sua facciata è stata completamente rifatta (Fig. 1) (Tav. XXXIV). La navata centrale, che aggetta rispetto all’allineamento delle laterali, presenta al centro il portale, sormontato da un timpano; sopra il portale sono presenti tre monofore; sempre in facciata anche le navate laterali presentano ciascuna una monofora. Il lato sud al quale, come è già stato detto, è stata collegato un edificio, ha due monofore, in particolare la seconda non risulta dalle foto perché completamente adombrata dall’edificio accanto. Non sono presenti lesene, se non quella della facciata. Sotto la copertura del tetto è presente un motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. Sempre nel lato meridionale, la parte relativa alla navata centrale presenta tre monofore e il motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega (Figg. 2 e 3). Al termine della navata si alza la torre campanaria attraverso la quale avviene il collegamento con la casa adiacente (Fig. 6a). Il lato settentrionale (Figg. 4a, 4b, 4c), ha tre monofore nella parte relativa alla navata sinistra e solo la lesena della facciata e della testata piana; quest’ultima, sotto la copertura del tetto, presenta il motivo decorativo a ghiera continua e che ha pure una monofora. (Fig. 6b). Anche questo lato è arricchito, sotto la linea di gronda del tetto, dal motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega. Nella parte relativa alla navata centrale sono presenti tre monofore e il motivo decorativo sotto la gronda. In particolare le finestrelle (Fig. 5) presentano una ghiera esterna con motivo molto semplice di mattoni a raggiera. Lungo tutta la parete sono ben visibili i vari rifacimenti e le diversità di mattoni usati durante i secoli di storia della pieve. L’abside è esternamente semicircolare, è rivolta ad est e, sotto la copertura del tetto, ha un doppio motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega (Figg. 6a, 6b). L’abside è suddivisa in tre parti dalla presenza di due sottili semicolonne che iniziano sotto il motivo decorativo e terminano nella parte bassa, nello zoccolo (Fig. 6c) (questa parte più sporgente è alta circa tre metri). Sono presenti sei monofore, suddivise in due livelli: tre si trovano più in alto, sono più grandi, internamente illuminano la zona del presbiterio e non presentano inoltre particolari decorativi; nella parte inferiore sono presenti altre tre monofore cieche, più piccole delle prime e non sono in asse con queste; presentano però un particolare elemento decorativo a raggiera policromo, sormontato dal solito motivo a ghiera continua di mattoni a dente di sega (Fig. 7). Anche la torre campanaria presenta, nella parte est, due finestrelle con uguali motivi decorativi (Fig. 8).

Come è già stato accennato l’area su cui sorge la pieve va restituendo reperti archeologici di alta antichità[795]: in particolare, lungo il vialetto che porta al sagrato della chiesa è stato collocato un frammento di un’ara romana[796], in marmo rosa, in cui risulta evidente la presenza di una colonna tortile (Fig. 9).

La chiesa è internamente divisa in tre navate da due colonnati (Fig. 10): quello destro è formato da cinque colonne in laterizio con i capitelli tutti uguali (più una sesta semicolonna inglobata nella struttura muraria della torre campanaria), mentre quello sinistro è formato da sette colonne, di cui la quarta e la settima, partendo dal fondo, hanno capitelli diversi dalle altre colonne della chiesa e diversi tra loro. La navata destra ha terminazione piatta ed è senza finestre, perché è inserita in questa parete la torre campanaria; proprio nella terminazione, appoggiato alla parete, c’è un altare sopra il quale è presente un arco che parte dalla parete esterna della navata e giunge fino semicolonna, dove inizia il presbiterio (Figg. 13a e 13b).

La navata centrale termina naturalmente con l’abside: essa appare sicuramente suggestiva perché ancora ricca di numerosi affreschi nel catino absidale: tra le figure dei santi è presente anche San Tommaso, cui la pieve è dedicata (Fig. 14). Il presbiterio, rialzato rispetto alla navata di sei gradini, presenta lungo tutto il perimetro dell’abside, nella sua parte più bassa, tre arcate all’interno delle quali sono collocate le tre piccole finestrelle chiuse visibili anche esternamente (Fig. 15).

La navata sinistra presenta una colonna in più alta rispetto alla destra. Infatti in corrispondenza della sesta colonna sinistra è stato costruito un muro su cui ora si trova appoggiato un altare minore (Fig. 16). Oltre questa parete è venuto così a formarsi un ambiente isolato, ma nello stesso tempo comunicante con il presbiterio (quest’ultimo risulta rialzato di tre gradini, Fig. 17), e, tramite una porta (Fig. 18), con l’attuale sacrestia. Questo ambiente è quindi illuminato ad est dalla monofora, (Fig. 19) visibile anche esternamente (Fig. 6b), ed impreziosita anche internamente da un motivo a raggiera policromo; a sud, lungo il lato comunicante con il presbiterio, è presente la settima colonna del colonnato di sinistra (Fig. 20). In particolare da notare è l’elemento decorativo presente sopra la porta della sacrestia lungo tutta la parete nord. Si tratta di una sorta di fregio decorativo formato da una prima fila di mattoncini rettangolari, di due diversi colori, di una seconda fila sottostante costituita da mattoncini bianchi con elementi decorativi, e subito sotto, di un’altra fila di mattoncini policromi più sottili (Fig. 18a). Il presbiterio è collegato direttamente con questo ambiente: il colonnato della navata sinistra continua di fatto e proprio l’ultima colonna, la settima, appoggia sui gradini di collegamento fra le due parti. Questa colonna, come la quarta del colonnato di sinistra, presenta un capitello diverso dalle altre. I capitelli sono di tipo romanico, a cubo e a parallelepipedo smussato agli angoli con una arcaica e semplice decorazione su ognuno dei quattro lati. Difficile è fare raffronti tra questi capitelli presenti nella pieve di S. Tommaso e altri presenti magari in località distanti. Una particolare affinità può essere riscontrata con alcuni capitelli della pieve di S. Lorenzo in Pànico, nel bolognese (Fig. D). Questa pieve è inoltre storicamente legata al territorio Romagnolo e di qui, forse, l’affinità fra i capitelli delle due pievi.

S. Lorenzo fu costruita infatti dai potenti conti di Pànico[797], i quali per oltre sessant’anni combatterono accanitamente e ferocemente contro Bologna e, ultimi feudatari del contado bolognese, furono dopo cruente lotte debellati soltanto nei primi anni del secolo XIV. Non esiste certezza sulla data in cui sorse la chiesa, secondo il Gozzadini[798] intorno al XII secolo; il Rivani[799] riporta pure l’ipotesi che fosse stata costruita, anziché all’inizio, verso la metà del secolo XII per una donazione fatta alla Chiesa di Ravenna della terza parte del castello di Riversano, nel Cesenate, avendo i Pànico dei possedimenti anche in Romagna.

 

Inoltre la colonna che si affaccia nel presbiterio è ulteriormente differenziata dal fatto che non è costituita da mattoni a vista (Fig. 20). In particolare, posto sopra il peduccio dell’arco che poggia sul capitello, nel lato nord e sud, è presente il motivo decorativo su mattoncino bianco: esso è costituito da un modulo vegetale che forma ad un tralcio costituito da un modulo vegetale stilizzato che forma un tralcio stilizzato a riccioli; uguale fregio decorativo si trova anche lungo tutta la parete opposta. (Fig. 20a). A questo punto risulta importante considerare come sempre più diffusa è la presenza di fregi decorativi più o meno evidenti, posti all’interno o all’esterno delle chiese. Non solo a Ravenna, ma anche altrove si verifica infatti una fioritura decorativa che, secondo il Salmi[800], potrebbe dipendere da contatti con la civiltà carolingia. Vero è che, a partire dal sec. VI, si impone all’Occidente un certo gusto decorativo, soprattutto dalla Persia[801], e più in generale un’influsso orientale. Ma in occidente con l’appiattimento e la nuova stilizzazione delle forme di influsso barbarico essa è sostanzialmente modificata; i motivi scultorei vengono così trasferiti all’architettura[802]. La cornice ornamentale di S. Tommaso è simile, anche se molto più semplice, a quelle inserite nella chiesa di Pomposa (Fig. E, nn. 1, 2, 3), costituita da cornici intarsiate a palmette di due diversi tipi o a racemi, sormontate da un semplice listello, ovvero da fuseruole e perline o anche da quadratini[803]. Queste cornici sono sormontate da un listello, ora liscio, ora decorato a rilievo, segno che servivano a scopi ornamentali diversi[804]. Esiste pure, nel museo di Pomposa, una cornicetta (non si sa se imposta di capitello o coronamento di pluteo[805]) con racemi e foglie spinose (Fig. E, n. 4).

Numerosi possono inoltre essere gli esempi di fregi, che, anche oltre il territorio regionale, soprattutto nella zona del Veneto, sono divenuti un elemento decorativo molto importante. Dalla fine del secolo X in poi[806] nelle scultura altomedioevale è stato molto ricorrente il tema del tralcio (Fig. F, n. 1), che nell’arte paleocristiana ha avuto larghissimo impiego per il simbolismo soteriologico attribuito alla vite e che riemerge perdendo tale valore simbolico per ridursi a puro tema decorativo come a Pomposa; altri esempi di fregi decorativi sono quelli a palmette (Fig. F, n. 2), sempre soggetti iconografici desunti dal repertorio di marmi paleocristiani[807]; anche a proposito della scultura veneziana[808], mai scalfitta dall’influsso degli apporti barbarici, essa rimane fedele alla tradizione di Bisanzio e tale influsso viene sempre mediato da Ravenna che, esaurita la grande fioritura paleocristiana e bizantina, si aprì agli influssi d’occidente, di cui la scultura lagunare divenne presto erede. Secondo la Vecchi[809] non va comunque sottovalutata una diretta azione di quella cultura carolingia che si affermò, specialmente nel sec. IX nell’entroterra veneto, da Verona ad Aquileia. I motivi di decorazione sono numerosissimi e trovano esempi di confronto in paesi spesso lontanissimi. Nel IX sec. i laboratori ed i marmorari d’Aquitania chiusero l’attività a causa delle guerre e delle invasioni arabe e vi fu un fluire in Gallia di decorazione ad intreccio proveniente dall’Italia e non viceversa. La scultura longobarda si sviluppa in Italia non prima del sec. VIII, quando si è già compiuta l’assimilazione di fatto con la popolazione. Di non problematica derivazione sembra invece la presenza in Murano delle patere e formelle niellate. Poiché l’origine di questa tecnica è araba, l’area di influenza è bizantina e si è potuto dimostrare che essa venne importata alla metà del sec. XI. Nel caso di Murano (Fig. F, n. 3), oltre al forte legame con Ravenna, non va sottovalutata la mediazione di Roma, anche se il massimo contributo sembra giungere tramite i canali di formazione bizantina, giunta nella laguna.

 

Tornando alla nostra pieve, da notare inoltre la presenza, in fondo alla chiesa sia nella parte destra (Fig. 21), sia a sinistra (Fig. 22), di due capitelli che sono di tipo post-medioevali corinzio su frammento di colonna, utilizzate come acquasantiere.

La navata centrale presenta una copertura a capriata, mentre le navate laterali hanno copertura a travi semplici.

 

 

7.3 La pieve di Santa Maria Annunziata in Monte Reale.
(Tav. I)

 

Il pievato di S. Maria era situato sull’alta collina cesenate, in una zona coperta da un fitto mantello vegetale, che lasciava tuttavia ampi spazi alle culture dei cereali e della vite assai produttiva, alle sorgenti del torrente Cesuola che scende a valle fino alla città: confinava a nord e a est piviere di S. Tommaso Apostolo e di S. Maria in Calisese, a sud con la plebs di S. Stefano in Monte Aguzzo e a ovest con S. Vittore in Valle, nella località di Roversano[810]; risultano comprese nei pievati e dipendenti dalla pieve le ecclesiae Aquarole e Dulaguarde[811]. Una particolarità: la strada che costeggia la pieve di S. Maria e che continua oltre fino a Monte Aguzzo, è via Garampa, rete viaria che non solo idealmente collega la zona con il monte Garampo su cui sorgeva l’antica Cesena.

Il piviere oggi detto di Monte Reale risulta di difficile identificazione per il sovrapporsi, presumibilmente nella stessa battesimale, di più dedicazioni e toponimi di riferimento locale. Vari indizi, non ultimi il fatto che l’area fosse di remoto insediamento (per tracce archeologiche e relitti toponomastici) e percorsa da strade collinari antiche, inducono a ritenere[812] che il nostro insediamento religioso fosse di origini più lontane di quanto le fonti superstiti possono consentirci di ipotizzare: reperti di età romana rinvenuti presso la plebana, testimoniano proprio questo remoto insediamento[813].

Le prime fonti scritte rinviano all seconda metà del X sec. E più precisamente ad un anno non molto anteriore al 962 [814], quanto il più antico registro di possessi e contratti della chiesa ravennate nella Pentapoli (e il Cesenate si trovava nell’alto Medioevo ai margini di questa regione) registra il piviere di S. Stefano in Monte Leucade, esteso nei territori civili di Cesena e di Rimini[815]. A questo proposito sembra infatti che nel territorio di S. Maria ci fosse un intenso sviluppo della patrimonialità soprattutto della chiesa ravennate particolarmente concentrata attorno la castello di Roversano, centro di organizzazione dei domini arcivescovili. Meno estesi sembra fossero i possessi e diritti del vescovo, del capitolo cattedrale e di facoltosi proprietari privati di Cesena[816].

Tale area, da identificare con quella di Monte Lucati e comprensiva del centro di Sajano già nell’VIII sec., occupava una posizione di notevole rilevanza strategica, a ridosso di Cesena, perché vi si affrontavano beni patrimoniali e giurisdizionali delle chiese romana e ravennate[817]; ad essa si richiama nei secoli seguenti, e senza vistose soluzioni di continuità, al documentazione soprattutto ravennate fino al tardo Medioevo, ma con varianti agiografiche e toponimiche che sembrano scandire i tempi di sviluppo non solo del territorio afferente (che risulterà sempre più inquadrato nel Cesenate), ma pure e in particolare della battesimale: essa, infatti, pur mantenendo fino al Duecento il toponimo d’origine, muta la dedicazione da S. Stefano in S. Maria; in una terza fase poi[818], che sembra iniziare dal tardo XIII sec. per durare fino al presente, viene conservata la dedicazione alla Madonna, ma modificato il toponimo da Monte Leucade in Monte Reale. A questo proposito, in particolare, sono stati compiuti studi per chiarire proprio l’ubicazione e l’identificazione della pieve di S. Maria in Monte Leuchadii[819]. La ricerca archivistica ha permesso di acquisire nuove conoscenze accertando la continuità della pieve di S. Maria Monte Leucadii con quella di S. Vittore in Valle, con la quale spesso è menzionata. In particolare la località di Roversano ha offerto il modo di identificare il territorio del pievato con quello di Monte Reale che viene ricordato successivamente sempre con la stessa denominazione agiografica: in questo caso il primo toponimo è caduto in disuso ed è stato sostituito da quest’ultimo. La pieve di S. Maria come tale in Monte Leuchadii è ricordata nelle fonti documentarie a partire dal 1041. La prima notizia infatti è desumibile da un atto di enfiteusi concesso il 12 febbraio 1041 da Guido abate di Pomposa a Pietro e a Romualdo di terre e beni in varie località, fra cui «fundum qui vocatur Sananellus, territorio Cesinate, plebe S. Marie que vocatur a Monte Tugati»[820]. Si può identificare tuttavia il toponimo plebano con il monte Lucati ricordato in una locazione risalente agli anni 715-31 nella quale Gregorio II concede in affitto a Costantina il fondo Salianum situato nel territorio di Cesena ad montem qui dicitur Lucati, di proprietà della Chiesa ravennate[821]. Lo stesso monte Lucati è menzionato nell’elenco di città e castelli restituiti da Pipino al Papa nell’anno 756[822]. Ancora in un documento del 1157[823] si parla di S. Maria in Monte Leuchadii. Nel secolo successivo si ha notizia di un’investitura di terre site nella corte di Roversano, pieve di Monte Reale[824]: dovrebbe essersi così verificata una sostituzione del primo toponimo, e la prima denominazione sarebbe caduta in disuso.

Come altre battesimali, anche S. Maria sembra che abbia fatto registrare una progressiva attenuazione degli interessi patrimoniali concentrati nel suo piviere[825], per gravitare più decisamente dal XII al XIII sec. sulle principali chiese cesenati. Alla fine del Duecento S. Maria di Monte Reale confermerà nei decimari papali la sua definitiva appartenenza alla diocesi cesenate[826]. Forse a questo punto già da tempo il tessuto edilizio insediativo intorno alla chiesa era andato disperso[827], fenomeno presumibilmente dovuto al fatto che Monte Reale non era protetto da mura; del resto nel 1371, nella Descriptio Romandiole, figura ancora come villa con un numero di residenti-contribuenti per la verità non irrilevante, anche se deconcentrato in insediamenti sparsi nel plebato[828].

Per quanto riguarda l’edificio di culto, la pieve si presenta come una chiesa isolata da qualsiasi contesto abitativo di rilievo ed è giunta noi priva della sua struttura originaria e quindi anche di tracce archeologiche ed artistico monumentali di particolare significato[829]. In particolare infatti nell’ottobre 1944, a seguito di un’azione di guerra, la pieve è stata completamente distrutta[830]. Successivamente verrà ricostruita e riconsacrata nel 1954, attualmente si presenta come una costruzione che conserva motivi cinquecenteschi. Accanto alla pieve sono stati costruiti due edifici che hanno ancora di più modificato la struttura originaria della chiesa: la pieve non è più parrocchia, e, come risulta dalle fotografie, si trova in uno stato di semi-abbandono.

 

La facciata è dotata di un portale ad arco con un bassorilievo sul quale è rappresentata l’annunciazione (Fig. 1); il portale è sovrastato da un grande rosone. La torre campanaria è posta lungo il lato sud della chiesa (Fig. 2). Il lato meridionale presente due grandi finestre tonde (Fig. 3), così come il lato settentrionale, da entrambe le parti inoltre, è stato costruito un edificio che si appoggia completamente alla chiesa accanto al quale è stata costruita, per tutta la sua lunghezza, la casa parrocchiale cui è stata completamente. L’abside è rivolta ad est, è semicircolare ed ha due finestre (Figg. 4a e 4b). Particolare significativo è presente solo sotto la copertura del tetto dell’abside è il motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega (Fig. 5). Il fonte battesimale è ricavato da un monumento funerario di P. Vergestro, cippo cilindrico in pietra tufacea della metà del I secolo a.C.[831]

 

Santo Stefano in Monte Aguzzo e San Pietro in Solferino.

I pivieri di S. Stefano in Monte Aguzzo e di S. Pietro in Solferino ebbero una condizione originaria e di sviluppo per più aspetti diversa dagli altri: si trovano infatti nella parte più meridionale della diocesi, estesi sulle maggiori quote altimetriche rispettivamente sulla destra (S. Stefano) e sulla sinistra (S. Pietro) del fiume Savio[832] (Tav. XXXV). Diverse sono le condizioni ambientali rispetto ai plebati finora considerati, perché sulle culture cerealicole, viticole ed ortofrutticole prevalevano forme diffuse di economia silvopastorale e di attività estrattive dalle varie cave e miniere, soprattutto nelle zone più impervie. Dissimili anche le condizioni insediative, poiché a differenza della pianura e della prima collina, dove gli abitanti vivevano sparsi e non protetti, in questi territori dominavano le forme insediative concentrate in centri castrensi e comunque cintati e protetti[833]. Inoltre lo sviluppo di questi distretti appenninici e delle loro chiese matrici di afferenza risulta assai meno documentato sia dalle fonti scritte, sia dalle testimonianze archeologiche ed artistico monumentali. Tali pievati, anche se attraversati da vie di transito fra l’Appennino e la pianura ed in comunicazione sia verso nord che verso sud lungo la linea fluviale del Savio, risentirono talora di una condizione quasi di isolamento sia da Cesena e da Sarsina che da Ravenna, dominati da una natura non di rado accidentata e franosa. Oggi, a causa della chiusura delle miniere, molte di queste frazioni sono state abbandonate, incrementando così lo spopolamento di queste zone.

 

 

7.4 La pieve di S. Stefano in Monte Aguzzo.

 

Il plebato di S. Stefano in monte Aguzzo si estendeva sulla destra del Savio e fino all’alto corso del Pisciatello[834]: esso era delimitato ad est dalla diocesi di Rimini, fino ai pressi di Stringara, a sud dalla diocesi di Sarsina, ad ovest dal corso del Savio, che lo separava dal plebato di Solferino, e a nord dal territorio di Montereale; comprendeva una serie di chiese minori o succursali, in particolare Monte Codruzzo, Ardiano, e Monte Maggiore, che risultano sia pure tardivamente incastellate, come del resto lo stesso centro plebano[835]. In tale area si registrò la presenza delle signorie di castello degli arcivescovi ravennati; scarsa anche l’incidenza dei beni e diritti di enti e privati di Cesena[836]. Sembra che il nome della località derivasse dal gentilizio latino "Acutius", personaggio proprietario di fondi[837]. La prima testimonianza scritta della pieve non è anteriore al 1055[838], quando con ogni probabilità il distretto, inserito nel territorio civile di Cesena, doveva trovarsi in una fase già avanzata del suo sviluppo. Il Burchi[839] riporta infatti che l’11 gennaio il castello di Montemaggiore, nella pieve di S. Stefano, appartiene alla chiesa di Ravenna S. Stefano, ubicata nei pressi del castrum di Monte Aguzzo, risulta così dipendente dalla chiesa ravennate[840].

Dopo la testimonianza più antica di provenienza ravennate, per la scarsità delle fonti si deve scendere di oltre due secoli per trovare nei decimari papali del 1290 l’indicazione sicura e definitiva dell’appartenenza di S. Stefano alla diocesi cesenate[841]. Come annota il Burchi[842]: “Pagano la decima il prete Bono, canonico della pieve di Monte Aguzzo per il canonico e la pieve”. Nell’anno 1378 Galeotto Malatesta entrerà in Cesena, e da allora, fino al 1465, con Domenico Novello Malatesta, anche Monte Aguzzo apparterrà a questa famiglia[843]. La pieve era costruita su di una altura franosa: nell’anno 1485 ci fu uno slittamento del terreno, che danneggiò notevolmente la pieve e il paese[844]. Solo un secolo dopo la chiesa fu ricostruita insieme al suo campanile. Altri restauri vennero compiuti nel 1918, ma nell’ottobre 1944, in seguito ad un bombardamento, la pieve subì numerosi danni e, successivamente, date le sue precarie condizioni, questa resterà chiusa al culto.

 

Nonostante le numerose frane, la chiesa appare ancora oggi arroccata: sorge infatti al termine della via S. Stefano, (traversa di via Garampa in Monte Aguzzo), dopo aver oltrepassato un grande cancello, l’unica varco di accesso, vista la recinzione che custodisce l’edificio (Figg. 1a, 1b, 2).

La battesimale è ancora oggi esistente, ma, soprattutto dopo l’ultimo restauro, successivo alla seconda guerra mondiale, durante il quale, è stato annesso alla chiesa un grande edificio, non sembra conservare più traccia delle particolarità strutturali e stilistiche delle facies medievali. La chiesa risulta quasi inglobata dall’edificio circostante, non solo, come in altri casi si è verificato ai lati, ma già dalla facciata (Fig. 3); la pieve, a una navata, presenta in facciata un portale (cui si accede attraverso tre gradini) con frammenti di elementi decorativi ora solo alla sua base, ma che dovevano seguire l’andamento di tutto il portone (Fig. 4). Sopra il portale è presente una finestra a mezzaluna. Come già più volte preannunciato, e come è possibile vedere dalle immagini, sia il lato nord, sia il lato sud non hanno caratteristiche che possano esternamente indicare la presenza di una chiesa (Figg. 5, 6). Anche per quanto riguarda l’abside (Figg. 7, 8), rivolta ad est, non ci sono tracce esterne, anzi essendo la parte meno in vista è stata trasformata in un vero deposito di vecchi oggetti. La chiesa non ha torre campanaria, ma presenta un campanile a vela, con particolare motivo decorativo a ghiera continua di mattoni a dente di sega (Fig. 6).

Internamente la chiesa è inagibile e pericolante, non più utilizzata quindi come luogo di culto. Vengono invece ancora utilizzati gli ambienti annessi.

 

 

7.5 La pieve di S. Pietro in Solferino. (Scomparsa)

 

Il piviere di S. Pietro (Tav. XXXV) si estendeva sulla riva sinistra del medio corso del fiume Savio, nel territorio civile cesenate e aveva il suo centro nella matrice di S. Pietro ubicata in Solferino[845] (toponimo oggi scomparso, ma significativo di una prossimità alle miniere di zolfo già allora attive), nei pressi del centro rurale Luzzena, ancora oggi esistente; la chiesa è del tutto scomparsa e la sua precisa ubicazione non è stata ancora definitivamente identificata[846]. Il piviere era delimitato[847] ad oriente, sulla linea del fiume Savio, con il plebato di S. Stefano in Monte Aguzzo, a sud dalla diocesi di Sarsina, ad ovest con il territorio e la diocesi di Forlimpopoli-Bertinoro e a nord dal plebato di S. Vittore in Valle; nell’ambito del suo distretto avevano avuto uno sviluppo non trascurabile alcuni centri minori, fra i quali si possono ricordare le cappelle incastellate di Luzzena, di Bora, di Casalbono, di Le Biancane e di Formignano[848].

La prima attestazione della pieve risale al 1047, una data questa già forse avanzata rispetto al periodo delle origini[849]. Il Burchi[850] riporta che nell’ottobre del 1041, Buratello, abate del Monastero di S. Eufemia di Ravenna dà in enfiteusi a Bernardo Saraceno di Oterico «unam curtem q. v. Burum», sita nel territorio di Cesena, nella pieve di S. Pietro «in Sulferina». Siamo pertanto completamente all’oscuro dei più remoti trascorsi di questo piviere e della sua chiesa[851], sui quali, forse, a partire dal XII sec., sia il vescovo che il capitolo della cattedrale di Cesena estesero il loro controllo giurisdizionale: una conseguenza di questo processo ebbe da registrarsi nel 1290 con i decimari pontifici, dai quali risulta che S. Pietro faceva parte della diocesi di Cesena e che nel suo ambito sacramentale erano comprese le cappelle di Bora, Casalbono, Le Biancane, Formignano, tutte località, come già detto, prima o poi incastellate e destinate ad assumere in seguito un’autonomia parrocchiale[852]. Non è possibile definire[853] i rapporti tra S. Pietro e gli insediamenti prima di Solferino, poi del castrum Laugene[854]. Quest’ultimo viene identificato dal Vasina[855] con l’attuale ubicazione di Luzzena, a differenza di quanto viene proposto da altri studiosi[856]. Nella Descriptio Romandiole del 1371 il nostro castrum risulta abitato da circa 200 residenti-contribuenti, un nucleo demico rurale per quei tempi non del tutto trascurabile[857]. Né in proposito si è in grado di precisare che la dedicazione della chiesa battesimale a S. Pietro fosse stata trasferita, nel cambio del toponimo a due distinti edifici di culto[858].

Nel 1526 un atto dichiara che la chiesa del castello di Luzzena è dedicata a San Martino[859]; nel 1680 la pieve, situata fra le mura del castello, è cadente; di questa rimane in piedi solo una torretta con la grossa campana della Comunità[860]. Verso il 1741 la pieve viene ricostruita a qualche centinaio di metri dal castello, ormai distrutto; nell’ottobre del 1944 la pieve è quasi totalmente rovinata dai bombardamenti. Più tardi verrà ricostruita[861].

 

L’attuale pieve che risale, come già detto, al 1700, non ha più alcuna caratteristica originale: la facciata presenta quattro lesene arricchite con festoni di foglie e frutti (Fig. 1). I lati nord (Fig. 2) e sud (Fig. 3) non mostrano particolarità di rilievo; la chiesa, nella parte dell’abside (che risulta sempre rivolta verso est) diviene addirittura una cosa sola con l’edificio ad essa annesso. Nel lato settentrionale è presente la torre campanaria. La nuova chiesa era dedicata ai Santi Martino e Pietro.

Già da tempo, in particolare lo spopolamento, soprattutto causato da motivi economici, è stato motivo di abbandono anche della vita comunitaria della parrocchia dei sS. Martino e Pietro, così come delle altre parrocchie della zona.

Per questo, con un decreto vescovile entrato in vigore dal 1º gennaio del 2000[862], è stata creata l’unità giuridica delle parrocchie di Bora, Borello, Formignano, Luzzena intitolata a S. Pietro Apostolo in Solferino, sicuramente non a caso, ma per richiamare quella fede antica, radicata da tanti secoli in queste colline.

 


 

 

 


CONCLUSIONI

 

 

Alla fine di queste ricerche balza in primo luogo all’occhio il grande “vuoto” che a livello storico, ma anche archeologico, caratterizza in particolare la città di Cesena, più che l’intero territorio diocesano. Il sacco dei Bretoni avvenuto nel 1374 e, successivamente, il dominio dei Signori Malatesta risultano essere un vero spartiacque, prima del quale poche e frammentarie sono le conoscenze e le notizie esistenti. Anche la storia e la rispettiva documentazione del periodo romano presentano testimonianze di gran lunga maggiori rispetto al periodo Tardoantico.

 

Rimane in particolare il mistero dell’antica Cattedrale eretta sul monte Garampo, il fulcro della vita cittadina per lungo tempo, distrutta e ricostruita in un luogo più aperto e pianeggiante quando minori sembrarono i pericoli di invasioni e praticabili queste zone prima paludose.

Nonostante le lacune, in particolare è lo sviluppo del sistema plebano che dimostra ancor oggi come il cristianesimo si fosse diffuso, e, in maniera capillare, come la Chiesa raggiungesse le case, le famiglie, i piccoli centri (oggi diremmo frazioni), nella diocesi, nelle campagne e nelle prime colline del cesenate.

 

Grande attenzione è stata posta alla storia e all’archeologia di queste pievi, ma risultano ancora oggi tante, e in alcune casi anche molto fantastiche, le tradizioni orali sulla vita di queste pievi. Diverse sono invece le condizioni in cui si trovano: c’è grossa differenza tra lo stato attuale delle pievi di pianura e quelle di collina, ma rimane in comune la distruzione che tutte, in maniera maggiore o minore, hanno subito soprattutto durante l’ultimo conflitto mondiale. Queste pievi, spesso rifugio per i civili, furono infatti un bersaglio facile per i numerosissimi bombardamenti che dilaniarono i territori della Romagna. Ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, sono presenti un po’ ovunque tracce di queste distruzioni, e molti di quei danni di guerra non sono stati riparati o, se lo sono, in maniera “provvisoria”.

A questo si possono aggiungere altri fattori che hanno caratterizzato e determinato la vita di queste chiese. Le pievi della collina hanno infatti dovuto sempre fare i conti con un territorio più impervio, a volte franoso, con difficoltà di collegamento e conseguente isolamento. Nell’ultimo secolo poi anche fattori economici hanno determinato lo spopolamento di queste zone e il conseguente declino di queste pievi, ormai non più frequentate da nessuno e senza un parroco. In pianura invece la situazione è migliore, soprattutto perché tutte le pievi sono parrocchie rette da un parroco fisso, e frequentate dai fedeli quotidianamente. Alcune di queste inoltre si trovano al centro di importanti vie di comunicazione o semplicemente sono punto di riferimento per la frazione o il paese in cui si sorgono. Inevitabilmente vengono maggiormente curate, in molte sono stati compiuti anche recenti restauri che hanno cercato di mantenere le caratteristiche originarie. Forse per la loro maggiore “notorietà” rispetto alle pievi di collina, sono state maggiormente studiati e valorizzati gli elementi rimasti, giudicati preziosi e particolari. O forse, proprio la presenza di significativi elementi ha spostato l’attenzione su queste pievi.

Difficile dire quindi quale sarà il futuro soprattutto per le pievi di collina, così come per quelle più piccole sparse nel territorio pianeggiante cesenate. Sempre più frequente e necessaria, data la carenza di sacerdoti, è la creazione di unità pastorali costituite da più chiese guidate da un unico parroco. Questa situazione porterà forse ad un ulteriore abbandono di queste pievi o forse, come è più auspicabile, ad un ritorno soprattutto da parte dei laici, divenuti così forse più consapevoli del fatto che queste chiese furono pensate e costruite soprattutto per il popolo.

Una esemplificazione di questo può essere fatta pensando a S. Pietro in Solferino, zona ormai quasi dimentica, e invece recentemente ritornata ad essere un riferimento per una intera unità pastorale.

 

Delle tante pieve elencate alcune oggi non esistono più anche da parecchi secoli, altre sono state, come si è visto, in parte o completamente ristrutturate; proprio queste pievi fortunatamente “supersti” hanno però un triste elemento comune: la scarsità di testimonianze di sculture architettonica-decorativo e soprattutto di arredo liturgico, che ha naturalmente impoverito queste chiese sicuramente oggi disadorne rispetto alla loro condizione iniziale. Per quanto riguarda poi gli elementi architettonici particolarmente significativi, soprattutto per i capitelli è stato impegnativo trovare in altre pievi e chiese non locali soggetti simili, affini e paragonabili

 

Ritengo necessario concludere dicendo che l’esperienza di questa ricerca è stata, per me, molto positiva. Studiare ed approfondire la storia della mia città e delle zone della diocesi, e successivamente osservare dal “vivo” con occhi diversi, sicuramente più attenti, in particolare le pievi, è stato un esercizio veramente arricchente ed interessante. Il presente lavoro è stato inoltre reso possibile anche grazie alla disponibilità e all’interesse dei vari parroci e laici incontrati nella visita alle diverse chiese; grazie anche alle persone che mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato.


 

 

 

 


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[1]D. ALIGHIERI, Inferno, XXVII, 52-53.

[2]A. VEGGIANI, Cesena e il cesenate nella Preistoria e nella Protostoria, in G. Susini, a cura di, L’evo antico I, Storia di Cesena, Rimini, Bruno Ghigi Editore, 1982, p. 170.

[3]ID.,